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Il New Deal made in Canada

In 3 sorsi – La vittoria del Partito Liberale del Canada segna una svolta per la barcollante economia canadese: il neo-premier Justin Trudeau ha promesso, infatti, una forte espansione della spesa pubblica. Altre questioni fondamentali nei prossimi mesi saranno la ratifica della Trans-Pacific Partnership e il completamento della Keystone XL Pipeline.  

1. HARPER E L’AUSTERITY La portata della crisi economica iniziata nel 2008, che aveva piegato la quasi totalità delle grandi potenze globali, non era riuscita, in un primo momento, a scalfire l’economia canadese, forte della solidità delle sue banche e di una prospera domanda interna. Ciononostante, il rallentamento della crescita dell’economia globale e lo scoppio della crisi energetica hanno posto fine alla notevole performance canadese. A peggiorare la situazione sono stati anche il crollo del prezzo delle materie prime poco prima dell’inizio della campagna elettorale e il raffreddamento dei rapporti con gli Stati Uniti, dovuto anche a un approccio arrogante da parte dell’esecutivo nella questione della Keystone XL Pipeline, l’oleodotto in cantiere ormai dal 2010 di vitale importanza per il futuro del Paese. Trudeau, infatti, ha ricordato la serie di errori commessi dai conservatori nei confronti del Governo americano, in particolar modo la sequenza di ministri canadesi che si sarebbero recati negli Stati Uniti per “dare lezioni” all’amministrazione Obama. Le politiche di austerity implementate come risposta dal Governo conservatore di Stephen Harper, Primo ministro in carica dal 2006, e gli annessi tagli alle tasse per i più abbienti, non sono riuscite a suscitare gli entusiasmi della classe media canadese. Dopo mesi di campagna elettorale, il Liberal Party of Canada, partito di tradizione centrista guidato dal carismatico Justin Trudeau, figlio di Pierre, Primo ministro tra gli anni Settanta e Ottanta, ha ottenuto un’inaspettata e schiacciante vittoria. I liberali, considerati il “partito naturale di Governo”, avendo governato per un totale di sessantanove anni nel ventesimo secolo (più di qualsiasi altro partito in un Paese sviluppato), hanno così riconquistato la maggioranza assoluta dei seggi dopo la sconfitta del 2011, quando erano stati relegati a terza forza parlamentare. Il risultato è stato ottenuto, però, scavalcando a sinistra il New Democratic Party, partito d’ispirazione invece socialdemocratica, un cambiamento che molti hanno fatto pesare a Trudeau.

Fig. 1 – Stephen Harper ha da poco passato la mano a Justin Trudeau

2. RITORNO AL NEW DEAL – Trudeau, quindi, eredita un Paese in difficili condizioni economiche, entrato ufficialmente in recessione nei primi due trimestri del 2015, motivo per il quale il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha tagliato le prospettive di crescita più che per ogni altra grande economia mondiale. Il piano di Trudeau, annunciato platealmente e a più riprese durante la campagna elettorale, è di ricorrere ad un sistematico deficit di bilancio per i prossimi tre anni, per un totale di dieci miliardi l’anno. Questo si tradurrebbe nel raddoppio degli investimenti federali in infrastrutture, che arriverebbero così a 125 miliardi di dollari canadesi all’anno nel corso del prossimo decennio, spaziando dai trasporti pubblici fino a infrastrutture di carattere sociale, come nuovi alloggi per anziani. In un’intervista rilasciata alla Canadian Broadcasting Company (CBC), la televisione di stato canadese, Harper si è pronunciato apertamente contro una simile politica, facendo notare che gli investimenti in infrastrutture erano già stati triplicati durante il suo mandato, e che il raddoppio promesso rappresenterebbe semplicemente un ritorno alla vecchia politica del “tassa e spendi”. Il piano di investimenti volto a stimolare la crescita economica del Paese sarebbe attuabile, a detta di Trudeau, grazie ai tassi d’interesse particolarmente convenienti e alla dimensione gestibile del debito federale canadese. Tuttavia, sarà necessario muoversi cautamente: una manovra troppo ambiziosa potrebbe infatti spaventare i mercati finanziari, che reagirebbero innalzando rapidamente i tassi. Alcuni esperti ritengono che, qualora il Primo ministro dovesse riuscire a implementare la politica economica promessa, questa potrebbe portare a una crescita del prodotto interno lordo (PIL) vicino al 2% all’anno. Una volta ottenuto questo risultato, il capo del Governo dovrà superare gli stessi ostacoli incontrati dal predecessore, in particolare l’andamento stagnante dell’economia globale – per il quale, evidentemente, Trudeau può adoperarsi solo fino a un certo punt – e i problemi derivanti dalla scarsa produttività e competitività del Paese.

