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La strategia della Turchia nel Caucaso meridionale

Seppellito definitivamente dalla crisi siriana e dall’avanzata del Califfato il teorema strategico del “zero problemi con i vicini”, naufragata l’ambizione di leadership sul mondo sunnita, azzerati anni di costante e faticoso avvicinamento alla Russia, la Turchia di Erdogan ha un altro problema: ripensare il suo futuro nel Caucaso meridionale. Dopo oltre un decennio di efficace soft power nella regione, praticato attraverso un mix di crescita economica, opportunità di lavoro e islamismo moderato, opportunamente incastonato nella cornice ideologica del pan-turchismo, la Turchia rischia di perdere anche questo fronte“, insidiato da nuove potenze emergenti come Iran e Cina.

UNA REGIONE CHIAVE – Crocevia energetico tra Asia e Europa, il Caucaso meridionale, alias Georgia, Armenia e Azerbaijan, all’indomani dell’implosione dell’Impero sovietico è diventato oggetto degli appetiti energetici di Europa e Stati Uniti. Da allora, e in alternativa al neo-regionalismo russo, gli Stati sud-caucasici sono stati, più o meno costantemente, blanditi dall’Occidente con la prospettiva di entrare a far parte delle loro istituzioni complementari, ovvero NATO e Unione Europea. Stretti tra Turchia, Russia, e Iran, tra Mar Caspio e Mar Nero, la Georgia, l’Armenia e l’Azerbaijan, lungi dal costituire un blocco regionale compatto, hanno visto sempre più crescere reciproche distanze e diffidenze a scapito di opportune convergenze strategiche.

Fig. 1 – Stretta di mano tra il Presidente turco Erdogan e quello azero Aliyev al recente G-20 di Antalya, novembre 2015.

LA DIFFIDENZA DELLA GEORGIA – La Georgia, filo-occidentale e anti-russa, è decisa ad entrare nel blocco occidentale UE/NATO. Nel settembre 2014 Tbilisi ha concluso un Accordo di associazione e di libero scambio con l’UE mentre si rafforzano i contatti con l’Alleanza Atlantica in vista della membership. L’importanza della Georgia per la Turchia è data dalla sua posizione strategica di Paese di transito delle risorse energetiche del Mar Caspio. Per Ankara la Georgia è l’hub energetico senza il quale non può giocare alcun ruolo nella partita dei corridoi.
Le relazioni fra i due Paesi non sono sempre state facili. E, soprattutto, raramente convergenti negli intenti. Malgrado le imponenti relazioni commerciali (la Turchia è il principale partner commerciale della Georgia) e il progressivo intensificarsi di scambi culturali e accordi di cooperazione in vari settori, la Georgia non è una priorità negli orientamenti strategici del soft power turco. Pur essendo stata il primo Paese a riconoscere l’indipendenza del neo-Stato georgiano nel 1991, e il principale sponsor delle sue ambizioni filoccidentali negli anni successivi, la politica della Turchia verso la Georgia non è mai stata molto attiva, sempre secondaria rispetto alle relazioni con l’Azerbaijan e prevalentemente motivata dall’interesse di garantirne la stabilità interna necessaria ai transiti energetici attraverso l’oleodotto BTC (Baku–Tbilisi–Ceyhan) e il gasdotto Baku–Tbilisi–Erzurum.
Tbilisi, dal canto suo, ha sempre considerato le relazioni con Ankara come un necessario contrappeso all’influenza russa, invocandone un ruolo più attivo in una cornice di “partnership strategica” preannunciata agli inizi degli anni Novanta ma mai realizzatasi. La “rivoluzione rosa” del 2003 ha segnato una battuta d’arresto nello sviluppo della cooperazione fra i due Paesi, nel momento in cui ad un orientamento strategico marcatamente filo-occidentale da parte della Georgia ha fatto da contraltare un miglioramento nelle relazioni tra Ankara e Mosca. Il riavvicinamento con la Russia, motivato dal comune interesse ad evitare una espansione della presenza occidentale (americana) nella regione, ha ridotto l’endorsement della Turchia all’ingresso della Georgia nella NATO.
Indifferente a considerazioni di democrazia interna, la diplomazia turca si è comunque affrettata a stabilire buone relazioni con il nuovo Governo di Saakashvili, garante ai suoi occhi di una stabilità interna maggiore rispetto al periodo di Shevardnadze e quindi in grado di consentire alla Turchia il completamento dei progetti strategici di approvvigionamento di gas e petrolio.

