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La strategia (fallimentare) di Riyadh in Medio Oriente

Miscela Strategica L’Arabia Saudita vive un inedito momento storico: il massiccio coinvolgimento in conflitti locali prolungati e dispendiosi, il raffreddamento delle alleanze, l’espansione dei fondamentalismi e, soprattutto, la fine delle sanzioni iraniane rischiano di incrinarne l’egemonia e mettono a rischio la sicurezza interna. Gli Al Saud, al momento in difficoltà, riusciranno a trovare una strategia efficace?

ARABIA TRA ISLAM E ORO NERO – L’Arabia Saudita copre un vasto territorio desertico sacro per la presenza delle città di La Mecca e Medina e prezioso per l’abbondanza di petrolio. Questo ne ha favorito l’inarrestabile ascesa e ne ha plasmato la politica. In primo luogo, la gerontocrazia al potere punta alla promozione del sunnismo radicale (nella sua versione wahhabita) come strumento per espandere la propria influenza ed erigersi a benevola potenza egemone. L’hajj (il pellegrinaggio annuale a La Mecca) è l’occasione per il sovrano saudita di ribadire il proprio ruolo di Custode delle Sacre Moschee e di faro della comunità islamica e per raccogliere indirettamente approvazione politica da numerosi Governi mediorientali. Proprio in virtù del fatto che l’Iran rappresenta il contraltare ideologico al sunnismo saudita, la minoranza sciita presente nel Paese è sottoposta a costanti discriminazioni e repressioni: si teme che l’influenza di Teheran possa favorire l’organizzazione di gruppi ribelli capaci di minacciare la sicurezza del Regno e addirittura destituire gli Al Saud. Il controllo della popolazione, sparsa in regioni mal collegate fra loro, diventa una necessità per scongiurare colpi di Stato e per garantire un costante appoggio ideologico e politico ad un’élite che deve la propria supremazia esclusivamente alle rendite petrolifere. In secondo luogo, infatti, l’abbondanza di oro nero (presente nelle stesse province orientali in cui vive la minoranza sciita) ha trasformato un’area tribale in un moderno Stato redditiere, che mantiene la pace sociale grazie all’elargizione di benefici materiali, e che deve la propria supremazia regionale all’appoggio occidentale offerto in cambio delle risorse naturali. La libertà delle vie commerciali è, dunque, la chiave della stabilità interna: chiuso tra Bab el-Mandeb (Yemen) e lo stretto di Hormuz (Iran), il Regno sfrutta la massiccia forza navale per proteggere i propri interessi mercantili. Ecco che il fattore geografico diventa la chiave di lettura privilegiata per comprendere il desiderio saudita di mantenere lo status quo: i recenti sviluppi ne minacciano la supremazia politica, economica e religiosa proprio a vantaggio del nemico iraniano, inaugurando un periodo di evidente difficoltà sia fuori che dentro il Regno.

 

I numeri dell’Arabia Saudita

Popolazione: 31.521.000 abitanti (2014)
Percentuale sunnita: 83%
Percentuale sciita: 15%
Spesa militare: $80.2 miliardi annui (2014)
Forze armate saudite: 233.000 uomini
Produzione barili di greggio: 10 milioni al giorno (di cui 7 milioni sono esportati)

NEMICI, ALLEATI E STRATEGIE: COSA CAMBIA? – Persistenti minacce trasversali mettono in pericolo la stabilità di Riyadh e il suo ruolo di egemone regionale. Obiettivo primario degli Al Saud è la salvaguardia del proprio spazio vitale, ossia la Penisola arabica, perciò intervengono direttamente per contrastare i cambiamenti allo status quo stabilito da Riyadh e per arginare i pericoli alla sicurezza nazionale. La prima minaccia è sicuramente Teheran: la fine delle sanzioni significa il pieno reinserimento nei canali diplomatici e commerciali mondiali, nonché il disgelo con Washington. L’Iran, perciò, rischia di diventare il nuovo alleato occidentale privilegiato. Per questo, infatti, la conclusione dell’annosa questione del nucleare iraniano non è piaciuta a Riyadh, che ritiene, in quanto egemone, di avere un “diritto di veto acquisito” da esercitare per opporsi a qualsiasi cambiamento sfavorevole alla propria leadership. Il Regno, inoltre, teme l’inasprimento dei conflitti settari, il rinvigorimento delle fazioni sciite sia in patria che in tutta l‘area e la perdita della propria supremazia in Medio Oriente.