Fig. 2 – Trudeau festeggia la vittoria alle ultime elezioni

3. COMMERCIO E PETROLIO Fondamentale per il futuro del Canada sarà la ratifica parlamentare del Partenariato Trans-Pacifico (TPP), un accordo commerciale al quale hanno preso finora parte dodici Paesi, e la Keystone XL Pipeline, l’oleodotto che dovrebbe attraversare gran parte dell’America settentrionale, dall’Alberta al Texas. A questo proposito, sarà fondamentale ripristinare relazioni ottimali con gli Stati Uniti. Per quanto riguarda la prima questione, Harper ha negoziato l’ultima parte del trattato a porte chiuse, poco prima delle elezioni di novembre. Se ratificato, le aziende canadesi dovrebbero avere maggiore accesso ai mercati asiatici, in particolar modo quelli giapponesi, ottenendo cosi importazioni prive di tariffa e, di conseguenza, una riduzione dei prezzi per i consumatori. L’accesso a nuovi mercati permetterà inoltre al Paese di limitare in parte il commercio con gli Stati Uniti, rendendo così il Canada meno dipendente dall’andamento dell’economia americana. Trudeau è ben consapevole dei benefici che il trattato potrebbe apportare, e ha quindi abilmente evitato di criticarne i contenuti prima delle elezioni, ripetendo in più occasioni di volerne studiare i dettagli. Il leader liberale, da questo punto di vista, sembra assumere una posizione di ambivalenza simile a quella di molti rappresentanti del partito democratico statunitense, inclusa Hillary Clinton, che ha intanto proposto un patto tra Stati Uniti, Canada e Messico per far fronte al cambiamento climatico. La sensazione è che la decisione del Governo canadese in merito alla questione rifletterà quella adottata dal prossimo Presidente statunitense, in modo da ripristinare un rapporto ottimale con il Governo americano. Un altro problema che Trudeau dovrà affrontare nei prossimi mesi riguarda la Keystone XL Pipeline. Il completamento del progetto svincolerebbe ulteriormente l’andamento del Paese dall’evoluzione dell’economia statunitense: il petrolio canadese, attraverso il porto di Houston, potrà infatti uscire per la prima volta dall’America settentrionale. A questo proposito, la nuova maggioranza ha sostenuto che, nonostante sia necessario l’impatto sull’ambiente dell’opera, il partito mantiene una politica fermamente “pro-commercio“. L’accordo per il completamento dell’oleodotto, quindi, dovrebbe concludersi positivamente. Dopo dieci anni di Governo conservatore, dunque, il Canada volta pagina, affidandosi a un partito sostenitore di una nuova politica economica.

Michele Boaretto

 Un chicco in più

  • Il Canada è una monarchia costituzionale a carattere federale: formalmente il sovrano è la regina Elisabetta II del Regno Unito. La questione è stata sollevata ripetutamente negli ultimi decenni, ma una modifica della costituzione porterebbe inevitabilmente a una revisione dei rapporti tra il Governo federale e il Québec, fortemente respinta da tutti i maggiori partiti canadesi.
  • Il Governo Trudeau, composto di quindici uomini e quindici donne, è il primo a raggiungere la parità di genere nella storia del Paese.
  • A questo link potete trovare il dibattito sull’economia tra i leader dei principali partiti
  • Il New Deal “originale” fu un piano d’investimenti promosso negli anni Trenta dall’allora presidente Roosevelt per risollevare l’economia statunitense, agonizzante in seguito alla crisi del 1929. 

Foto: La Belle Province

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