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Terrorismo in Africa: un fronte molto caldo

Il Giro del Mondo in 30 Caffè – Da tempo quando si parla di terrorismo jihadista lo sguardo dell’opinione pubblica mondiale si rivolge verso il Medio Oriente, ma si commetterebbe un gravissimo errore se si ritenesse sufficiente investire mezzi e risorse nella sola lotta allo Stato Islamico, tralasciando quanto sta succedendo in Africa

Nel perimetro di quel triangolo ideale avente per vertici il sistema saheliano (Al-Qaida nel Maghreb Islamico-AQMI, Ansar Dine e alMourabitoun), al-Shabaab e Boko Haram. Si tratta di gruppi con obiettivi e strategie differenti, ma capaci tutti di colpire su vasta scala, senza dimenticare che la loro azione potrebbe subire un rapido cambio di marcia qualora l’ISIS aprisse definitivamente il fronte libico.

IL 2015 DEL JIHADISMO AFRICANO – Nei dodici mesi appena trascorsi non sono mancate le dimostrazioni di forza da parte di AQMI, al-Shabaab e Boko Haram, tant’è che il 2015 si è chiuso con una serie di attentati in Camerun, Ciad, Mali, Niger e Nigeria, per ultime le stragi di Maiduguri e Madagali del 28 dicembre (80 morti). Allo stato dei fatti l’organizzazione guidata da Abubakar Shekau è forse la più sanguinaria al mondo: il bilancio provvisorio è di oltre 3mila persone uccise nel 2015. Boko Haram ha giurato fedeltà allo Stato Islamico a marzo e, per quanto non sia ancora ben chiaro come si stia manifestando l’alleanza, la circostanza è di per sé preoccupante. Shekau ha cominciato a emulare la retorica e le tecniche di comunicazione dell’ISIS o per attirare in maniera efficace nuove reclute nel contesto ideologico e strategico di Boko Haram, vale a dire il raggiungimento di un stato di anarchia violenta preliminare alla costituzione di un Califfato simile a quello ottocentesco di Sokoto. L’area d’azione del gruppo è ormai consolidata ben oltre i confini della Nigeria, andando a interessare anche Benin, Camerun, Ciad e Niger. Una risposta militare regionale è stata tentata dopo l’elezione del nuovo presidente Muhammadu Buhari, ma gli ambiziosi progetti elaborati in estate sono naufragati per i dissidi con il Ciad di Idriss Déby.
La situazione non è migliore sul lato opposto dell’Africa, dove al-Shabaab continua a operare tra Somalia e Kenya: la strage all’Università di Garissa (147 morti) è di aprile, l’assalto alla base militare dell’Unione africana a Leego (70 morti) di giugno. Nonostante i duri colpi subiti dal 2011, al-Shabaab mantiene una buona capacità organizzativa, soprattutto grazie ai numerosi collegamenti in Africa orientale e in Occidente. La notizia di fine 2015 è che alcune fazioni del gruppo somalo avrebbero giurato fedeltà all’ISIS, ma si tratta in realtà di un centinaio di membri, perché al-Shabaab resta per ora senza dubbio nel network di al-Qaida, sotto l’egida di Ayman al-Zawahiri.
Infine c’è il problema del Sahel, in particolare delle sue regioni occidentali, terre di conquista di gruppi quali AQMI, al-Mourabitoun (guidato da Mokhtar Belmokhtar) e Ansar Dine. L’attacco all’Hotel Radisson Blu di Bamako di fine novembre ha mostrato che, nonostante l’intensa presenza francese e statunitense, il campo di battaglia sia ancora lungi dall’essere bonificato. Anzi, Ansar Dine è riuscita a espandersi dal Mali verso il Burkina Faso, intensificando la propria presenza nei traffici di armi e droga.

VERSO IL 2016: AL-SHABAAB – Allo stato attuale è difficile delineare uno scenario per il futuro. Nel triangolo ideale, il vertice meno imprevedibile è quello somalo. Al-Shabaab proseguirà la propria azione senza particolari sconvolgimenti di programma. Ci vorrà ancora qualche mese per capire quali siano le fazioni desiderose di unirsi all’ISIS, ma la questione è tutta legata alle dinamiche storiche interne al gruppo. Già da prima della sconfitta militare, infatti, al-Shabaab vedeva uno scontro tra due anime: da un lato i combattenti rimasti in Somalia, che sostenevano la necessità di una riorganizzazione per la riconquista delle roccaforti perdute; dall’altro lato i miliziani della diaspora, che invece ritenevano più utile strutturare un nuovo livello transnazionale integrato nella rete globale del terrorismo. Attenzione però: il jihad di al-Shabaab ha un connotato nazionalistico, rivolto alla cacciata degli stranieri dal Corno d’Africa, e questa tendenza sta spingendo alcuni miliziani (tra i quali vari foreign fighter) a preferire l’ISIS per non restare isolati in Somalia. Il dubbio riguardo al posizionamento di al-Shabaab nel conflitto tra Califfato e al-Qaida al momento non si pone. Vedremo quanto incideranno le tensioni interne. Pertanto per il 2016 dovrebbe proseguire la strategia del doppio binario: condurre molti attacchi contro obiettivi in Somalia e affidare alle cellule regionali operazioni di più ampia portata in Kenya e Uganda.

VERSO IL 2016: BOKO HARAM E IL SAHEL – Anche per quanto riguarda Boko Haram dovrebbe cambiare molto poco. Il gruppo ha sempre maggiore capacità di colpire i Paesi circostanti, con un serio rischio di penetrazione nel caos della Repubblica centrafricana. Per di più la nuova linea mediatica potrebbe favorire l’ingresso di giovani penalizzati dalla crisi economica che minaccia la Nigeria a causa del costante calo dei prezzi del petrolio. Sono tre le incognite non immediatamente risolvibili. La prima è la tenuta di Boko Haram: l’ampliamento delle operazioni potrebbe rendere difficile controllare alcune frange, mentre non mancano le voci sui dissidi interni tra Shekau e i suoi luogotenenti. In questo senso l’affiliazione all’ISIS servirebbe a donare nuova compattezza, con il leader disposto a cedere un po’ di autonomia pur di tenere unito l’insieme. La seconda questione è la reazione dei Paesi dell’area, in particolare Nigeria, Niger e Ciad. Una forza regionale col sostegno statunitense e francese potrebbe ridurre il margine di manovra di Boko Haram, ma il connubio esplosivo tra i disaccordi diplomatici e la diffusa corruzione ad alti livelli politico-militari è a tutto vantaggio dei jihadisti. La terza eventualità è l’arrivo del Califfato in Libia: Boko Haram sarebbe una pedina strategica, quale piattaforma logistica, forza di pressione sul Sahel centrale o vero e proprio fronte in continuità con quello libico.
Resta aperto infine il problema della presenza dei gruppi saheliani, con Belmokhtar che ha rinnovato la propria alleanza con al-Qaida, a sua volta in conflitto con lo Stato Islamico. Il Mali non è pacificato ed è chiaro che il tentativo di isolare i confini con Algeria, Niger e Burkina Faso – laddove attuato – non sia andato a buon fine, cosicché AQMI, al-Mourabitoun e Ansar Dine sono in grado di proiettarsi sui Paesi occidentali del Golfo di Guinea, Costa d’Avorio in primis.

Beniamino Franceschini

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