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Se lo Stato Islamico punta a Sud-Est

Finora il subcontinente indiano ha dimostrato una certa impermeabilità alla propaganda dello Stato Islamico. Ma il ritorno in patria dei foreign fighters, unito alla capacità della dottrina di al Baghdadi di far leva sul disagio degli strati più poveri della società, potrebbe costituire una sfida per i Governi di India e vicini, nonostante le rassicurazioni dei leader politici.

MINACCIA SOTTOVALUTATA? – Il mese di febbraio si è aperto con l’arresto da parte della National Investigation Agency (NIA) indiana di quattro persone, accusate di reclutare ed addestrare potenziali foreign fighters provenienti dal subcontinente e diretti alle linee del sedicente Stato Islamico (IS). Tre di essi sono stati fermati negli Emirati Arabi Uniti e successivamente estradati, a metà strada sulla via del jihad che dal territorio indiano conduce alla guerra del Califfato. Negli ultimi 12 mesi sono 33 le persone arrestate ed interrogate dal Governo allo scopo di studiarne i legami con il gruppo radicale islamico. Gli arresti si sono concentrati negli Stati del Karnataka, Telangana, Uttar Pradesh e nel Maharashtra.
Dal fronte, le ultime stime indicano che sono 24 i combattenti dello Stato Islamico di origine indiana unitisi alla causa, 6 dei quali sarebbero morti nel corso del conflitto. Granelli nel deserto, se si pensa che i musulmani in India sono circa 180 milioni. Così la pensa anche la politica, che da New Delhi rassicura sul patriottismo dei cittadini musulmani, caratteristica che non si combina propriamente con la volontà di contribuire a formare il Grande Califfato.

Fig. 1 – Simpatizzanti indiani sventolano una bandiera dello Stato Islamico durante una manifestazione anti-israeliana in Kashmir, luglio 2014.

Ma i musulmani in India sono davvero così immuni alle seduzioni della propaganda jihadista? Il seme del vittimismo proposto dalla dottrina di al Baghdadi potrebbe trovare terreno fertile in molte regioni indiane dove lo scontento per l’operato del Governo centrale mina la fiducia di larga parte dei giovani, potenziali portatori del germoglio fondamentalista. L’ipotesi non è così assurda, considerando che la parola più cercata online nelle città di Mumbai e Hyderabad è proprio “ISIS”, mentre almeno 150 persone sono state indagate dalla NIA per aver sostenuto la campagna di IS sul web. Anche se i numeri possono risultare trascurabili se comparati con quelli di Stati come il Marocco, l’Arabia Saudita o la Russia, dimostrano pur sempre un trend in aumento in un contesto sociale ad alto potenziale.
La chiamata di avvertimento arriva in questi giorni dagli Emirati Arabi Uniti, quello stesso Stato che negli ultimi 12 mesi ha firmato l’estradizione di una dozzina di cittadini indiani accusati di agire da reclutatori per l’IS nella penisola arabica. Il ministro degli Esteri di Abu Dhabi, Anwar Gargash, lo scorso 9 febbraio dichiarava che «nessuno è immune alla minaccia, oggi più che mai è necessario cooperare contro il terrorismo».

UN CORRIDOIO DAL NORD – Stretta nell’abbraccio di India, Pakistan e Afghanistan, la regione del Kashmir attira l’attenzione dei jihadisti nero-vestiti, pronti a fare di quel corridoio una base strategica di tutto rispetto per guadagnare terreno nel subcontinente. Nel numero di gennaio di Dabiq (la rivista di propaganda di Daesh), si legge in proposito la volontà di IS di prendere il controllo del Kashmir come prima tappa del percorso di sottomissione degli “idolatri indiani e pakistani”. L’affermazione è contenuta in un’intervista a Hafiz Saeed Khan, sedicente emiro del Khorasan, ovvero quella storica regione che si snoda dall’Afghanistan all’India passando per Pakistan, Turkmenistan e Cina.

Fig. 2 – Studenti musulmani di Mumbai manifestano contro gli attentati terroristici di ISIS, novembre 2015.

