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L’Africa e le migrazioni: un continente in cammino (II)

L’esperienza quotidiana ci porta a prendere atto di un incremento dell’emigrazione dall’Africa che è vero, esiste, ma rappresenta solo la punta di un fenomeno molto più profondo. Quelli africani sono popoli che si spostano continuamente da una regione all’altra del continente, in proporzioni enormi, alla ricerca di momentaneo conforto a carestie, conflitti, persecuzioni etniche o “semplicemente” estrema povertà. Esodi e controesodi in continua crescita, anche in ragione dei trend demografici.

Leggi qui la prima parte dell’articolo

I FLUSSI INTERCONTINENTALI DELLE MIGRAZIONI AFRICANE − Nella prima parte di questa analisi abbiamo affermato che i migranti africani che scelgono il “ricco Occidente” sono solo la punta di un iceberg di colossali dimensioni, e forse proprio le statistiche  comunque impressionanti delle traversate nel Mediterraneo ci restituiscono una buona immagine di quali siano i numeri complessivi dei fenomeni migratori che interessano il continente nero. Un aspetto “nuovo” da evidenziare è che in conseguenza dei recenti accadimenti mediorientali (in primo luogo ovviamente l’ascesa dello Stato Islamico e il collasso della Siria), l’Africa è divenuta a livello intercontinentale non solo emissaria di migranti, ma anche destinataria, con centinaia di migliaia di profughi siriani che invece di dirigersi verso Giordania, Libano e Turchia, cercano di attraversare l’Egitto, un po’ per tentare l’imbarco ad Alessandria, la maggior parte per proseguire verso la Libia e la Tunisia. Vita dura quella dei migranti siriani in suolo egiziano, considerati come sono dal Governo di al-Sisi una sorta di «manovalanza dei Fratelli Musulmani» (citando un’espressione del Corriere della Sera), perciò torturati e incarcerati a tempo indeterminato. D’altro canto, il caso dei siriani è un’eccezione alla norma che vede ogni anno decine di migliaia di giovani africani partire per altri continenti: i più fortunati, brillanti ghanesi o nigeriani o sudafricani che hanno avuto l’opportunità di studiare sognano le migliori università inglesi, belghe e statunitensi per poi tornare rarissimamente (4%) in patria; gli altri, si affidano a conoscenze di fortuna e alla buona sorte con il miraggio di un Occidente capace di offrire opportunità migliori. Molte donne scarsamente istruite, allettate dall’idea di guadagni facili, finiscono nelle maglie del racket della prostituzione in mano alla criminalità organizzata. Le politiche UE di contrasto all’immigrazione sono risultate particolarmente efficaci verso il Marocco, riducendo drasticamente gli sbarchi nella penisola iberica: si potrebbe comunque argomentare che gran parte di chi non è riuscito a imbarcarsi per la Spagna ha virato verso l’Italia o sempre più frequentemente la penisola ellenica. Altra rotta, anche se modesta, è quella che dal Corno d’Africa attraversa il Sinai per raggiungere Israele e procedere alla richiesta di asilo politico nell’unico Paese considerato “stabile” e saldamente filo-statunitense nella regione.

Fig. 1 – Oltre 100mila persone sono fuggite dal Burundi dopo la crisi della primavera del 2015

DAL PANAFRICANISMO ALL’UNIONE AFRICANA − Quali modelli per i popoli del continente nero? Domanda spinosa, cui recenti “istituzionalizzazioni” di proiezioni teoretiche e letterature intellettuali hanno tentato di dare risposta: in primis, ovviamente, l’Unione Africana (UA), fondata in risposta a tutta una serie di Organizzazioni (più o meno strutturate) che si prefiggono di rinsaldare i legami politico-economici tra Paesi collocati in una stessa regione del pianeta (dall’Unione Europea all’ASEAN, dal Mercosur alla BSEC, fino alla Lega degli Stati Arabi). Quella dell’UA è però una storia dalle radici ben più profonde, da ricercare in due movimenti  panafricanista e panislamista che, pur coinvolgendo zone differenti del continente africano (soprattutto quella sub-sahariana il primo, e quella nordafricana il secondo), si alimentarono (e si alimentano ancor oggi) nel solco di una reazione critica e in un certo senso “patriottica” ai dogmi ideologici dell’occidentalizzazione capitalistica forzata che la comunità internazionale ha provato a introdurre in suolo africano nel periodo post coloniale. A quanto sopra si potrebbe obiettare che il panafricanismo ha origine inglese e ispirazione marxista, e dunque ricalca la plurisecolare sudditanza ed esterofilia della classe dirigente africana: vero, ma ha comunque agito da propulsore a una prima idea di “Africa unita sia “autoctona” che “in diaspora sfociata in ultima istanza, nel 2000, nell’adozione dell’atto costitutivo dell’UA al termine di una conferenza dell’Organizzazione dell’Unità Africana, su proposta del Presidente sudafricano Thabo Mvuyelwa Mbeki. Numerosissime le sfide che l’UA dovrà affrontare nei prossimi anni per rendere efficace la propria azione, ma impossibile tacerne almeno quattro: l’accrescimento del peso politico alle Nazioni Unite con l’ottenimento di un seggio permanente o semi-permanente al Consiglio di Sicurezza; l’affrancamento da logiche di neocolonialismo economico-finanziario instaurate dalle multinazionali col tacito assenso dell’Organizzazione Mondiale del Commercio; il rinnovamento della fiducia nelle sentenze della Corte Penale Internazionale che condannano leader africani per quanto molto influenti; il rilancio di partenariati euro-mediterranei (almeno per il Nordafrica) di concerto con la Commissione Europea, dopo il vertice di Tripoli del 2010 precedente alle Primavere arabe.

