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La Russia nel Sud-est asiatico: ambizioni e limiti

Rotti i ponti con l’Occidente sull’Ucraina, la Russia sta cercando di rilanciare il suo prestigio militare e diplomatico in Asia orientale, rivendicando anche una certa autonomia strategica dall’ingombrante alleato cinese. Da questo punto di vista i Paesi del Sud-est asiatico rappresentano dei potenziali partner di primaria importanza per il successo di Mosca nella regione, ma l’incapacità russa di stabilire un dialogo duraturo e convincente con l’ASEAN ha finora limitato pesantemente le ambizioni asiatiche del Cremlino, svelandone al contrario tutte le contraddizioni strategiche e le debolezze strutturali.

MOSCA GUARDA A EST – Non è un gran segreto per nessuno: negli ultimi anni la Russia ha intensificato i propri sforzi diplomatici ed economici per rivitalizzare la sue capacità di proiezione in Asia orientale, riaffermando il suo tradizionale ruolo di grande potenza a cavallo degli Urali. Questi sforzi si sono tradotti soprattutto in una rinnovata intesa strategica con la Cina, partner sempre più indispensabile per il futuro dell’economia russa, e hanno conosciuto un’ulteriore accelerazione dopo la rottura con Stati Uniti e Unione Europea sulla crisi ucraina, che ha di fatto limitato fortemente la libertà d’azione di Mosca sul suo versante occidentale, mettendone a rischio l’egemonia persino nei secolari “cortili di casa” del Mar Baltico e del Mar Nero. Spinta ai margini della scena europea e pressata dalle sanzioni occidentali emesse dopo l’annessione della Crimea, la Russia ha quindi deciso di sfruttare uno dei principali vantaggi della sua peculiare posizione geografica, già identificato con grande chiarezza da Halford Mackinder agli inizi del secolo scorso, e ha rivolto buona parte delle sue considerevoli risorse economiche e militari verso il contesto asiatico nell’ambizioso tentativo di ritagliarsi un ruolo da attore protagonista in una delle aree geopolitiche più importanti del nostro tempo.

Fig. 1 – Il Premier russo Dmitry Medvedev partecipa al vertice ASEAN di Naypyidaw, novembre 2014

Oltre a rafforzare ulteriormente i legami con la Cina, il Presidente Putin e i suoi collaboratori si sono infatti impegnati molto negli ultimi mesi per rivitalizzare quelli con l’India, altro alleato cruciale per Mosca nella regione, e per ottenere una posizione di primo piano nella Shanghai Cooperation Organisation (SCO), uno dei principali forum per la sicurezza del continente asiatico. Inoltre, Mosca ha continuato a più riprese a pubblicizzare le potenzialità economiche e strategiche dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE), fondata insieme a Bielorussia e Kazakistan nell’autunno 2011 nella speranza di stipulare vantaggiosi accordi commerciali con diverse nazioni asiatiche come Mongolia e Bangladesh. Queste mosse sono state viste da molti analisti come un malcelato tentativo di affrancarsi da una certa subalternità nei confronti dell’alleato cinese, sempre più senior partner nell’intesa strategica con Mosca sia in ambito eurasiatico che nell’emergente forum globale dei BRICS. E hanno avuto sinora risultati altalenanti, mettendo in mostra tutta la debolezza della Russia in un teatro tradizionalmente secondario per le sue aspirazioni di grande potenza, perseguite invece con maggiore decisione in Europa e in Medio Oriente. Emblematico, da questo punto di vista, è il caso del Sud-est asiatico, dove Mosca resta un presenza marginale a dispetto di molteplici iniziative diplomatiche e commerciali.

