contatore visite gratuito
Home - Temi - Energia - Il mercato del petrolio nel 2016
4669175050_b0b4787f7c_b_yoast-keyword

Il mercato del petrolio nel 2016

Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Ancora basso, dicono tutti gli esperti… ma ci sono alcuni temi fondamentali da seguire

IERI – L’economia, dice una definizione, non è una scienza esatta, bensì una scienza sociale basata sulle aspettative. Lo stesso vale per i mercati energetici. Predire il loro andamento, ad esempio riguardo al prezzo del petrolio, è sempre una sfida, perché essi sono basati principalmente sulle aspettative più che sui dati, come magistralmente spiegato dal Prof.Leonardo Maugeri nel suo libro “The Age of Oil”. Anche in passato cadute e rialzi nei prezzi spesso sono dipesi da percezioni errate o da speculazioni anche quando i veri numeri di produzione e riserve dicevano il contrario. Nonostante ciò è comunque possibile fare qualche osservazione.

OGGI – Siamo in un periodo di prezzi molto bassi, attualmente attorno ai 30-35 dollari al barile ($/b), la più bassa da circa 11 anni. Le valutazioni che abbiamo fatto all’inizio dell’anno scorso rimangono valide nelle loro dinamiche base e continuano a spiegarci il perché di tutto ciò. La sovraproduzione globale si accoppia a un rallentamento della domanda per mantenere i prezzi bassi, probabilmente anche per tutto quest’anno, ma vari analisti pensano che un lieve aumento della domanda porterà comunque a un rialzo verso la fine dell’anno, probabilmente fino a un massimo di 50-60 $/b. Sembra davvero difficile si possa andare oltre… e più il mercato si convince che i prezzi resteranno bassi, più l’aspettativa di ciò continuerà a tenerli bassi… Quasi tutti i centri studi comunque pensano che una certa spinta verso il rialzo (probabilmente si concretizzerà nel 2017 o oltre) ci sarà. I prezzi bassi non rimarranno tali per sempre, almeno nel medio-lungo periodo.

DOMANI – Tra i tanti temi che si potrebbero affrontare, vogliamo qui evidenziare quattro aspetti. Il primo è la situazione dell’Arabia Saudita. Non vuole diminuire la produzione da sola, rischiando di perdere quote di mercato, ma non esiste, al momento, un accordo tra i produttori per farlo tutti insieme. Nonostante le apparenze, l’OPEC non è un cartello unito e capace di poter, da solo, dettare legge sui mercati almeno dal 1988 e i disaccordi che vediamo oggi sono solo l’espressione visibile di differenze di vedute che esistono da sempre. I membri OPEC infatti spesso violavano segretamente i limiti che loro stessi si imponevano, proprio per non perdere troppo reddito. Ma l’Arabia Saudita non può permettersi di restare a prezzi bassi per sempre, perché il suo budget nazionale è in deficit e anche la sua ricchezza non dura per sempre. Per questo, come anche spiegato dall’Erede al trono Principe Muhammad bin Salman in una intervista all’Economist il paese sta riducendo progressivamente i sussidi sul carburante a una parte della popolazione e proponendo altre riforme economiche: deve ridurre il carico dei sussidi così da avere più fondi per reggere a un mercato così difficile.

Il secondo aspetto riguarda lo shale oil americano. Contrariamente a quanto molti credevano, la produzione non è crollata, anche perché i giacimenti più grandi e redditizi hanno breakeven prices (prezzi al di sotto dei quali l’estrazione è in perdita e non conviene più) attorno ai 40$/barile, con alcune punte anche inferiori. La produzione potrebbe calare un po’, soprattutto per effetto di una sorta di “selezione naturale” dei giacimenti e dei produttori capaci di sopportare l’attuale situazione per più tempo, ma non dovrebbe (ancora) crollare. Finora il calo di produzione è stato relativamente modesto.

Il terzo aspetto invece riguarda l’Iran, che rientrerà nel mercato ma non così massicciamente come alcuni pensano. Innanzi tutto le sanzioni sono ancora attive… e ci vorranno mesi prima che gli investimenti esteri permettano di aumentare la produzione. Inoltre proprio in quest’ottica esistono dubbi riguardo ai contratti che l’Iran è disposto ad offrire. Il nuovo modello di contratto è definito “risk-service” e per quanto migliore del precedente e criticato modello “buy-back” mantiene ancora gran parte del vantaggio nelle mani del Paese mediorientale, mentre lascia ancora gran parte del rischio nelle mani delle compagnie, che invece speravano in un remunerativo modello di “production-sharing”. In altre parole gli investitori esteri sono dubbiosi circa la convenienza di investire in Iran… cosa che potrebbe rallentare l’intero processi di ammodernamento e sarà forse soggetto a forti negoziati caso-per-caso tra l’Iran e le compagnie petrolifere internazionali. L’italiana Eni può comunque sicuramente contare sulle buone relazioni esistenti tra Teheran e Roma e potrebbe avere un piccolo vantaggio sulle concorrenti.

Infine, come quarto aspetto, non è possibile dimenticare il gas naturale. Anche qui i prezzi stanno abbassandosi consideravolmente, ma quello che più ci preme sottolineare è la potenzialità di aree come l’Egitto e in generale tutto il bacino del Levante, ovvero il Mediterraneo Orientale. Non è possibile dire se sarà mai possibile fare un’altra scoperta così importante come quella del giacimento di gas di Zohr ma quello stesso evento mostra come ciò non sia impossibile. Ci sono ancora molti lotti non esplorati o esplorati solo parzialmente e sicuramente queso porterà a maggiori investimenti nell’area. Nel frattempo aspettiamoci che l’Egitto continui nel cammino intrapreso di creare un vero e proprio “hub del gas” che raccolga le produzioni anche dei giacimenti israeliani per esportarle poi… magari anche verso l’Europa. Il progetto è ancora in alto mare (letteralmente…) ma è sicuramente da tenere sotto osservazione per monitorarne la (eventuale) evoluzione.

Lorenzo Nannetti

Torna alla mappa principale

Foto: tj.blackwell

0 comments