IL NODO ABKHAZIA – Tbilisi non si è mai fidata delle intenzioni di Ankara. Durante la guerra tra Georgia e Abkhazia del 1992-93, malgrado le dichiarazioni ufficiali a sostegno dell’integrità territoriale dello Stato georgiano (e quindi di condanna all’intervento russo), Ankara, di fatto, ha continuato a “giocare su due tavoli” cercando un accomodamento con Mosca e mantenendo relazioni commerciali con l’Abkhazia (giustificate con la presenza di una consistente e secolare diaspora abkhaziana in Turchia). Per la diplomazia turca la questione dell’Abkhazia resta una questione di affari interni, preoccupante solo e se dovesse chiamare in causa l’intervento russo. Eventualità non remota visto che le truppe russe sono presenti in Abkhazia dai primi anni Novanta, e un recente accordo ha previsto lo sviluppo di una forza militare congiunta russo-abkhaza. Evidente risposta, questa, all’annuncio della NATO di voler installare infrastrutture militari sul territorio georgiano.
Diffidenza e ambiguità nelle relazioni turco-georgiane non hanno tuttavia impedito ai due Paesi di intensificare la cooperazione transfrontaliera, i transiti commerciali e la libera circolazione di cittadini in entrambe le direzioni. Con la chiusura del confine con l’Armenia (su iniziativa turca nel 1993), la Georgia è diventata la principale via di accesso della Turchia al Caucaso meridionale e all’Asia centrale. Inoltre, la Georgia mantiene buoni rapporti con l’Armenia, cosa che aumenta la sua importanza agli occhi di Ankara attribuendole un potenziale ruolo di mediatore nella normalizzazione delle relazioni con Erevan. Se da un lato la Turchia, per le ragioni esposte, non può permettersi di perdere l’amicizia dei georgiani, la Georgia, dal canto suo, non incassa dalla Turchia il dividendo della sicurezza. Al contrario, l’adesione della Armenia all’Unione euroasiatica e la “militarizzazione” russa dell’Abkhazia potrebbe allontanare, e per molto, l’ingresso della Georgia nella sfera di influenza euro-atlantica.

Fig. 2 – Colloquio tra Erdogan e il Presidente georgiano Margvelashvili durante il World Economic Forum del 2014.

I RAPPORTI CON L’ARMENIA – L’Armenia è entrata a far parte dell’Unione euroasiatica (l’organizzazione economica guidata da Mosca di cui fanno parte Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan) nel 2015 e sembra decisa a restare nell’orbita di influenza russa. La sicurezza dell’Armenia è garantita da un accordo bilaterale con Mosca che contempla una base militare e truppe russe ai confini. Il mancato riconoscimento del genocidio degli armeni del 1915 e le questioni legate ai diritti di proprietà è ancora una questione aperta e pregiudizievole nelle relazioni tra Turchia e Armenia. Tuttavia la posizione ufficiale di Ankara negli ultimi anni ha registrato caute aperture, con il riconoscimento da parte di Erdoğan delle deportazioni “inumane” attuate dagli Ottomani durante la Grande Guerra. Da decenni l’Armenia chiede come conditio alla normalizzazione dei rapporti con la Turchia il riconoscimento di un vero e proprio genocidio perpetrato ai danni della comunità armena. Le relazioni turco-armene presentano tuttavia molte più sfaccettature rispetto al tema del genocidio. Legami ufficiosi tra le due comunità sono attivi oramai da decenni attraverso scambi culturali ed economici. Le due società si conoscono meglio di quanto possa sembrare. Continuano a intensificarsi, per esempio, le relazioni commerciali e i contatti informali tra turchi e armeni a livello di società civile. Entrambi i Paesi si muovono con cautela, evitando mosse eclatanti che potrebbero molto probabilmente provocare reazioni sia della Russia che dell’Azerbaijan.

