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Messico: la cattura del “Chapo” oltre il successo mediatico

La cattura del latitante “El Chapo” ha un ottimo impatto internazionale per l’immagine del Governo. In realtà, la situazione economica e sociale del Messico è più critica di quanto si potrebbe immaginare

LA LOTTA AL NARCOTRAFFICO: RISULTATI POSITIVI – Grande successo per l’amministrazione di Peña Nieto che è riuscita con un blitz spettacolare (8 gennaio scorso) a riportare in carcere uno dei massimi esponenti del narcotraffico messicano. L’intervento a Los Mochis (nello Stato di Sinalo) regala al Presidente Peña Nieto un successo che rilancia la sua immagine internazionale. Merito della polizia ovviamente, ma anche di una perfetta risonanza mediatica legata alla ripresa dei concitati momenti della cattura. Esito positivo e riabilitazione del Presidente dinanzi all’opinione pubblica internazionale grazie anche all’avvio di un processo di estradizione per il narcotrafficante verso le più sicure prigioni statunitensi. Ma qui, superato l’impeto del momento, si inizia a inceppare il regolare iter, in quanto la procedura di estradizione è stata sospesa e potrebbe riprendere tra un anno. Tutto ciò appare come un “non ufficiale” dietrofront di un’amministrazione che a detta di esperti si ritroverebbe, in caso di estradizione, a fare i conti con una serie di confessioni politicamente scomode da parte di “El Chapo”, tanto da mettere a rischio politici e dirigenti di diversi livelli e settori. Quanto accadrà in concreto lo si saprà con il prosieguo del processo, ma tale situazione ci è utile per mettere a fuoco la situazione di questo Paese, che al di là del successo mediatico di questi giorni, vive in una situazione di forte instabilità economica e sociale.

Fig. 1 – L’arresto di Joaquin Guzmán Loera, più conosciuto come “El Chapo”

LA LOTTA AL NARCOTRAFFICO: RISULTATI NEGATIVI – Partiamo proprio dal narcotraffico, una delle più grandi attività economiche reali del Paese. Il Messico è in cima alla lista come esportatore di cocaina e marjuana, favorito da una posizione strategica ineguagliabile, in quanto confina con il più grande mercato di sbocco delle sostanze stupefacenti, gli Stati Uniti. Un confine caldo quindi, lungo il quale, nonostante gli sforzi, non si riesce mai a giungere a uno stabile controllo dei flussi di merci e di persone. Infatti dal Rio Bravo, oltre a droga e armi, transitano i numerosi immigrati che dal Centro America (non solo messicani quindi) cercano miglior fortuna in territorio statunitense. Facile dedurre, quindi, come la gestione dei flussi di droga e di immigrati clandestini rappresentino attività altamente remunerative, e che quindi sono alla base di sanguinari scontri tra cartelli della droga. Chi controlla l’accesso al mercato di sbocco detiene le redini del mercato e tale valutazione non fa eccezioni nemmeno nelle attività illecite. La competizione tra cartelli della droga si consuma a suon di pallottole e mediante la gestione di una rete clientelare vasta e trasversale. Tutto è business per gli oltre sette cartelli della droga che con le buone o le cattive si dividono il mercato. Tuttavia, l’effetto distorsivo di un impero tanto illecito quanto remunerativo è la paradossale capacità di creare benessere sociale andandosi a sostituire allo Stato. I narcotrafficanti arruolano nella loro organizzazione numerose persone che difficilmente riuscirebbero a trovare altro sostentamento se non nell’attività illegale. Un meccanismo che, se da un lato accresce la coesione sociale intorno al cartello di appartenenza, dall’altro amplia il controllo di questo nei confronti della comunità, tanto da permettere di censire oltre il 50% dei comuni sotto il controllo diretto o indiretto di narcotrafficanti. Ciò lascia dedurre l’alta probabilità che un cartello annoveri tra le proprie fila amministrazioni pubbliche, imprenditori e forze dell’ordine. Un meccanismo che si riproduce anche in Colombia – dove risiedono i produttori di cocaina – e Giamaica, luoghi nei quali in passato si è potuto assistere a veri e propri lutti cittadini in occasione della scomparsa di massimi esponenti della malavita.
Ma perché vi è consenso sociale intorno al narcotraffico? Innanzi tutto genera facile ricchezza e offre, purtroppo, una reale alternativa all’immobilità occupazionale. Infatti, se da un lato la disoccupazione nazionale si attesta intorno al 4%, è anche vero che oltre il 50% dalla popolazione risiede nelle aree metropolitane, andandosi a concentrare in aree capaci di generare ricchezza. Il resto della popolazione che rimane nei paesi o nelle zone rurali ha un basso impatto sulle statistiche, ma da queste ottiene tutti gli effetti negativi: alto tasso di omicidi e violenza, sottoccupazione, continui flussi di emigrazione verso aree metropolitane nazionali o straniere. Condizione difficile da controbilanciare soprattutto se si evidenzia una deficitaria presenza dello Stato in queste aree. Un vuoto che, come visto, viene spesso e volentieri colmato dai cartelli della droga.