Distesa nel ventre del Khorasan, la regione autonoma del Kashmir è attualmente divisa in 6 province ed è terreno di scontro tra India e Pakistan, che se ne contendono la sovranità da più di 70 anni. Anche se il Califfato non ha alcuna presenza qui, o quanto meno non è stata attualmente rilevata, l’invito alla cautela non è mai fuori luogo.
Ciò anche alla luce della crescente presenza di IS in Pakistan: qui i foreign fighters partiti per la Siria si calcolano a centinaia, a differenza della vicina India. Anche se le principali formazioni talebane originarie del Pakistan sono apertamente ostili a Daesh, alcuni gruppi come i Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTP) hanno scelto, seppur con diffidenza, di allearsi con lo Stato Islamico. Il mese scorso sono state fermate 42 persone sospettate di organizzare cellule dormienti di IS nella regione del Punjab, in pieno territorio talebano. Senza il benestare del TTP, ciò non sarebbe possibile.
In un Paese in cui sono circa due dozzine i gruppi estremisti attivi, lo Stato Islamico non sembra essere una priorità. «Non c’è spazio o ambiente favorevole per il cosiddetto Stato Islamico o Daesh in Pakistan», recita il ministro degli Esteri. Ma cosa succederebbe se altri gruppi talebani (e non) decidessero di sventolare il vessillo nero del Califfo?

TRIPLA NEGAZIONE – Anche il Governo del Bangladesh rassicura sul fatto che la presenza di IS nel Paese non è significativa, anche se non fa segreto della preoccupazione di un possibile aumento dei suoi simpatizzanti tra i bengalesi. A partire dal settembre scorso, sono almeno 10 gli attacchi terroristici rivendicati da IS, tra cui due attacchi ad altrettante moschee e l’uccisione del cooperante italiano Cesare Tavella.

Fig. 3 – Un soldato indiano sorveglia parte del confine con il Pakistan in Kashmir.  Contesa  tra New Delhi e Islamabad, tale regione è sempre più vulnerabile alle infiltrazioni e alla propaganda dello Stato Islamico.

A differenza di India e Pakistan, in Bangladesh lo Stato Islamico può contare dell’appoggio di alcuni gruppi fondamentalisti votatisi alla causa di costituire uno Stato basato sulla Sharia nel subcontinente, tra cui Jama’atul Mujahideen Bangladesh (JMB) e Ansarullah Bangla Team (ABT). Essi reclutano sul territorio i combattenti da inviare in Siria ed Iraq e portano avanti le campagne di indottrinamento seguendo le linee guida del Califfato. Inoltre, alcuni osservatori indicano l’ascesa di un gruppo chiamato Jund al-Tawhid wal Khilafah (JTK, altrimenti noto come i “Soldati del Monoteismo e del Califfato”) responsabili di aver reclutato un largo numero di cittadini bengalesi per la guerra di Siria.
La situazione in Bangladesh probabilmente la più instabile del subcontinente indiano, ma l’allerta rimane alta in tutta l’area. Anche se le mire del Califfato erano prevedibili, la sua dichiarazione di intenti legittima la preoccupazione riguardo all’aumento dell’attività terroristica nella regione. Quello che si spera è che l’apparente minimizzare dei Governi sia solo un modo per non fomentare allarmismi, lasciando spazio nel concreto alle dovute misure di prevenzione e contenimento.

Fig. 4 – La polizia del Bangladesh sorveglia l’ingresso di una moschea sciita a Dacca, novembre 2015. Le azioni terroristiche dello Stato Islamico nel Paese asiatico sono aumentate significativamente negli ultimi mesi.

Emanuel Garavello

Un chicco in più

Dabiq è la rivista online che raccoglie gli argomenti di propaganda dello Stato Islamico. Il nome si ispira all’omonima località della Siria dove, secondo un mito musulmano, avverrà la battaglia decisiva grazie alla quale i musulmani trionferanno sul mondo. Secondo le stime del 2015, l’India è tra i 15 paesi con il maggior numero di download della rivista. 

Foto: Stuck in Customs

2 comments
Domenico
Domenico

Ah, i musulmani d'india sono fidati?

Tra Nuova Delhi e Karachi non so chi sia più stupido e pericoloso.

Ne riparliamo dopo lo scambio nucleare tra i due...