Fig. 3 – Membri della Chiesa Apostolica Armena partecipano alle commemorazioni per il centenario del genocidio del 1915, che influenza ancora oggi pesantemente le relazioni tra Erevan e Ankara.

LA QUESTIONE NAGORNO-KARABAKH – A “congelare” una normalizzazione nelle relazioni turco-armene, che nei primi anni Novanta sembrava imminente (nel 1991 la Turchia è stata tra i primi Paesi a riconoscere la nuova Repubblica di Armenia), è stato l’insorgere del conflitto per il controllo del Nagorno-Karabakh e le pressioni esercitate dal Governo di Baku su Ankara per evitare la firma dei Protocolli di Zurigo del 2009. Interrompendo il processo di pacificazione con l’Armenia, previsto proprio dai Protocolli del 2009, la Turchia ha ridotto la propria capacità di condurre un ruolo guida nella regione meridionale del Caucaso e ha perso l’occasione storica di sottrarre, anche solo parzialmente, l’Armenia all’esclusiva influenza russa controbilanciando, nel contempo, quella azera sulle proprie scelte strategiche.
L’Armenia, dal canto suo, dopo il fallimento del rapprochement con Erdogan, ha abbandonato, gioco forza, la “politica della complementarietà”, ovvero quel difficile equilibrismo tra Turchia, Russia e Occidente che aveva caratterizzato i primi anni della politica estera dell’attuale Presidente Serzh Sargsyan. Attualmente l’Armenia dipende completamente da Mosca, sia in termini economici che securitari. Come da copione, anche Erevan ha “preferito” l’adesione alla Unione euroasiatica alla via europea, interrompendo i negoziati in corso per la conclusione di un Accordo di associazione con l’UE, fase prodromica a ulteriori forme di associazione politica e di integrazione economica con Bruxelles. A conferma dell’ipoteca russa sull’Armenia, il Governo armeno ha concesso a Putin un accordo che ha esteso la presenza militare russa e relativo diritto di basi sul proprio territorio, principalmente in funzione anti-turca.
Il conflitto nel Nagorno-Karabakh ha un costo elevato per Ankara. I recenti attacchi di regolari azeri nel Nagorno-Karabakh e lungo il confine armeno rischiano infatti di aprire un altro pericoloso terreno di scontro tra Erdogan e Putin. Come se non bastasse, oltre che con la Russia, l’Armenia ha ottime relazioni con l’Iran che, pur avendo un buon feeling con Mosca, si appresta a diventare un rivale sul terreno delle risorse energetiche. Teheran non nasconde di voler vendere gas all’Europa e per questo ha bisogno di passare per l’Armenia attraverso il completamento del gasdotto iniziato nel 2007. L’ipotesi è ostacolata da Putin che con Gazprom si è assicurato il monopolio nella distribuzione di gas armeno per i prossimi vent’anni.

Fig. 4 – Bako Sahakyan, Presidente dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabakh, regione contesa tra Armenia e Azerbaijan sin dai primi anni Novanta.