Fig. 2 – La 24a sessione ordinaria dell’Unione Africana a gennaio 2015

IL DIRITTO CONTEMPORANEO DI FRONTE ALLE MIGRAZIONI − Da svariati decenni il diritto internazionale ha preso in esame la questione migratoria, contemplando casistiche e dirimendo controversie. Casistiche che però si riferiscono a un mondo che non c’è più, non tanto e non solo per i modificati assetti geostrategici, ma soprattutto per i numeri e le cause di questi movimenti, che hanno visto i primi aumentare vertiginosamente e le seconde farsi sempre più complesse. L’intera area MENA oggi può considerarsi un laboratorio in transizione, dove le certezze di approdo sono poche e i teatri di conflitto incredibilmente tanti. Questo significa che discorrere (anche in ambito giuridico) di “emergenza” migratoria non significa nulla: pur con impennate e fasi distensive, le migrazioni sono ormai strutturali, e almeno per quanto ci riguarda, saremo Paese di (almeno temporanea) destinazione ancora molto a lungo. Urge dunque una revisione dell’approccio giuridico alle migrazioni nel suo complesso. Questo a partire dal livello europeo: accese discussioni si stanno svolgendo in queste settimane intorno a un’eventuale revisione del regolamento 2003/343/CE (c.d. “Regolamento di Dublino II”), aspramente criticato da Consiglio d’Europa e UNHCR, affinché i richiedenti asilo possano essere in qualche modo “distribuiti” omogeneamente tra i Paesi europei. Questa direzione porrà a sua volta un problema di “senso”: il migrante quasi sempre sa bene quale Paese europeo intende raggiungere, poiché solo lì potrebbe sopravvivere dignitosamente avendo qualche contatto lavorativo e/o dei familiari già insediati. Fare calcoli matematici sulla storia delle persone è sempre un rischio, in prima istanza per la cultura ospitante. Abbandonare queste persone a se stesse e allontanarle dal proprio gruppo di riferimento possono accrescere fenomeni di ghettizzazione e radicalizzazione, andando inevitabilmente a ingrossare le fila del terrorismo.

Riccardo Vecellio Segate

Fig. 3 – La presidente dell’UA Nkosazana Dlamini-Zuma e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker a Malta durante il Vertice UE-Africa sulla migrazione (novembre 2015)

Un chicco in più

Migrante regolare e irregolare, profugo, espatriato, rifugiato, richiedente asilo politico, clandestino, apolide, sfollato, cittadinanza, nazionalità, straniero, e via discorrendo: tantissimi termini, spesso utilizzati dai media senza cognizione di causa e con marcato pressappochismo, che costituiscono un intricato groviglio di situazioni differenti e sfumature giuridiche. Cerchiamo di fare in maniera estremamente sintetica un po’ d’ordine in merito, analizzando contesti e parole:

1) Cittadinanza e nazionalità

Sulle differenze giuridiche tra “cittadinanza” e “nazionalità” si sono spese interminabili diatribe dottrinali. Ci limitiamo qui a specificare come la prima sia la condizione della persona fisica alla quale l’ordinamento di uno Stato sovrano riconosce il pieno godimento dei diritti civili e politici, mentre la seconda definisca l’appartenenza (o il sentimento di appartenenza) di un individuo (o gruppo di individui) a una comunità linguistica, religiosa, etnica, culturale. La cittadinanza si acquisisce principalmente per ius sanguinis, ius soli o ius domicilii: i Paesi di emigrazione preferiscono adottare il primo requisito, quelli di immigrazione il secondo. La nazionalità può invece essere riconosciuta dal Paese come minoranza specialmente tutelata (come quella slovena a Trieste o tedesca in Alto Adige), o costituire un territorio de facto amministrativamente e militarmente autonomo (immediato il riferimento al Kurdistan turco, iracheno e siriano). L’apolidìa è dunque la condizione di chi si trova “per origine” o “per derivazione” sprovvisto di qualsivoglia cittadinanza, tramite rinuncia espressa e nel recente passato anche causa provvedimento sanzionatorio unilaterale. Un caso aperto e dibattutto, in merito, è quello di sinti e rom (da ricordare la polemica sollevata dall’intervento su Libero del cassazionista Bruno Ferraro).

2) Migranti economici e rimesse

Quella del “migrante economico” è la categoria numericamente più consistente, in cui possiamo ricomprendere chi si sposta per convenienza personale senza l’intervento di uno specifico e transitorio fattore esterno, e dunque anche tutti i cittadini di Paesi considerati “benestanti” che si spostano all’estero in cerca di eccellenza formativa o di opportunità professionali in linea con il proprio background. Tra i “migranti economici” vi sono però anche coloro che fuggono da miseria assoluta, per quanto dovuta quest’ultima a condizioni “naturali” anziché conflitti. In quest’ultimo caso sarebbe lecito domandarsi se il migrante economico che attraversa il Mediterraneo rischiando la vita con i propri figli e abbandonando un’esistenza di strutturale povertà, sia meno meritevole di tutela internazionale di un migrante magari ricchissimo (celebre il caso della fuga di membri dell’establishment balcanico allo scoppio della guerra croato-serbo-bosniaca) che si distanzia da un teatro bellico. Ad ogni modo, interessante notare come il volume delle rimesse (ovvero del capitale che il migrante arrivato a destinazione riesce a far pervenire nella madrepatria per sostenere la propria famiglia o le proprie affiliazioni associative) sembri superare quelli della filantropia privata (un esempio su tutti: Fondazione Bill & Melinda Gates) e della contribuzione UN (soprattutto attraverso agenzie specializzate e fondi quali WFP, IFAD, FAO e Unicef) messi insieme.

3) Migranti regolari e irregolari, clandestini

Sono “regolari” quei migranti che, oltre a essere entrati nello Stato di destinazione ottemperando alle relative procedure burocratiche, vi risiedono provvisti di permesso di soggiorno in corso di validità. Sono invece “irregolari” quei migranti che compiono un ingresso emergenziale, illegale, “informale” nel Paese ospitante o che vi permangono senza documentazione aggiornata o che non lo lasciano in osservanza a un provvedimento espulsivo emanato dalle autorità. In quest’ultimo specifico frangente si parla anche di “clandestini”, associati a un reato penale (almeno in Italia, a partire dal 2009).

4) Profughi e sfollati

“Profugo” è chi lascia il proprio Paese per diverse ragioni (calamità naturali, guerre civili, fame, ecc.), ma per qualche motivo non può accedere al regime di assistenza e protezione internazionale, ritenendosi che possa “presto” tornare in patria in “condizioni di minima sicurezza”. “Sfollato” è colui che si sposta all’interno del proprio Paese (a causa di eventi eccezionali quali un terremoto, un maremoto, una carestia particolarmente acuta) senza attraversare confini internazionali, talvolta stanziandosi in campi umanitari estemporanei (che non di rado, però, si trasformano in tendopoli semi-permanenti).

5) Rifugiati e richiedenti asilo

Qualora le autorità locali del Paese “ricevente” ritengano che il profugo possa ragionevolmente essere conforme alle condizioni che disciplinano lo status internazionale di “rifugiato politico”, ecco che il profugo diviene un “richiedente asilo” in attesa che la procedura di ottenimento del suo stato giuridico venga espletata. L’aspirante rifugiato deve dimostrare la fondatezza del proprio timore di essere perseguitato per la propria razza, appartenenza politica, identità sessuale, ecc. Vi sono soggetti che, benché non accettati quali “rifugiati” nel senso espresso dalla Convenzione di Ginevra del 1951, possono farsi destinatari di temporanei programmi di protezione per l’impossibilità di essere protetti dalle autorità del Paese di cui sono (o sono stati) cittadini.

Foto: DFID – UK Department for International Development

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