ASSE CON IL VIETNAM – Visto il tumultuoso sviluppo economico dei Paesi della regione, il Governo russo ha infatti cercato a più riprese di incrementare le proprie esportazioni verso l’Asia sud-orientale, specialmente in alcuni settori chiave come quello dell’energia e delle tecnologie militari. Finora, però, i risultati non sono stati particolarmente esaltanti: nel 2014 l’interscambio commerciale tra Mosca e i Paesi membri dell’ASEAN (Association of South-East Asian Nations) ammontava appena a 22.5 miliardi di dollari, coprendo appena lo 0.9% degli scambi commerciali di tali Paesi. Si tratta di briciole rispetto agli oltre 366 miliardi di dollari dell’interscambio commerciale ASEAN-Cina nello stesso anno, e persino l’India ha fatto meglio con un interscambio commerciale annuale di 67 miliardi di dollari, pari a circa il 2.7% del commercio totale dei Paesi ASEAN con l’estero. La Russia appare ininfluente anche a livello di investimenti diretti nella regione: nel periodo 2012-2014 essi ammontavano appena a 698 milioni di dollari contro i 58 miliardi dell’Unione Europea, i 56 miliardi del Giappone e i 21 miliardi della Cina. Ed è ben difficile che tali modestissimi risultati abbiano conosciuto un significativo miglioramento nel 2015, complice anche la pesante crisi dell’economia russa, colpita sia dalle sanzioni occidentali che dal crollo dei prezzi petroliferi mondiali. Il tentativo di esportare tecnologia nucleare verso Myanmar e Cambogia, per esempio, ha già subito significativi ritardi e gli effetti della crisi economica stanno mettendo a rischio anche i recenti negoziati con l’Indonesia per una maggiore cooperazione economica e scientifica bilaterale, incoraggiati dal Presidente Joko Widodo nei primi mesi del suo mandato.

Fig. 2 – Visita di Vladimir Putin in Vietnam del novembre 2013

L’unico Paese ASEAN in cui la Russia sembra avere ottenuto risultati incoraggianti è il Vietnam, alleato fedele di Mosca sin dai tempi della Guerra Fredda. Nel 2012, per esempio, Rosatom ha firmato un importante accordo per la costruzione di due centrali nucleari nella provincia meridionale di Ninh Thuan, che dovrebbero diventare successivamente operative sotto la supervisione della Vietnam Electricity (EVN), principale compagnia elettrica vietnamita. E un anno più tardi Vladimir Putin si è recato a Hanoi per firmare una serie di significativi accordi economici con il Governo di Nguyen Tan Dung, incluso quello di una cruciale partnership strategica tra Gazprom e PetroVietnam per lo sfruttamento dei giacimenti sottomarini di petrolio e gas nel Mar Cinese Meridionale. Durante i suoi colloqui con Nguyen, Putin ha anche ottenuto importanti garanzie per il continuo utilizzo della baia di Cam Rahn da parte della Marina russa e per la fornitura regolare di materiale bellico russo alle Forze Armate vietnamite. In particolare, l’utilizzo confermato della baia di Cam Rahn consente a Mosca di proiettare il proprio potere navale sia nello Stretto di Malacca che nell’Oceano Indiano, dando una certa concretezza alle proprie ambizioni di grande potenza nel Sud-est asiatico. Allo stesso tempo Hanoi ha dato il permesso ai bombardieri strategici russi di rifornirsi nelle installazioni militari presenti nella baia, consentendo loro continui voli di pattugliamento verso il Giappone e la base aeronavale americana di Guam. Una decisione che ha provocato le vibrate proteste di Tokyo e Washington, e che conferma l’importanza del Vietnam come alleato strategico della Russia nel delicato contesto dell’Asia-Pacifico.

RUSSIA-ASEAN: UN DIALOGO MANCATO – Al di là del Vietnam, però, la Russia fatica a sviluppare relazioni solide e durature nel Sud-est asiatico, restando nettamente svantaggiata rispetto ad altre potenze dell’area come la Cina e gli Stati Uniti. Ciò non è solo dovuto alle difficoltà economiche degli ultimi anni, ma anche alla persistente incapacità della leadership russa di rapportarsi ai Paesi della regione e di apparire come un partner credibile per le loro esigenze politiche e economiche. Tale fallimento è soprattutto visibile nel mancato sviluppo di un serio dialogo strategico tra Mosca e ASEAN, a dispetto di regolari consultazioni diplomatiche bilaterali sin dai primi anni Novanta. Nel 2004 la Russia ha anche firmato un trattato di amicizia e cooperazione con l’organizzazione e nel 2011 è entrata ufficialmente a far parte dell’East Asia Summit (EAS), il vertice annuale che riunisce l’ASEAN con le principali potenze dell’Asia-Pacifico (Cina, USA, India, Giappone) per discutere di integrazione economica e sicurezza internazionale. Ma paradossalmente questi eventi non hanno portato Mosca al centro della diplomazia ASEAN, e non l’hanno nemmeno aiutata nello sviluppo di migliori rapporti bilaterali con i singoli Paesi dell’organizzazione. Tra il 2005 e oggi ci sono stati infatti solo due vertici Russia-ASEAN, forieri di molta retorica e scarsi risultati pratici, e Mosca sembra incapace di integrarsi realmente nell’architettura economica e securitaria dell’Asia sud-orientale.