LA FRAGILE ALLEANZA CON L’AZERBAIJAN – Guidato con pugno di ferro dalla dinastia degli Aliyev, prima rappresentata dal padre Heydar (ex segretario del Partito comunista azero durante l’era di Breznev) e poi dal figlio Ilham, l’Azerbaijan, grazie alle ingenti risorse di gas e petrolio (che coprono circa il 70% del PIL nazionale), ha conosciuto quindici anni di crescita economica ininterrotta, alimentata soprattutto dagli acquisti energetici della UE, e favorita dalla costruzione dell’oleodotto BTC che ha collegato il petrolio del Mar Caspio al Mediterraneo. Malgrado le ben note violazioni dei diritti umani, sistematicamente denunciate da attivisti e oppositori politici, l’Azerbaijan finora è uscito immune dalla scure della sanzioni europee. Tuttavia il Governo di Baku è sempre più isolato sulla scena regionale e internazionale.
La maggior parte degli analisti è concorde nel ritenere che il recente riaccendersi del conflitto per il Nagorno Karabakh, con un’offensiva armata lanciata da militari azeri lungo la frontiera con l’Armenia (la prima violazione del cessate il fuoco del 1994) rientri nella più classica delle strategie di mantenimento del consenso interno allorquando questi inizia a vacillare, cioè aizzare il fuoco della nazionalità. Il problema principale per Baku in questo momento non è tanto l’Armenia e il suo potente alleato russo, quanto il brusco calo delle quotazioni energetiche che finora hanno consentito di tenere in piedi, sussidiandola, l’autocrazia degli Aliyev.
La Turchia ha da sempre legami molto stretti con l’Azerbaijan, alimentati a partire dalla seconda metà degli anni Novanta da una politica di patriottismo pan-turco. Gli azeri sono di etnia turca, culturalmente musulmani, di religione sciita. Quest’ultimo dato non ha impedito alla Turchia sunnita di finanziare in favore dei “fratelli azeri” un gran numero di progetti e iniziative culturali (emittenti televisive in lingua turca, migliaia di borse di studio per studenti azeri presso bella università turche). Turchi e azeri sono ritratti (nella retorica ufficiale) come un’unica nazione che la storia ha diviso in due Stati. Di conseguenza, gli interessi dei turchi e degli azeri sarebbero identici.

Fig. 5 – Rivali nel Caucaso: Erdogan assiste con Vladimir Putin alla cerimonia di inaugurazione della Moschea di Mosca, settembre 2015.

Nel conflitto per il controllo del Nagorno-Karabakh la Turchia ha sempre sostenuto l’Azerbaijan fino a chiudere il confine con l’Armenia. Un sostegno spesso “estorto”, considerando che Baku ha sempre frenato i tentativi di normalizzazione nelle relazioni turco-armene fino al punto di minacciare Ankara di revocare i contratti di fornitura energetica. Nelle relazioni turche-azero il pendolo degli interessi oscilla a favore di Ankara. Baku ha bisogno del sostegno turco per non farsi inglobare nell’orbita di Mosca e realizzare una serie di progetti non petroliferi che trasformino il Paese in un hub logistico per i traffici commerciali tra Cina e Europa sulla nuova Via della Seta.
Per la Turchia l’Azerbaijan potrebbe diventare ben presto un altro problema. Il perno della presenza turca nel Caucaso meridionale potrebbe venir meno se dovesse verificarsi l’ipotesi di una nuova guerra con l’Armenia, cosa che chiamerebbe in causa Putin e la sua tentazione di avere un’altra occasione (dopo Ucraina e Siria) per mettere in scena l’hard power russo. Difficile immaginare che la Turchia, alle prese con il terrorismo di ISIS, l’emergenza profughi e il riaccendersi della questione curda, possa intervenire a fianco dell’alleato azero. Difficile anche immaginare il contrario.

Mariangela Matonte

Un chicco in più

Il conflitto tra Azerbaijan e Armenia per il controllo del Naagorno-Karabakh, iniziato ufficialmente nel 1988, è terminato nel 1994 con la sostanziale sconfitta delle truppe azere. In realtà il conflitto è solo “congelato”, come dimostrano i recenti scontri lungo le frontiere. Enclave armena in territorio azero fin dalla nascita dell’URSS, il Nagorno-Karabakh è terreno di scontro fra i due principi della integrità territoriale e dell’autodeterminazione. Oggi il Nagorno- Karabakh si dichiara una repubblica indipendente, ma non è riconosciuta dalla comunità internazionale.

Foto: Marco Fieber/Ostblog.org

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