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La deterrenza nucleare

Miscela strategica – L’avvento dell’arma nucleare ha comportato un cambiamento radicale nella strategia del confronto tra potenze. L’evoluzione della dottrina di deterrenza statunitense mostra l’interazione tra equilibri strategici e fattori tecnologici. 

LA RIVOLUZIONE NUCLEARE – In un precedente articolo si è messo in evidenza come esistano due modalità per il perseguimento del fine ultimo della deterrenza, il mantenimento dello status quo. Queste due strade sono definite in inglese come deterrence by denial e deterrence by punishment. La prima strategia, che si fonda sull’idea che forti forze difensive possano convincere la parte opposta a non attaccare, richiede che le forze che si interpongono tra l’avversario e il suo obiettivo siano sufficienti – in numero, mezzi e qualità – a resistere alle capacità nemiche, altrimenti l’effetto deterrente non potrà essere raggiunto. In virtù di ciò, la deterrence by denial si caratterizza anche per l’elevata quantità di risorse necessarie. L’alternativa presentata dalla deterrence by punishment è stata per lungo tempo impraticabile. Se una strategia di denial è da sempre rintracciabile nel pensiero strategico, una strategia fondata sulla deterrence by punishment necessita soprattutto di mezzi dal potere distruttivo capace di infliggere danni inaccettabili e dalla capacità di questi ultimi di superare le difese nemiche. Proposte per tali strategie cominciarono ad emergere con l’affermazione dell’aeronautica e lo sviluppo di esplosivi e armi chimiche e biologiche, ma ancora il potenziale distruttivo era insufficiente. Tutto ciò cambiò con l’arrivo della bomba a fissione (bomba atomica). Sin dall’inizio la capacità distruttiva dell’ordigno, l’ottimo rapporto tra costi ed effetti e la relativa certezza di successo nel fare breccia attraverso le difese resero l’arma atomica perfetta per l’applicazione di strategie di deterrence by punishment. La nuova arma ridefinì il panorama strategico in quella che è stata definita la “rivoluzione nucleare”.

NUMERI

  • 9 Stati possiedono armi nucleari: USA, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Israele, Corea del Nord;
  • Nel mondo vi sono in totale circa 15850 testate, di cui circa 4300 schierate.
  • Gli arsenali di Stati Uniti e Russia costituiscono circa il 93% di tutte le testate nel mondo.

