contatore visite gratuito
Home - Aree geografiche - Cina: le relazioni stato-società (II)

Cina: le relazioni stato-società (II)

Seconda parte della nostra analisi sulla Cina, nella quale ci focalizziamo su aspetti economici e finanziari quali la proprietà immobiliare e la finanza. Un sistema sui generis, che fino ad oggi è riuscito a contenere le attività speculative

LA PROPRIETÀ TERRIERA IN CINA – Come ricordato nella prima parte di questo articolo, le autorità cinesi hanno conseguito numerosi risultati nella lotta alla corruzione: attraverso lo sviluppo e l’applicazione di leggi che hanno dimostrato una buona efficacia pratica. Allo stesso tempo, mentre è stata ridotta l’incidenza di certi tipi di abusi, le nuove leggi non ne hanno contenuti degli altri, come la confisca illegale di terra da parte di alcune autorità locali e di imprenditori immobiliari: un fenomeno, quest’ultimo, che ha costituito una delle cause più rilevanti sottostante i cosiddetti “mass incidents” in Cina. Vale quindi la pena soffermarsi, premettendo quanto segue: le interpretazioni che confondono i casi di confisca fondiaria con un supposto processo di progressiva privatizzazione delle terre rurali e urbane debbono essere corrette. Sebbene nuove forme di uso privato della terra si siano verificate e possano essere presentate come pratiche neoliberali di “accumulazione tramite espropriazione” (Harvey; Wu), è ugualmente importante riconoscere il fatto che, in Cina, la terra rimane formalmente e strategicamente sotto il controllo statale ed è gestita nell’ambito di un complesso apparato legislativo – ampiamente riformato per soddisfare le richieste di una situazione costantemente in evoluzione (Trichur; Lee). La terra viene concessa a famiglie, imprese e autorità locali attraverso contratti basati su vari diritti d’uso. Questi ultimi sono finalizzati a soddisfare obiettivi produttivi e sociali, mentre, al contrario, gli usi privati di tipo speculativo sono pesantemente sanzionati. In altre parole, in termini comparativi, anche in questo caso la Cina non ha applicato un processo di espropriazione neoliberale, come avvenuto invece nel corso del movimento delle enclosures in Inghilterra e, in seguito, nell’Occidente anglofono – coerentemente con le norme di classe inscritte nelle costituzioni liberali e con la cultura del possesso legata all’individualismo di ispirazione calvinista (Van der Pijl).

Fig. 1 – La proprietà terriera in Cina rimane sotto il controllo statale

PROTESTE SOCIALI E RISPOSTE POLITICHE – Il miglioramento generalizzato delle condizioni di vita dei cinesi e le nuove riforme politico-amministrative sono alla base dell’attuale attivismo e ribellismo cinese. Il Governo centrale, per esempio, ha fornito nuovi strumenti per incoraggiare i lavoratori a riportare/denunciare casi di abuso di potere e per fornire una soluzione pratica contro i fenomeni corruttivi. Ciò si è verificato a partire dagli anni Ottanta e, più estensivamente, durante gli ultimi 15 anni, nel corso dei quali si è registrato un aumento consistente delle petizioni popolari (Cai; Chen). Come sintetizzato correttamente da Sullivan: «la vasta maggioranza delle proteste sociali sono risultate circoscritte nel tempo, nello spazio e negli obiettivi […] La spinta principale di molte di queste proteste sembra essere riconducibile alla volontà di portare gli abusi di potere all’attenzione delle più alte autorità del Paese. […] Il Governo centrale è spesso disposto ad agire celermente su questi segnali per “punire” i responsabili degli abusi, con il fine ultimo di mantenere la stabilità sociale e consolidare la propria legittimità popolare».
Un’altra importante forza che sta cambiando il confine tra stato e società in Cina è rappresentata dai quadri di villaggio e dal loro attivismo nel promuovere e sostenere le petizioni popolari. Per sostanziare ciò ci focalizziamo brevemente sulle proteste sociali occorse in Wukan, provincia del Guangdong, verso la fine del 2011 e l’inizio del 2012. Le autorità locali confiscarono la terra degli abitanti del villaggio per venderla a investitori immobiliari. Successivamente, un numero crescente di abitanti organizzò diverse proteste per denunciare l’accaduto e così manifestazioni e raduni si prolungarono per settimane. Le autorità centrali e quelle locali non misero in atto alcuna azione repressiva, ma cercarono una soluzione positiva ai problemi sollevati dai dimostranti, prendendo in seria considerazione le domande provenienti dal basso. In tempi piuttosto brevi, coloro che avevano abusato del proprio potere furono identificati e banditi dalle funzioni politiche-amministrative, la terra fu ridistribuita alla collettività e di lì a poco i leader della protesta poterono vincere le elezioni di villaggio e conquistare le massime cariche nel comitato locale. È importante sottolineare che non si è trattato di un caso sporadico. Soluzioni politiche costruttive ad altri conflitti sociali in Foshan (Guangdong), Dalian (Liaoning), Haining (Zhejang) e Nansha (Guangzhou) hanno seguito un percorso simile: le proteste popolari hanno persuaso le autorità a rimuovere o chiudere fabbriche considerate pericolose dagli abitanti locali, perché altamente inquinanti. Anche in queste esperienze è dunque possibile individuare ulteriori fonti della legittimità popolare di cui gode il partito al potere (per un’analisi approfondita si vedano Cai; Chen). Tra le altre cose, un’altra tendenza non trascurabile delle nuove aperture rinvenibili nel sistema politico cinese è rappresentata dal crescente numero di candidati politici indipendenti che partecipano alle elezioni di villaggio, di contea e di provincia. Tutti questi fatti possono essere interpretati come il risultato di ciò che John Agnew definisce come “autoritarismo frammentato”, in cui il partito-stato è sempre più aperto e influenzato da una sempre più variegata opinione pubblica.

