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COP21: l’Australia e i compiti a casa

In 3 sorsiDopo circa due settimane di travagliate discussioni, da Parigi si leva una fumata bianca, tutt’altro che nociva, sulla convergenza di una risposta globale al cambiamento climatico. L’Australia ha il timbro di voce di Julie Bishop, ministro degli Affari Esteri, la quale si pronuncia confermando l’adozione dell’Accordo anche per conto dell’Umbrella Group.

1. GLI STEP INTERNAZIONALI – Il documento, che sarà possibile firmare a New York dal 22 aprile 2016 al 21 aprile 2017 (depositario dell’accordo il Segretario Generale dell’ONU), all’art. 2 afferma l’obiettivo di rafforzare la risposta comune alla riduzione delle temperature climatiche. Gli sforzi collettivi includono un’azione volta a mantenere «l’aumento della temperatura media globale al di sotto di 2° C rispetto ai livelli pre-industriali e a proseguire gli sforzi per limitare l’aumento della stessa temperatura a 1.5° C rispetto ai livelli pre-industriali». Riuscirà l’Australia a rispettare gli obblighi assunti?

Fig. 1 – Conferenza sul Clima, Parigi, dicembre 2015: sulla Tour Eiffel viene proiettato lo slogan “For the Planet”.

Volgendo lo sguardo al passato, l’implementazione delle politiche rivela un’attenzione crescente alla riduzione delle emissioni di gas, particolarmente evidente negli ultimi decenni. Fra i molteplici step adottati dall’Australia si ricorda la firma del Protocollo di Kyoto il 24 aprile 1998, la cui ratifica da parte del Parlamento di Canberra, tuttavia, non ha avuto luogo prima del 12 dicembre 2007. Secondo quanto stabilito dal trattato, il primo gruppo (al quale appartengono i Paesi sviluppati) è tenuto a limitare di almeno il 5% il volume delle emissioni annuali di gas, nel periodo 2008-2012, rispetto ai livelli del 1990. Nel caso australiano la percentuale, calcolata per ciascun contraente e indicata nell’Annex B, richiede una limitazione pari al 108% delle emissioni prodotte nel 1990. Un traguardo non solo raggiunto, ma ampiamente superato, secondo quanto affermato da Julie Bishop l’11 agosto 2015, giorno in cui il Governo australiano ha approvato il nuovo Emission Reduction Target per il 2030. Il Paese sarebbe quindi sulla buona strada verso il perseguimento degli obiettivi prefissati per i prossimi anni.

Fig. 2 – Il ministro australiano dell’Ambiente, Greg Hunt, tiene un discorso a Sidney relativo al cambiamento climatico, mentre a Parigi sono ancora in corso le negoziazioni sul testo dell’Accordo.

2. UNA LOTTA FRA AGIRE COMUNE E IMPEGNO NAZIONALE – La risposta australiana al cambiamento climatico trova le sue fondamenta nel principio di “responsabilità condivisa”. Entro i confini nazionali, essa è assunta da una pluralità di soggetti che assieme svolgono ruoli distinti ma complementari. Sul piano internazionale, dinanzi a una minaccia che per sua definizione si qualifica come globale, il contributo deriva necessariamente dai diversi attori statali. Questi ultimi sono chiamati a tracciare un’azione comune, priva di efficacia se ad essa non fosse affiancato (all’interno delle mura domestiche) un decisivo impegno unilaterale. L’Australia, mediante lEmission Reduction Target, ha annunciato l’intento di ridurre entro il 2030 le emissioni di gas del 26-28%, rispetto ai livelli del 2005. Scopo che fissa una meta più ambiziosa se paragonato al precedente piano per il 2020, il quale prescrive una riduzione del 5% rispetto al 2000. Le diverse misure si inseriscono in un quadro politico che consente un solido approccio di base: l’Emission Reduction Fund, ad esempio, introduce degli incentivi a supporto d’imprese, comunità, proprietari terrieri per la riduzione delle emissioni, ed è abbinato al Safeguard Mechanism (Meccanismo di Salvaguardia) che sarà attivo dal 1 Luglio 2016; il Renewable Energy Target, infine, promuove la green energy, aiutando famiglie e/o imprese ad investire in nuove tecnologie pensate appositamente per l’energia rinnovabile. L’elenco però non si esaurisce qui. Come annunciato, nuove politiche saranno elaborate compatibilmente con gli sviluppi futuri.

Fig. 3 – Il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, presidente designato della Conferenza sul Clima di Parigi, annuncia al mondo l’adozione dello storico Accordo.

3. “HOT” NEWS FROM PARIS – Sebbene le intenzioni descritte in ambito domestico possano alludere a risultati soddisfacenti (in parte realmente ottenuti), il Climate Change Performance Index rilasciato alla Conferenza di Parigi dalla Germanwatch e dal Climate Action Network Europe – purtroppo rivela una condotta australiana poco virtuosa. Nel report, elaborato per esercitare implicitamente una pressione sociale e politica, sono illustrate e messe a confronto le performance di 58 Paesi, quelli maggiormente responsabili per emissioni di CO2. L’Australia compare in penultima posizione, poco sopra l’Arabia Saudita. Circostanza che naturalmente ha alimentato non poche critiche, con riferimento all’inadeguatezza delle politiche attuate dal Governo di Canberra, per alcuni poco incline a mettere a rischio la propria economia riducendo le esportazioni di gas e carbone verso i maggiori Paesi asiatici. Polemiche dure, quindi, ma che non sembrano aver turbato eccessivamente la delegazione australiana presente al vertice di Parigi. Al contrario, il ministro Bishop, all’indomani dell’adozione dello storico patto parigino, ha rammentato la flessibilità dell’accordo affinché l’impegno domestico possa essere adattato alle circostanze di ciascun Paese firmatario. In un’intervista rilasciata all’ABC, il ministro ha anche rilevato che la storica convergenza consente di bilanciare la «riduzione delle emissioni di gas a effetto serra con la crescita e l’attività economica», e questo rappresenta uno degli esiti più importanti della conferenza parigina. Anche innovazione, ricerca e sviluppo sono stati al centro delle discussioni nel corso delle due settimane, temi verso i quali l’Agenda australiana ha già indirizzato la propria attenzione, ma i veri compiti a casa devono ancora essere svolti e portati a termine (da tutti). Come affermato ancora ottimisticamente da Julie Bishop nei giorni scorsi, «il nostro lavoro qui è terminato e possiamo ora tornare a casa per implementare questo storico accordo».

Fig. 4 – “Wind trees”: un’innovazione tecnologia fonte di energia rinnovabile, riprodotta secondo la forma di un albero ed illustrata alla Conferenza di Parigi. Ogni foglia agisce da turbina eolica producendo elettricità.

Federica Daphne Ierace

Un chicco in più

L’Umbrella Group è una coalizione di Paesi sviluppati non appartenenti all’UE, che si è formata successivamente all’adozione del Protocollo di Kyoto. Il gruppo, privo di una presidenza ufficiale o elenco formale, è composto da Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Canada, Russia, Islanda, Giappone, Norvegia, Ucraina e Kazakistan. 

Foto: photo.bymau

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