L’EVOLUZIONE DELLA DETERRENZA AMERICANA – Se dubbi potevano ancora esistere circa l’impatto senza precedenti dell’arma atomica, questi erano destinati a dissiparsi con l’ampliamento degli arsenali, ma soprattutto lo sviluppo delle testate termonucleari (le bombe a fusione, note anche come bombe all’idrogeno), il cui potenziale distruttivo è assai maggiore, rendendo quasi superflua la selezione degli obiettivi ed eliminando, sul versante strategico, ogni possibilità di discriminazione tra quelli militari (oggetto delle strategie controforze) e quelli civili (oggetto delle strategie controvalore). In un primo momento il monopolio sull’armamento nucleare di cui godevano gli Stati Uniti permise all’amministrazione Eisenhower di adottare la dottrina di “Massive Retaliation”, che, sfruttando le nuove possibilità del bombardamento strategico, permise la riduzione delle forze convenzionali pur mantenendo la deterrenza dell’URSS. Ma quando il monopolio statunitense terminò, a seguito del dispiegamento di un arsenale nucleare sovietico in grado di raggiungere il continente americano, la “Massive Retaliation” divenne inadatta a determinare le politiche di Washington. Allo stesso tempo, la combinazione delle testate nucleari con i missili diede un incontrastato vantaggio a una postura offensiva che minacciava di lasciare disarmato il nemico dopo un devastante primo colpo rivolto alle opposte forze nucleari. La necessità di uscire dall’instabilità così generata portò alla formulazione della dottrina “Mutually Assured Destruction” (MAD). La deterrenza era così ottenuta minacciando le conseguenze di una guerra termonucleare totale, che per via della potenza delle armi termonucleari e delle conseguenze globali di lungo termine causate dal fallout avrebbe reso la vittoria impossibile o comunque priva di alcun significato a seguito della magnitudine della devastazione. Le superpotenze si garantirono perciò la capacità di sferrare un secondo colpo di rappresaglia garantendo la sopravvivenza di una porzione sufficiente del proprio arsenale. Ciò si ottenne attraverso l’accrescimento delle misure di protezione delle testate (ad esempio con l’irrobustimento dei silos), l’ampliamento degli arsenali, la creazione di sistemi di early warning e la diversificazione del proprio deterrente tramite la cosiddetta triade nucleare (ICBMs, SLBMs e bombardieri strategici). La MAD era tuttavia destinata a essere messa ben presto in difficoltà dai problemi causati dalla deterrenza estesa, ovverosia l’estensione dell’ombrello di sicurezza americano a varie altre regioni, come ad esempio l’Europa. L’ipotesi che si passasse da uno stato di pace a uno di guerra termonucleare totale sembrò priva di credibilità, soprattutto qualora l’attacco sovietico non fosse avvenuto direttamente contro gli Stati Uniti. In aggiunta, l’arrivo della parità di forze tra Washington e Mosca e l’impegno di quest’ultima verso il tradizionale obiettivo strategico della vittoria militare nonostante le implicazioni di una guerra termonucleare (rifiutando quindi l’impianto logico della MAD) minarono ulteriormente la sostenibilità della dottrina americana. Era necessario trovare, per Washington, soluzioni intermedie e a ciò mirava la dottrina “Flexible Response”. L’abbinamento della risposta flessibile con un nuovo set di armi nucleari utilizzabili a livello tattico e di teatro rese la guerra nucleare limitata (LNW) una soluzione a prezzi ragionevoli, specie agli stadi più bassi dell’escalation. A partire dagli anni sessanta e per i successivi vent’anni furono esplorati nel dibattito teorico tutti i gradi dell’escalation, imprimendo alla deterrenza americana una decisiva evoluzione che la fece allontanare dalla semplice deterrence by punishment, per avvicinarla invece alla più complessa deterrence by denial, senza tuttavia risolvere dilemmi teorici che in assenza di dimostrazioni concrete erano destinati a dominare il dibattito. Perché da un lato la prospettiva di un possibile ingaggio diretto limitato, che permettesse di evitare le conclusioni assolute di un conflitto termonucleare totale, sembrava indebolire la deterrenza invece di rafforzarla; ma d’altro canto mai cessò di essere messa in dubbio la possibilità che un confronto limitato potesse realmente evitare di degenerare in un’escalation senza soluzione di continuità che non fosse la distruzione mutua assicurata, elemento che all’opposto pareva rafforzare le capacità deterrenti delle dottrine di LNW.

IL LASCITO DELLA RIVOLUZIONE – Come già sottolineato, l’impatto dell’arma nucleare è stato incalcolabile. La sua apparizione ha ridefinito permanentemente la strategia, sebbene sia necessario fare dei distinguo. Nel contesto della Guerra Fredda gli arsenali nucleari furono grandi equalizzatori dei rapporti fra le superpotenze. I campi di battaglia furono influenzati enormemente dalle necessarie rielaborazioni del pensiero strategico classico, che cambiò prendendo in prestito la teoria dei giochi; quest’ultima è simbolo di come il nuovo strumento fosse concepito come capace di superare le differenze politiche, sociali e culturali tra gli attori rendendoli tutti, necessariamente, rispondenti a modelli comportamentali razionali universalmente validi (discorso mai esteso agli attori non statali, considerati guidati da differenti elementi e per questo fatti divieto di, ed ostacolati nel, possesso di tali armi). E tuttavia, allargando lo sguardo oltre il confronto fra potenze, la bomba nucleare si dimostrò inadatta ad un qualsiasi ruolo sul campo di battaglia. L’elemento politico presente nel fenomeno bellico obbligò, ed obbliga, a pensare oltre il conflitto in corso ed alla necessità di poter governare sul territorio interessato. La validità di tali considerazioni continua anche ora che i vincoli posti dal confronto bipolare sono venuti meno. Stati non nucleari e attori non-statali possono ingaggiare le potenze nucleari noncuranti degli arsenali di queste ultime; in questo scenario l’arma nucleare altro non è che un’assicurazione dei suoi possessori contro andamenti eccessivamente negativi del confronto convenzionale, come la dottrina russa esemplifica.