Fig. 2 – La lotta al narcotraffico in Messico è ancora lontana dal giungere a una conclusione

L’ECONOMA MESSICANA E LA CRISI DEL 2008 – Ci si può domandare come mai, visti i bassi indici di disoccupazione, l’economia messicana venga descritta come in affanno. I problemi sono principalmente due, e amplificano i propri effetti in quanto interconnessi tra loro: assenza di una diversificazione dei propri partner commerciali e mancanza di politiche atte a rinvigorire i settori forti dell’economia reale messicana. Dal punto di vista del mercato di sbocco, il Messico, fino al 2008, riversava oltre l’80% del suo export nel mercato statunitense, legando indissolubilmente la propria economia a quella di Washington. Tale strategia, dettata da un mero discorso di prossimità, non ha fatto altro che porre l’economia messicana in una posizione vulnerabile alle contrazioni della domanda interna statunitense. La crisi del 2008 ha annoverato infatti tra le sue prime vittime il Messico, sia per una congettura finanziaria, sia per una contrazione della domanda di beni nel mercato nordamericano. Ma se da un lato le economie finanziarizzate di mezzo mondo subivano gravi recessioni, in Asia si sfruttava il momento per riversare il proprio capitale finanziario e produttivo all’esterno della regione, andando a inondare le economie e i mercati di ogni latitudine. Una manovra che ha permesso ad esempio a Pechino di entrare agevolmente nel mercato statunitense con i propri prodotti manifatturieri e/o semilavorati, andando in diretta competizione proprio con il “made in Mexico”. Situazione alla quale il Messico non ha saputo rispondere in maniera pronta e ottimale, rimanendo statico su una struttura produttiva vecchia e incapace di competere con le prestazioni (qualità/prezzo) dell’export cinese. Il risultato è stata una progressiva ascesa delle importazioni statunitensi provenienti dalla Cina e una variazione di segno opposto delle importazioni provenienti dal Messico.

