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Libano: come si vive nella missione UNIFIL

Reportage – Sulla Blue Line: aneddoti sulla vita in base e il punto sulla missione, con il Force Commander Luciano Portolano

Missione UNIFIL, sud del Libano

Oltre mille soldati italiani vivono nella striscia di terra che dalla municipalità di Tiro arriva alla famosa ‘Blue Line’, la linea di demarcazione tra Libano ed Israele che dovrebbe, in un’ottica ottimistica, diventare il confine tra due stati che ancora tendenzialmente si odiano.

Da cosa si capisce? Un piccolo indizio arriva dalla cartellonistica che, in questi casi, riserva sempre interessanti sorprese. In Israele non ci sono cartelli che indicano il Libano (ndr: o almeno così i militari ci hanno detto) e in Libano i cartelli non indicano Israele ma ‘Palestina’. Diciamo che le premesse per ‘fare la pace’ scarseggiano.

La vita dei militari

Vivere insieme ai militari del contingente italiano di ITALBATT (l’area a guida italiana nel settore ovest della missione) nella base militare di Shama ha messo in risalto alcune dinamiche più o meno strategiche.

Gli uomini e le donne (poche) assegnati alla missione vivono in base per sei mesi e hanno la possibilità di beneficiare di un periodo di licenza di circa dieci giorni. In questi mesi il lavoro è costante: non ci sono giorni liberi. Per chi lavora nel settore amministrativo la base diventa la casa e il paese in cui si abita, per chi esce quotidianamente in pattuglia è comunque punto di riferimento.

I contatti con la popolazione, di conseguenza, non sono molti anche se  alcuni confermano che durante le pattuglie si fermano nei paesi per dialogare, per quanto possibile visto che in molti non parlano inglese, con la gente. Nella base lavorano libanesi: in particolare in mensa e nei bar che sono dati in gestione tramite dei bandi. Per il resto a più riprese ho avuto l’impressione di essere in Italia, magari in una regione del Sud complice il clima e il paesaggio costiero con olivi e piantagioni (se si tralasciano le coltivazioni di banane).

Reportage Libano (7)I militari italiani tendono a fare gruppo, in mensa la televisione accesa passa o telegiornali italiani o partite di calcio. Nella base di Shama ci sono militari di molte nazionalità ma l’impronta più massiccia è quella nostrana. Spesso le squadre di sodati dormono nelle stesse camerate: si arriva quindi al punto che per sei mesi si vive costantemente con le stesse persone e questo crea unione e spirito di corpo. Ovviamente da bravi italiani non può mancare il campanilismo regionale: in una settimana di permanenza c’è stata la cena per sardi con tanto di porceddu e quella pugliese.

In questo contesto capita di ritrovarti a parlare e ad avere discussioni con i militari che mai mi sarei aspettata: da chi sostiene la liberalizzazione delle droghe leggere a chi è stato in val di Susa per mesi a “contrastare” i No Tav ma ammette che tante ragioni le avevano anche loro a protestare contro l’opera.

Oltre ai militari delle basi di Shama, Al Mansouri e altre dell’area ci sono poi venti soldati che vivono per almeno un paio di mesi nella minuscola realtà di UN P 1-31. Si tratta di una base avanzata posta a pochi metri dal confine israeliano e che punta a monitorare l’area. Ci sono vedette, vari punti di osservazione, apparecchi elettronici che captano la presenza di vita anche al buio e vari bunker in cui ripararsi.

Una mattina in pattuglia abbiamo attraversato una zona in cui vivono in condizioni molto precarie profughi siriani. Il mezzo blindato targato Onu su cui viaggiavamo si è fermato ed è stato letteralmente “assalito” da un “esercito regolare di bambini” che chiedevano cibo, acqua. E’ stato dato loro quello che avevamo con noi. “E’ un dazio che paghiamo volentieri”. E’ stato il commento di uno dei soldati

In questa piccola base l’unione tra chi la vive si fa ancora più forte e spesso c’è bisogno di sdrammatizzare. Durante la grigliata di totani all’aperto un soldato fa cadere un oggetto che fa un botto. “Non si fanno questi scherzi sulla Blue Line” commenta scherzando, ma non troppo, un collega.

