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Il Califfato: breve analisi storico-politica

Un tentativo per capire meglio il significato del nuovo soggetto politico che sta prendendo forma sulle macerie di Siria ed Iraq e che si sta espandendo nei vicini Paesi islamici, minacciando la stabilità di un’area geografica ben più vasta del Medio Oriente.

COSA SIGNIFICA CALIFFO – Il concetto di “califfo” o meglio di “califfato” che riecheggia ormai da un paio di anni nelle cronache sul terrorismo islamico ha un significato che rischia di essere confuso nella molteplicità dei termini che meglio conosciamo, e che indicano le varie autorità (o semplicemente le figure autorevoli) della comunità islamica (imam, emiri, ulema e così via).
Il termine “califfo” o “khalifa” viene ufficialmente impiegato per la prima volta alla morte di Maometto, avvenuta a Medina nel 632. I suoi compagni, il giorno stesso della sua morte, dovettero decidere chi tra di loro avrebbe proseguito il cammino intrapreso dal Profeta nel guidare la società degli uomini verso l’affermazione dell’Islam. Fu pertanto stabilito che uno di loro, Abu Bakr, ne sarebbe stato il successore, indicandolo come “khalifa”. Da questo momento, ogni volta che qualcuno assumerà la guida della “umma” (la comunità dei fedeli), verrà indicato come “califfo”. È però vero che tale termine risulta improprio se si considerano due cose: l’uso che ne fa il Corano e la natura non divina del Profeta. Per quanto attiene al Corano, la parola “khalifa” ha l’evidente significato di “vicario”, e viene utilizzata per definire il soggetto cui viene affidato il compito di rappresentare Dio in terra (è infatti Allah che decide, in più sure, di nominare alcuni uomini suoi profeti come “vicari”). Per questo stesso motivo si sarebbe considerato improprio, se non addirittura blasfemo, utilizzare lo stesso termine in relazione a Maometto, dato che lui stesso, semmai, poteva essere definito vicario di Dio, e non avere a sua volta propri vicari. In realtà i suoi compagni utilizzarono una denominazione più complessa che stesse a indicare “colui che è vicario dell’inviato di Dio” (khalifat rasul Allah), non nominando Maometto, ma ricollegando il titolo indirettamente a Dio. Per semplicità, nella cultura popolare si è affermato il più breve termine “khalifa”, con il significato più concreto, seppure più impreciso, di “successore” (e il successore non poteva che essere di Maometto).

Fig. 1 – Abu Bakr al-Baghdadi, califfo dell’ISIS

SVILUPPO STORICO DEL CONCETTO DI CALIFFO – È piuttosto complicato spiegare come il titolo di “califfo” si sia trasformato in una vera e propria carica politica e che significato storico questa abbia avuto. Molti studiosi occidentali di storia islamica hanno accostato la figura del “califfo” a quella di “imperatore”, che in quegli stessi anni si stava affermando nell’Europa cristiana risorgendo dalle ceneri dell’Impero Romano. Ma tale similitudine può risultare impropria. Di sicuro l’autorità califfale si impone fin da subito come universale, ovvero unica e valevole per tutto il mondo musulmano. Il califfo nasce, come abbiamo detto, quale unico rappresentante della comunità dei musulmani in tutto il mondo, da questo consegue che non possono esserci altri califfi, né all’interno né all’esterno del mondo arabo. La dinastia omayyade – che assume il califfato alla morte di Ali, il quarto successore – dopo aver spostato la capitale da Medina a Damasco, sviluppa questo concetto anche al fine di creare un’entità geopolitica maggiormente definita e più accentrata, sull’idea “statale” degli imperi precedenti o contemporanei di quell’area geografica (da quelli della Mesopotamia all’impero persiano), con una capitale rappresentativa, una burocrazia e una pubblica amministrazione, un esercito e una politica estera. È sicuramente singolare notare come, nello stesso momento, dall’altra parte del Mediterraneo si stia tentando di affermare in forme molto simili un’entità definita come “Sacro Romano Impero”, con un potere centrale universalmente riconosciuto all’interno di un’area geografica di dimensioni continentali, e una costante attenzione per una legittimazione religiosa da parte della Chiesa. Mentre però in Europa si assiste all’affermarsi di due autorità distinte, Imperatore e Papa, nel mondo arabo il Califfo si ritrova ad assumere in un’unica persona componenti dell’una e dell’altra autorità, politica e religiosa. Non vi è distinzione tra potere temporale e potere spirituale, e il Califfo governa e rappresenta la comunità dei sudditi che sono cittadini e fedeli allo stesso tempo. Di fatto l’effettiva autorità del Califfo è stata più volte messa in discussione, data anche la mancanza di un solido apparato statale equiparabile a quello imperiale europeo, e la storia del mondo arabo musulmano è costellata di califfi-ombra o anti-califfi nati da guerre dinastiche e divisioni religiose: un Califfato parallelo fu istituito a Cordoba (Spagna) dagli omayyadi due secoli dopo la loro detronizzazione nel 750 per mano degli Abbassidi – i quali avevano assunto la carica di Califfi e spostato la capitale da Damasco a Baghdad. Un ulteriore Califfato sorse in Nord Africa ad opera della dinastia fatimide, nel tentativo, poi non riuscito, di imporre un califfato di tipo sciita su quello sunnita di Baghdad. Ma l’idea diffusa è sempre stata quella di un Califfato unico ed universale. Successivamente all’invasione mongola,, il Califfato di Baghdad verrà spostato in esilio al Cairo e lì resterà per cinque secoli, fino a perdere ogni significato politico, per essere poi “derubato” dagli Ottomani, con l’intento di conferire una legittimazione religiosa e un prestigio universale alla carica di Sultano. Il titolo di “califfo” resterà connesso a quello del Sultano sino al 1924, quando Ataturk, una volta spogliato quest’ultimo di ogni autorità politica, lo manderà in esilio.