Fig. 3 – Bandiere russe sventolano accanto a uno stemma floreale dell’ASEAN durante l’East Asia Summit tenutosi a Phnom Penh nel 2012

I motivi sono diversi, ma il principale è l’assenza di una vera e propria volontà russa di prendere impegni significativi nella regione. Lo dimostra anche la ripetuta assenza di Putin ai vertici EAS degli ultimi anni e le dichiarazioni vaghe rilasciate dal Premier Dmitry Medvedev al vertice APEC (Asia-Pacific Economic Community) di Manila dello scorso novembre. Medvedev, per esempio, ha condannato la nascita della Trans-Pacific Partnership (TPP) promossa dagli USA, ma non è stato in grado di proporre alcuno schema alternativo di integrazione economica per i Paesi dell’area. E non ha speso nemmeno una parola per commentare l’implementazione dell’ASEAN Economic Community (AEC), l’ambizioso progetto di un grande mercato comune regionale lanciato dall’ASEAN nei mesi scorsi. Sui temi più importanti per i Paesi del Sud-est asiatico la Russia non sembra avere quindi molto da dire, dando l’idea di avere scarso interesse a contribuire allo sviluppo futuro dell’area.

ARMI, ENERGIA…E POCO ALTRO – Mosca paga anche il suo silenzio sulle dispute nel Mar Cinese Meridionale, che rappresentano una delle principali minacce alla sicurezza dei Paesi ASEAN. È chiaro che il Governo russo vuole evitare di prendere una posizione netta sull’argomento che potrebbe compromettere la sua alleanza strategica con la Cina o i suoi rapporti amichevoli con il Vietnam, entrambi coinvolti nel conflitto per il controllo di tale vitale spazio marittimo. Tuttavia questa evasività viene vista negativamente dai Paesi della regione, che la interpretano come ulteriore segno di disinteresse da parte della Russia verso le loro necessità strategiche e securitarie. E finisce per minare seriamente la credibilità di Mosca come partner politico e militare per il Sud-est asiatico, frustrando le sue ambizioni di grande potenza internazionale e condannandola a una posizione sempre più marginale nel dinamico contesto dell’Asia-Pacifico.

Fig. 4 – L’intervento militare nella crisi siriana ha reso la Russia assai impopolare in diversi Paesi del Sud-est asiatico. Nella foto: manifestazione di protesta a Giakarta contro i raid russi sulla Siria, ottobre 2015.

Alla fine la Russia viene infatti percepita dai Paesi ASEAN solo come un fornitore di armi e materie prime a buon mercato, senza alcuna visione strategica per la loro regione e con scarse attrattive per il futuro sviluppo delle loro economie. Da qui la loro sostanziale indifferenza verso un approfondimento delle proprie relazioni con Mosca, che continuano a vivere principalmente di grandi dichiarazioni retoriche poi prive di effetti concreti. Negli ultimi tempi il Governo russo sta cercando di modificare questa situazione, pressato dalla pesante crisi della sua economia, e il prossimo vertice Russia-ASEAN di Sochi – previsto in estate – dovrebbe portare all’adozione di un programma comprensivo per lo sviluppo di una solida partnership strategica entro il 2026. Ma l’ambiguità di fondo resta: la Russia è davvero interessata a giocare un ruolo di primo piano in Asia sud-orientale? Oppure si tratta solo di un ripiego temporaneo in attesa di tempi migliori in Europa? Nel dubbio è improbabile che i Paesi ASEAN prendano impegni significativi, accrescendo le attuali difficoltà internazionali del Cremlino.

Simone Pelizza

Un chicco in più

Dal 2013 Gazprom e PetroVietnam hanno iniziato lo sfruttamento congiunto di quattro giacimenti di gas sottomarino nel Mar Cinese Meridionale, a ridosso delle aree contese tra Hanoi e la Cina. La decisione di Gazprom, appoggiata implicitamente dal Cremlino, rinforza la posizione vietnamita in tali dispute marittime con Pechino, ma finora il Governo cinese non ha protestato per l’accaduto, preferendo mantenere relazioni cordiali con Mosca.

Foto: Press & Information Department

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