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Venezuela: la crisi economica che spaventa il chavismo

In 3 sorsi – Il crollo del prezzo del petrolio cominciato più di un anno fa mina le basi del consenso popolare di cui la rivoluzione bolivariana del Presidente Chávez ha goduto in questi anni. Calo del PIL e relativo aumento di disoccupazione e inflazione stringono il Venezuela in una morsa pericolosa.

1. GLI EFFETTI DELLA CADUTA DEL PREZZO DEL PETROLIO  L’economia venezuelana si basa principalmente sulla produzione di petrolio. Il Paese è infatti il dodicesimo produttore mondiale di petrolio, e questo costituisce il 96% delle sue esportazioni. Il boom del greggio degli ultimi 15 anni, con il barile oltre i 100 dollari. ha permesso una vistosa crescita economica, consentendo al Presidente Hugo Chávez di promuovere politiche di distribuzione della ricchezza e politiche sociali a sostegno dell’istruzione e della salute che hanno contribuito al successo della sua ideologia bolivariana del socialismo del XXI secolo. Gli eventi geopolitici dell’ultimo anno e mezzo, però, hanno danneggiato in maniera grave il Paese. La crisi economica mondiale scoppiata nel 2008 ha causato una diminuzione della domanda, mentre dall’altra parte l’OPEC (l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) ha deciso, con il sostegno degli Stati mediorentali, di mantenere invariata l’offerta, molto probabilmente per tentare di estromettere dal mercato lo shale oil statunitense, poco competitivo a prezzi così bassi. Inoltre il recente accordo sul nucleare iraniano potrebbe aprire il mercato mondiale al petrolio iraniano. Tutti questi elementi hanno spinto il prezzo del barile sotto i 50 dollari. Naturalmente, gli effetti di questa caduta del prezzo si sono abbattuti in modo particolare su quei Paesi le cui economie dipendono quasi esclusivamente dal commercio di questa preziosa risorsa, come il Venezuela. Infatti, nonostante il presidente Chávez abbia tentato di portare avanti una politica economica di nazionalizzazione del sistema produttivo anche in settori industriali diversi da quello energetico, nel Paese non c’è stata una vera e propria diversificazione economica. Di conseguenza, il crollo del prezzo del petrolio gioca un ruolo devastante per le casse dello Stato.

Fig. 1 – L’impronta lasciata da Hugo Chávez nella gestione dell’economia venezuelana è ancora evidente

2. GLI ALTRI EFFETTI A LIVELLO MACROECONOMICO La caduta del prezzo del petrolio ha per il Venezuela una serie di effetti collaterali sui principali indicatori economici, come PIL, disoccupazione e inflazione. Prendendo il 2014 come anno di riferimento, le minori entrate derivanti dalle esportazioni petrolifere hanno causato una recessione del 2.9%. In particolare, il settore dell’agricoltura ha registrato -4.0%, quello industriale -6.5% e quello dei servizi -0.8%. La spesa pubblica destinata a stipendi pubblici, pensioni, sussidi e alle missioni, vale a dire quei programmi di politica sociale (sanità, istruzione, assistenza) miranti a migliorare le condizioni di vita delle classi più povere, è aumentata solo dello 0.9%. Il Governo venezuelano tenta da anni di portare avanti un progetto di industrializzazione forzata per tentare di produrre in loco molti prodotti e beni di prima necessità che attualmente vengono importati dall’estero. Questa visione di politica economica conduce alla nazionalizzazione di interi settori produttivi e all’espropriazione di molti terreni agricoli. Ciononostante non si sono verificati grandi progressi in questo campo, e quindi l’economia venezuelana continua a dipendere dai sempre più volatili introiti petroliferi, vista la mancanza di investimenti stranieri. Sempre nel 2014 vi è stata una riduzione delle esportazioni e delle importazioni di merci e servizi rispettivamente del 6.2% e del 12.2%; i consumi privati sono diminuiti del 3.1%, mentre la domanda interna è scesa del 5.7%. La disoccupazione si è attestata alla fine dell’anno al 7%, anche se mancano dati ufficiali per quanto riguarda il 2015.

Fig.2 – Gli scaffali dei supermercati venezuelani sono sempre più vuoti

3. L’INFLAZIONE, MADRE DI TUTTE LE PREOCCUPAZIONI – La diminuzione di importazioni di beni di prima necessità ha portato a un aumento considerevole dei prezzi, facendo schizzare il tasso di inflazione al 62% nel solo 2014. Il Governo ha tentato di rispondere calmierando i prezzi di alcuni alimenti e razionalizzando le scorte attraverso un rigido controllo per l’accesso dei supermercati, al fine di evitare che le persone facciano la spesa più volte. Tutto questo, però, ha portato a una sempre più frequente mancanza di beni di prima necessità e a una crescita esponenziale del mercato nero, in cui i prodotti vengono venduti a un prezzo di gran lunga maggiore. La situazione economica generale del Paese è ben descritta dal professor Pablo Polo, responsabile della facoltà di economia dell’Università di Valencia: «Gli introiti derivanti dal petrolio hanno permesso al Governo di essere abbastanza largo nella distribuzione del denaro. Tutto ciò ha portato al collasso del processo produttivo, perché con il dollaro assistito, qualsiasi cosa era più conveniente comprarla fuori, piuttosto che produrla nel Paese. Quindi non c’è stata diversificazione economica. Le uniche imprese che sono rimaste nel Paese sono quelle che producono beni che non si trovano nel mercato internazionale. Quando il Governo ha smesso di ricevere il flusso di dollari (perché il prezzo del petrolio è diminuito) le importazioni sono diminuite. Non ci sono dollari, non si importa e non si produce niente per mancanza di materie prime, anch’esse importate. Qual è la risposta del Governo? Stampare soldi aumentando così l’inflazione». Il paradosso che si viene a creare è che nonostante i prezzi siano calmierati occorre stampare sempre più moneta. Cosa si potrebbe fare? Secondo alcuni analisti occorrerebbero misure per stimolare l’imprenditoria e il mercato interno, attualmente poco competitivo a causa della scarsità del numero dei produttori. Si potrebbe procedere inoltre a graduali privatizzazioni e liberalizzazioni di alcuni settori senza per questo dimenticare o trascurare le buone cose fatte negli anni precedenti in termini di assistenza sociale e contrasto alla povertà.

Antonio Strillacci

 Un chicco in più

La grave situazione economica incide anche sulla sfera politica del Paese. Il 6 dicembre 2015 si sono svolte le elezioni per il rinnovo dei 167 deputati del Parlamento monocamerale. La maggioranza (112 seggi) è stata conquistata dall’opposizione riunita nella Mesa de la Unidad Democratica, una coalizione in cui sono confluiti partiti di centro, centrosinistra e centrodestra. Il Partito di Unità socialista del Venezuela guidato da Hugo Chavez prima e da Maduro poi, ha conquistato i rimanenti 55 seggi. Ora il Presidente Maduro dovrà governare con un Parlamento che gli è contrario. 

Foto: Wilfredor

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