Fig. 2 – I seguaci dell’ISIS mirano a riunire l’intero mondo islamico sotto la bandiera del califfato

LA RINASCITA DEL CALIFFATO NELL’ERA CONTEMPORANEA – Successivamente al 1924 il mondo islamico sembra perdere interesse per un’eventuale prosecuzione dell’esperienza califfale. Lo smembramento del sultanato ottomano, adesso suddiviso in una moltitudine di Stati separati, prima sottoposti al mandato delle potenze europee, in seguito indipendenti, porta con sé la dissoluzione dell’autorità che per oltre un millennio aveva rappresentato l’unità dell’intero universo musulmano. Di fronte al processo di occidentalizzazione perseguito dalle monarchie autoctone che si insediano nelle capitali del Nord Africa e del Medio Oriente, gran parte degli intellettuali e della classe degli ulema perde interesse verso questa visione politica universale dell’Islam e si concentra sull’interpretazione e l’applicazione della shari’a. Coloro che insistono a perseguire l’idea del “califfato” riconoscono ora la monarchia egiziana, ora quelle giordana e marocchina, come naturali dinastie califfali. Alcuni guardano alla dinastia saudita che si autoproclama custode delle città sante di La Mecca e Medina. Ma è negli anni 2000 che l’ipotesi di una restaurazione del Califfato prende piede e viene, pur se solo ufficiosamente, perseguita da un gruppo jihadista iracheno guidato da Awwad Ibrahim Ali al-Badri al-Samarrai, che assume il nome di Abu Bakr al-Baghdadi, richiamando il primo successore del Profeta Abu Bakr al Siddiq. Il progetto di al-Baghdadi è evidente fin da subito, ed è motivo di forte contrasto tra il suo gruppo e la principale organizzazione jihadista del momento, al-Qaeda, che mira invece ad una sua affiliazione. Al-Qaeda ha bisogno di una succursale forte in Iraq, e Bin Laden vede in al-Baghdadi l’unico leader capace di potersi opporre all’occupazione americana del paese nel dopo Saddam. Ma mentre l’obiettivo di al-Qaeda è quello di allontanare una volta per tutte la presenza occidentale nei Paesi islamici e permettere loro di potersi ricostituire in singole entità politiche di stampo musulmano ma soprattutto indipendenti da ogni influenza europea ed americana, l’idea di al-Baghdadi è quella di ricreare un Califfato ispirato a quello delle origini, in opposizione all’ultimo di marca ottomana troppo corrotto dalla civiltà europea. Al-Baghdadi aspira alla fondazione di uno stato islamico che abbia il suo centro tra Baghdad e Damasco, le sedi delle prime due dinastie di Califfi, ed è per questo fondamentale ottenere il pieno controllo del territorio tra Iraq e Siria. L’Isis, o Isil o Daesh, che fino al 2014 rimane incubata negli intenti del suo leader, esteriormente principale alleato di al-Qaeda nella zona, tanto che il suo gruppo viene denominato “al-Qaeda in Iraq”, ma interiormente consapevole della rivalità che lo oppone a Bin Laden e ai suoi successori, esplode allora in tutta la sua violenza irrompendo nella guerra civile siriana anche contro al-Qaeda. L’idea che muove il jihad di al-Baghdadi si concretizza in una vera e propria guerra di “invasione” dall’interno di un territorio simbolico (ma anche quello più facilmente attaccabile in questo dato momento storico), per poi allargarsi e raggiungere i confini dell’antico Califfato nella sua più ampia espansione, quella sotto gli abbassidi, e presumibilmente superarli. Il progetto è oltremodo concreto e affonda le sue radici in una filosofia politico-religiosa che non può essere inquadrata secondo le categorie politiche tipiche della cultura occidentale, e andrebbe approcciato prescindendo da ogni considerazione relativa ai rapporti tra i leader del Daesh e i Paesi occidentali coinvolti nelle questioni mediorientali. La particolarità sostanziale che lo differenzia dagli altri gruppi jihadisti finora conosciuti consiste proprio nella storicità e nell’universalità del messaggio di cui è portatore, messaggio che per secoli è stato mantenuto in vita anche grazie ai movimenti fondamentalisti, in un contesto totalmente alieno alla politica internazionale centrata sull’occidente.

Marco Morselli

Un chicco in più

L’autoproclamatosi Califfo Abu-Bakr al-Baghdadi si chiama in realtà Ibrahim Awad Ibrahim al-Badri. Secondo alcune fonti è nato vicino alla città di Samarra in Iraq. Ha combattuto contro le forze statunitensi dopo l’invasione del 2003 ed è stato catturato nel febbraio 2004 nei pressi di Fallujah. Fu detenuto fino al dicembre dello stesso anno, quando fu rilasciato come “prigioniero di basso profilo”. Nel 2010 è divenuto capo dell’ISI (Islamic Ste of Iraq) che si era distaccato da Al-Qaeda in Iraq e che divenne ISIS (Islamic State of Iraq and Syria) dal 2013.

 

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