I sauditi, dunque, si impegnano direttamente e militarmente ad arginare le fazioni filo-iraniane, soprattutto nel vicino Yemen, integrando la propria strategia basata sul sostegno finanziario degli attori locali. Un’altra minaccia sono i movimenti estremisti sunniti: da un lato Al-Qaeda nella Penisola Araba (AQAP), impegnata nell’organizzazione di periodici attentati in tutta l’area e, dall’altro lato, lo Stato Islamico (IS), capace di mantenere le proprie posizioni in “Siraq” e dimostrare la debolezza strutturale delle forze di opposizione. Anche il ritorno dei combattenti sauditi impegnati in Siria, Iraq, Yemen e Libano può rappresentare un’ulteriore fonte di disordine, come già avvenuto in passato. Paradossalmente, infatti, proprio la strategia anti-terrorismo saudita di finanziamento delle milizie salafite in funzione anti-sciita e l’esasperazione della connotazione settaria hanno favorito la loro convergenza verso AQAP e IS, finendo col minacciare la sopravvivenza del regime saudita stesso. Sebbene Riyadh riesca a contenere le minacce lungo il confine, è consapevole della propria incapacità di risolvere, o più semplicemente ribaltare a proprio favore, i conflitti nei quali è coinvolta. Gli 80 miliardi di dollari stanziati per la spesa militare (2014) e il massiccio impiego di forze navali, aeree e terrestri non è sufficiente a stabilizzare lo Yemen e, in Siria, non impedisce il diretto coinvolgimento russo a sostegno di Teheran. Anzi, l’uccisione del combattente Zahran Alloush ha tolto ai sauditi il principale punto di riferimento. L’inasprimento delle relazioni fra sauditi e iraniani, inoltre, ha vanificato i precedenti sforzi diplomatici per trovare una soluzione condivisa alle crisi mediorientali.

Frustrata dallo stallo che ne sta rivelando debolezze e incapacità, l’Arabia Saudita è alla ricerca di consenso e sostegno dai vari alleati regionali, soprattutto dopo il graduale disimpegno degli Stati Uniti. Ecco, dunque, che l’esecuzione di sciiti e membri di AQAP e i bombardamenti agli edifici diplomatici iraniani nello Yemen sono l’estremo tentativo di dimostrare la propria autorevolezza. Nasce in quest’ottica anche la coalizione islamica anti-terrorismo, che punta ad arginare le fazioni filo-iraniane (Houthi, Hezbollah) e ad annientare i gruppi terroristici (AQAP, IS), nel tentativo di riunire sotto la guida saudita un compatto blocco anti-sciita pronto ad intervenire. Contrariamente a quanto sperato, i due maggiori Paesi sunniti (Pakistan e Indonesia) non aderiscono e Washington si dimostra indifferente all’iniziativa. Motivo di sconforto per Riyadh è anche la reazione del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), tradizionalmente sottomesso alla volontà saudita: l’Oman non intende rinunciare al proprio ruolo di mediatore né compromettere le relazioni con Teheran, mentre il Qatar, alla ricerca della propria autonomia politica, vede nell’Iran un futuro partner commerciale.

PETROLIO COME STRUMENTO DIPLOMATICO – Sebbene gli eventi non presentino un quadro congeniale agli Al Saud, i sauditi fanno leva sulla politica petrolifera per ostacolare l’Iran e ammonire gli alleati. Tuttavia anche questo potrebbe rivelarsi controproducente. Infatti, il mantenimento del regime autocratico si fonda proprio sulla distribuzione degli ingenti proventi petroliferi, senza i quali la dinastia perderebbe qualsiasi legittimazione popolare e religiosa. Si stima che Riyadh abbia accumulato un “cuscinetto” di 700 miliardi di dollari che potrebbe far fronte alla caduta del prezzo del petrolio per un periodo limitato, mentre Teheran, da decenni sottoposta a sanzioni, non avrebbe margine per rafforzare la propria politica estera. La mossa colpisce anche i produttori sgraditi agli Al Saud, a partire dalla Russia, che non è membro OPEC ed è il principale alleato sciita, gli Stati Uniti, che non hanno intenzione di assecondare eccessivamente Riyadh, e gli estremisti, che sostengono le loro milizie grazie alle rendite petrolifere e indeboliscono le posizioni saudite. In Arabia, intanto, si avvertono già i primi (preoccupanti) segnali: sono stati tagliati i sussidi al carburante ed è stata introdotta l’imposta sul valore aggiunto, oltre a discutere sulla possibilità di privatizzare una piccola parte dell’Aramco, il principale colosso petrolifero. A questo si aggiunge il protrarsi dei conflitti in corso: sono necessarie sempre maggiori risorse, e l’assenza di una solida coalizione, oltre all’esasperazione dell’elemento settario, ha ormai interessato a tal punto i sauditi che la diminuzione del loro coinvolgimento coinciderebbe con un’ulteriore perdita di prestigio. D’altro canto, la complessità delle crisi è tale da richiedere una seria trattativa diplomatica che riesca ad evidenziare gli interessi comuni, oscurare il contrasto sunniti-sciiti e far fronte comune contro la dilagante minaccia fondamentalista.