LE VARIABILI INFLUENTI – Quali sono, in definitiva, alcune delle variabili che influiscono sulla deterrenza nucleare?

  • Tecnologie offensive e difensive 
  • ABM 
  • Numero di possessori e dimensione degli arsenali 
Una delle più importanti è l’equilibrio tra offesa e difesa. In tal senso, la tecnologia attualmente a disposizione favorisce impieghi offensivi oppure difensivi? Lo scenario presentatosi al termine degli anni Cinquanta illustra perfettamente l’impatto che tale variabile può avere: il possesso da parte di entrambe le superpotenze di un arsenale che favoriva l’impiego per un primo colpo obbligò al superamento di una dottrina come la “Massive Retaliation” e a ricercare, date le conseguenze inaccettabili di un conflitto termonucleare, una configurazione stabile per una rivalità che era divenuta eccessivamente instabile. 
Strettamente connessa al discorso appena svolto sull’impatto delle tecnologie, è la questione della difesa antibalistica. Se fosse possibile schierare un sistema difensivo che protegga totalmente (o con una efficienza accettabile) il proprio territorio da un attacco, la deterrenza messa in opera dall’arsenale nucleare avversario verrebbe meno, garantendo così una maggiore libertà di azione al possessore di una tale tecnologia difensiva. Allo stato attuale, tuttavia, non sembra ipotizzabile un sistema che garantisca da un attacco lanciato con un arsenale di grandi dimensioni. 
Il numero di possessori di un arsenale nucleare può influire pesantemente sui requisiti per un deterrente efficace. Sinora si sono sperimentati solamente l’unipolarismo e il bipolarismo nucleari; il primo ebbe luogo dal 1945 sino alla seconda metà degli anni Cinquanta, periodo nel quale gli Stati Uniti godevano del monopolio su di un arsenale nucleare. Quando l’Unione Sovietica schierò anch’essa un proprio deterrente, il mondo entrò in una fase di bipolarismo nucleare. I Paesi che successivamente si aggiunsero con i propri arsenali non cambiarono nella sostanza la condizione di bipolarismo per via delle rigidità degli schieramenti causati dalla Guerra Fredda. Il caso della Cina, che si svincolò dall’Unione Sovietica a partire dagli anni Sessanta, non incise per via della sempre dichiarata dottrina di “no first use” e per via delle ridotte dimensioni del proprio arsenale. In effetti, l’ordine di grandezza degli arsenali americano e sovietico impedì l’emergere di un qualsiasi possibile terzo polo che creasse una condizione di multipolarismo nucleare. Non essendosi mai concretizzato, poco si può ipotizzare senza azzardo riguardo le conseguenze di un multipolarismo nucleare; per certo l’ottenimento di uno stato di deterrenza sarebbe più complicato, perché ogni polo dovrebbe essere in grado di garantirsi capacità di risposta non solo da un secondo polo, ma anche da un terzo, che potrebbe trarre vantaggio da un iniziale conflitto tra i primi due per poi intervenire una volta che questi sono indeboliti e ottenere così il predominio. 

 RISCHI

  • Destabilizzazione causata da avanzamenti tecnologici
  • Falle nei sistemi di comando e controllo

VARIABILI

  • Fattori tecnologici
  • Difesa ABM
  • Numero di attori in possesso di arsenali nucleari
  • Grado di vulnerabilità del deterrente 

Matteo Zerini

Foto: poniblog

1 comments
Bruno Nieddu
Bruno Nieddu

Tutti i concetti e tutte le dottrine finora elaborati vanno in crisi

di fronte al fatto che l'arma nucleare sta entrando  in possesso

di un crescente numero di paesi, specie quelli tendenzialmente più aggressivi

o instabili.

Le probabilità che qualcuno usi queste armi cresce in proporzione diretta col numero

di paesi che ne dispongono.

Questo è quanto: le elucubrazioni o le contorsioni mentali non portano ad un granchè.