Origine della missione e che cosa fa oggi

La missione è stata rinnovata 2006, anno in cui si consumò una delle offensive tra Libano e Israele più cruenti. In 34 giorni di guerra ci furono 124 morti israeliani e 1200 libanesi. Con la risoluzione Onu 1701 il consiglio di sicurezza ha dato a UNIFIL 2 (la prima era partita nel 1982) compiti e obiettivi.

La missione Leonte, da tutti conosciuta come UNIFIL ha tre funzioni essenziali: monitorare la cessazione delle ostilità tra i due Stati, supportare le Laf (forze armate libanesi) e supportare la popolazione locale tramite progetti CIMIC, ovvero interventi guidati richiesti dalla popolazione.

Prima di UNIFIL  le Laf erano praticamente inesistenti: ogni gruppo politico aveva una milizia privata

Ad oggi sono 38 le Nazioni che partecipano ad UNIFIL. La missione è considerata da molti forse l’unica missione Onu realmente riuscita. Il controllo della zona è infatti serrato e non sembra creare ingerenze e reticenze da parte dei locali. La sicurezza dell’area, a differenza di altri lati critici del Libano, può per gran parte essere merito di UNIFIL.

Il confine con Israele è infatti, almeno fino ad oggi, quello più sicuro per il Libano. Sembra quindi che mantenere una forza Onu che lo garantisce faccia comodo ad entrambi gli stati. Tutte le strade della zona sud sono tappezzate da manifesti raffiguranti martiri di Hezbollah, morti mentre in Siria stavano combattendo Isis.

Il punto sulla Blue Line

Reportage Libano (8)La linea di demarcazione è lunga circa 150 km. Ad oggi i ‘Blue pillar’ posizionati sono strati 313 su un totale di oltre 500. La posizione dei Pillar è decisa nei tripartito: gli incontri che si tengono sulla Blue Line almeno due volte al mese tra Luciano Portolano, il Force Commander UNIFIL, un rappresentante libanese ed uno israeliano. Il tripartito è, ad oggi, l’unica occasione in cui Israele e uno stato ‘arabo’ dialogano in maniera civile.

Lungo la Blue Line esiste un unico varco nel quale, previo accordo tra le parti, vengono fatti scambi di salme o prigionieri. Pare che in alcuni recenti tripartito si sia discusso di traffici illegali in alcuni tratti delle linea. La zona della Blue Line è completamente minata. Posizionare il blue pillar è quindi un’operazione molto delicata. Nel lato israeliano esistono altre protezioni del confine: una rete elettrificata che individua subito chi l’ha toccata, una zona di ‘soft soil’ che capta le impronte, oltre a varie basi e pattugliamento continuo.

Il problema del confine marino

Potrebbe sfociare a breve un nuovo scontro tra i due stati sulla questione del confine marino. Israele ha infatti unilateralmente fissato una demarcazione delle proprie acque che invade per vari metri quelle libanesi. La ragione sembra essere la scoperta di un giacimento di gas naturale sul fondale, pare il più grande dell’area.

Le dichiarazioni di Luciano Portolano, Force Commander

La nostra area di competenza è la più calma del Libano ma risente ovviamente della situazione del Medio Oriente. Lo Stato è da 18 mesi senza una guida politica e questo sta creando una grossa difficoltà nel processo decisionale

Dopo gli attentati di Beirut non abbiamo avuto nessun tipo di tensione ed abbiamo mantenuto un livello di allerta e vigilanza simile a quello che avevamo in precedenza. La missione svolge 500 attività operative giorno e notte che ci consentono di mantenere la zona in sicurezza

Il reportage è stato realizzato da Alice Pistolesi – Libano, 2015

2 comments
Filippo
Filippo

Tutto tranquillo? Bene, perché in caso di una nuova contrapposizione tra sciiti etc. ed

Israele i vezzosi caschi blu si troverebbero tra due fuochi.

Forse il metodo usato a Beirut ai tempi della Fallaci funziona ancora..."buy tranquility".