PROSPETTIVE –  La politica estera saudita deve fare i conti con alcune variabili:

 1) Posizione occidentale rispetto al nuovo status di Teheran – L’Occidente, convergendo sulla fine del regime sanzionatorio, ha dimostrato di voler riabilitare l’Iran e di voler intraprendere una proficua collaborazione. Riyadh ne risulterebbe danneggiata sotto vari profili (economico, politico, di prestigio) ma le sue risorse restano preziose per l’industria mondiale e gli alleati devono soppesare i rischi di una frattura con il Golfo
 2) Rafforzamento dell’IS e minaccia alla stabilità regionale – Sebbene i sauditi abbiano abbondantemente finanziato gruppi sunniti locali per fronteggiare le milizie sciite nei teatri di crisi, questi hanno finito per confluire verso lo Stato Islamico e AQAP. L’evoluzione è particolarmente preoccupante se si considera la loro volontà di annientare qualsiasi regime corrotto che non applica alla lettere la shari’a e che intrattiene rapporti con l’Occidente. L’incapacità di frenare il dilagare dell’ideologia fondamentalista preoccupa tutto il Golfo e può diventare il terreno sul quale costruire una proficua collaborazione, coinvolgendo anche il rivale iraniano, la cui guida suprema è religiosa. Può diventare anche l’occasione di creare una maggiore coesione all’interno dell’Islam senza esasperare le differenze settarie. Si tratta di uno scenario comunque piuttosto remoto perché nessuno dei due Paesi è attualmente disposto a fare il primo passo.
3) Rinvigorimento delle fazioni sciite in Arabia e nelle crisi locali – La fine delle sanzioni porterà all’Iran notevoli entrate da destinare sia al miglioramento della gestione interna delle risorse, sia alla sponsorizzazione dello sciismo rivoluzionario su scala regionale. Sono soprattutto due gli aspetti cruciali per i sauditi: il protrarsi dei conflitti in Siria, Iraq, Libano, Yemen e il rinvigorimento della minoranza sciita nel Regno. Da una parte, il continuo dispendio di denaro e forze inciderebbe sulle abbondanti riserve saudite nel lungo periodo (soprattutto con il perdurare del petrolio a basso costo); dall’altra, la presenza degli sciiti proprio nella regione orientale (ossia quella dove si concentrano le risorse naturali saudite) potrebbe mettere a rischio le normali attività produttive, a maggior ragione se Teheran finanzia eventuali insorgenze.
4) Effetti di breve e medio periodo delle politiche petrolifere – I sauditi dispongono delle più vaste riserve di petrolio e, in virtù di ciò, possono intervenire a proprio piacimento sul prezzo di vendita come strumento politico per ostacolare Paesi rivali. Tuttavia, la natura del suo regime (monarchia assoluta e Stato redditiere) impedisce ai governanti di continuare con la “svalutazione” del greggio: gli Al Saud devono garantirsi stabilità e legittimazione attraverso la distribuzione di benefici materiali a tutta la popolazione, non potendo contare su alcuna forma di approvazione ideologica e politica, dunque, dovrebbero assicurarsi che tali politiche non siano dannose nel lungo periodo più per Riyadh che per Teheran. Intervenire sul prezzo del petrolio non può essere la strategia per affrontare i mutamenti in Medio Oriente, né per ostacolare l’ascesa di un rivale. Se nel breve periodo gli Al Saud hanno riserve sufficienti a mantenere pressoché immutato il loro regime rentierista, a lungo termine l’economia crollerà su se stessa, travolgendo la dinastia.
RISCHI

Le strategie saudite portano con sé i seguenti rischi

  1. Inasprimento della contrapposizione sciiti-sunniti
  2. Peggioramento delle crisi locali senza possibilità di mediazione
  3. Instabilità interna (minoranza sciita e ritorno dei combattenti)
  4. Decurtazione delle riserve finanziarie accumulate e prime manifestazioni di scontento popolare
  5. Progressivo isolamento rispetto agli alleati regionali e occidentali
VARIABILI

  1. Disponibilità di Riyadh e Teheran a convergere sulle minacce comuni
  2. Disponibilità di Riyadh a impegnarsi proficuamente nella lotta anti-terrorismo senza connotazioni settarie
  3. Maggiore disponibilità alla soluzione diplomatica
  4. Spese militari nelle crisi locali
  5. Ricavi petroliferi con un prezzo inferiore ai 30 dollari

Sveva Sanguinazzi

 

 

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