Fig. 3 – L’economia messicana tra modernizzazione e difficoltà

L’ECONOMA MESSICANA OGGI  In termini di economia reale, il 2015 si è chiuso con un risultato positivo, pur rimanendo alto il vincolo commerciale con gli Stati Uniti (assorbe circa il 74% dell’export messicano). Crescita economica che secondo l’OCSE è da considerarsi strettamente legata al pacchetto di riforme strutturali introdotte dal Governo di Peña Nieto nella prima metà del suo mandato. Riforme che cercano di snellire il settore privato in ogni suo comparto in modo da renderlo più reattivo all’innovazione e alla competitività internazionale. Telecomunicazioni, energia, fisco, sono solo una parte dei dodici ambiti di azione del pacchetto di riforme che vanno a riscrivere anche le regole del mercato del lavoro. Come visto in termini statistici si sono avuti buoni risultati occupazionali e un tasso di crescita del PIL superiore al 2%, con una previsione inflazionistica per il 2016 contenuta a meno del 3,5%. Buoni numeri considerando che subito dopo il 2008 l’economia messicana arrancava, con una crescita del PIL che ha raggiunto persino valori pericolosamente negativi (-6% nel 2009). Ma gli analisti della Banca Mondiale sono molto cauti sulla sostenibilità di questa crescita, in quanto potrebbe risentire in un prossimo futuro dell’attuazione del TTIP tra Europa e Stati Uniti. Un’unione commerciale che porterebbe, in previsione, le esportazioni di Città del Messico a una misera crescita del 4,7% nel periodo 2014-2030. In poche parole, una catastrofe prima economica e a seguire sociale per via della polverizzazione di migliaia di posti di lavoro nel paese.

PERICOLI FINANZIARI – Un’economia, dunque, che, come visto sin qui, vive la crescita del presente con grandi paure per il prossimo futuro; futuro che passa anche dal settore finanziario, in cui l’economia del Paese potrebbe risentire di un probabile deprezzamento competitivo di alcune monete. Ad oggi si vive un altalenante andamento delle Borse, che risentono della contrazione del mercato cinese. La risposta di Pechino potrebbe essere il deprezzamento della moneta con conseguente aumento della competitività in termini di economia reale e che potrebbe (quasi sicuramente) avere effetti negativi per il Messico  – che ad oggi in borsa continua a perdere terreno nei confronti del dollaro americano, intaccando in negativo la propria bilancia commerciale. Proprio per le congiunture internazionali (prezzo del petrolio al ribasso e contrazione cinese) la cattura di “El Chapo” non ha avuto alcun effetto positivo per la Borsa messicana che continua ad arrancare tra terziarizzazione dell’economia, de-industrializzazione e privatizzazione. In quest’ultimo caso è utile sottolineare come un eccesso di fiducia nelle liquidità ottenute dalla vendita di aziende nazionali o dal rilascio di concessioni per lo sfruttamento petrolifero, rappresenta in realtà un espediente di breve termine che in prospettiva relega il Paese a importatore netto di beni producibili internamente, e quindi strutturalmente non autosufficiente. Paradossi del libero mercato che sembrano sancire il successo di oggi (riforme strutturali) e il fallimento di domani (effetti della borsa finanziaria e del TTIP) in un’ottica di insostenibilità del modello stesso nel lungo periodo.

William Bavone

Un chicco in più

Un  recente sondaggio sulle riforme strutturali introdotte dal Governo messicano e avente quali interlocutori i 716 maggiori imprenditori del Paese, esplica come vi sia una generale visione negativa su tale pacchetto di riforme. Nello specifico, vi è un bilancio negativo tra attese e risultato reale in termini di riforma fiscale (per il 94% degli intervistati), riforma politica (84%), riforma del mercato del lavoro (73%) e  riforma finanziaria (57%). Maggiori chiarimenti vengono esplicati dalla rivista Forbes.

Per una disamina della composizione attuale della bilancia commerciale degli Stati Uniti e della sua composizione in termini di import ed export vi invitiamo a visitare il sito dell’OEC ( Observatory of Economic Complexity)

Sulle preoccupazioni messicane in merito alla situazione finanziaria attuale è interessante la visione del Governatore del Banco de MéxicoAgustín Carstens. Sempre in chiave finanziaria la preoccupazione viene esplicitata anche dal ministro delle Finanze messicano Luis Videgaray. 

Foto: Georg Sander

2 comments
Bruno Nieddu
Bruno Nieddu

Troppa gente in uno spazio troppo piccolo e con poche risorse.

Ormai il business della droga è parte integrante dell'economia messicana e finchè

i prezzi delle droghe non dovessero abbassarsi al di sotto di altri generi molto più basilari

la cosa andrà avanti: morto un chiapo se ne fa un altro, purtroppo.