REDISTRIBUZIONE IMMOBILIARE – Ritornando alla questione delle privatizzazioni, gioverà soffermarsi su un enorme processo redistributivo messo in atto verso la fine degli anni Novanta. Parliamo della privatizzazione degli immobili statali, che è stata guidata politicamente al fine di soddisfare il diritto alla casa per milioni di persone. Negli anni Ottanta la quasi totalità degli appartamenti urbani (circa l’80%) era di proprietà dello Stato (agenzie e società); un valore di gran lunga superiore ai paesi dell’Europa dell’Est. Questi venivano affittati ai lavoratori per un canone inferiore all’1% del loro reddito. Oggi, più dell’80% delle residenze urbane è divenuto di proprietà privata. Il punto di svolta è stato il 1998. A molti lavoratori statali, inclusi alcuni milioni di coloro che avevano perso il posto di lavoro, è stato permesso di comprare il proprio appartamento a un prezzo scontatissimo rispetto al valore di mercato, che all’epoca era già molto basso. Ciò ha rappresentato il più grande trasferimento di ricchezza, in un’unica soluzione, nella storia del mondo, poiché la maggior parte dello stock abitativo cinese è stato acquisito dai propri occupanti (Rothman e Zhu).
Fin qui abbiamo cercato di dimostrare che molto spesso il cosiddetto autoritarismo cinese risulta essere sempre più aperto, concretamente, a procedure democratiche finalizzate a soddisfare le domande provenienti dal basso. E ciò è vero anche quando lo compariamo con i risultati spesso inefficienti degli interventi delle élites politiche occidentali. In conclusione, quindi, riteniamo utile soffermarci su un altro aspetto: le riforme del sistema finanziario intraprese in Occidente, su cui è stata esercitata molta pressione da parte della società civile, comparandole con la situazione cinese.

Fig. 2 – La Cina ha vissuto una grande fase di “boom” edilizio

GOVERNANCE FINANZIARIA IN CHIAVE COMPARATIVA: GLI USA… – I tentativi di riforma europei e statunitensi si sono dimostrati deboli e ancora incapaci di favorire una reale cooperazione tra stati. È il caso del processo di Basilea (che va al di là dell’Europa): dopo decenni di elaborazione di norme interbancarie, detto processo non ha ancora garantito un’adeguata e reale capacità di supervisione sistemica e di prevenzione delle crisi, rimanendo circoscritto alla definizione di sempre nuovi standard, spesso confusi e di difficile applicazione, sulla composizione dei capitali minimi. Confusione, tecnicismi e lentezze applicative continuano a caratterizzare il processo di Basilea (per un approfondimento si veda Rodriguez). Contestualmente, dall’altra parte dell’Atlantico, la legge Dodd-Frank del 2010, con la quale l’amministrazione Obama si era posta l’obiettivo ambizioso di riformare in profondità il settore finanziario, non ha ancora dimostrato di sortire effetti significativi: anche in questo caso il sistema di norme è troppo intricato e confuso, la sua applicazione particolarmente costosa e i tempi di esecuzione lunghi, anche a causa degli ostracismi dell’opposizione parlamentare e della pressione dei grandi conglomerati bancari. Peraltro, uno degli obiettivi che le varie riforme hanno cercato di perseguire è relativo alla riduzione della struttura oligopolistica del sistema bancario. Stando a un rapporto recente della Banca dei Regolamenti Internazionali, la concentrazione bancaria sta crescendo costantemente sia in Europa che negli Usa. Attualmente le prime cinque banche statunitensi controllano quasi la metà degli asset finanziari al livello nazionale (Cox). Questa condizione strutturale può essere ragionevolmente considerata come il fattore sistemico più potente nelle mani dell’elite finanziaria, la quale può influenzare pesantemente le scelte governative (Van der Pijl; Gallino; Arrighi), in quanto detentrice dello status di “proprietaria della moneta” e, indirettamente, di “controllore del capitale industriale”. Ann Lee ci ricorda inoltre che «sotto la supervisione della Federal Reserve e il passaggio del Dodd-Frank, l’attività speculativa è aumentata di sei volte dalla crisi del 2008. Sempre secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, il mercato dei derivati è passato da 100 trilioni di dollari nel 2005 a 661 trilioni nel 2014». Ciò è avvenuto senza richiedere ragionevoli garanzie patrimoniali e quindi consentendo ancora una volta enormi margini di espansione del leveraging (indebitamento) alla base della precedente crisi.

Fig. 3 – Le attività finanziarie in Cina rimangono altamente regolamentate

…E LA CINA – In termini comparativi, la Cina ci restituisce uno scenario completamente diverso: «il partito controlla tutte le maggiori istituzioni finanziarie del Paese, incluse le banche commerciali e le circa settanta società fiduciarie […]». La scala di queste società cinesi di gestione di asset finanziari (parallela alle banche) è tuttavia limitata: «era pari a 764 miliardi di dollari nel 2011, ovvero, equivalente al 5,9% del totale dei depositi (o 8,8% del totale dei crediti) nel sistema bancario formale». Ciò è in netto contrasto con le società finanziarie (fiduciarie delle banche) statunitensi, che nel marzo 2008 possedevano una dimensione lorda di circa 20 trilioni di dollari (questo sistema “parallelo” è stato chiamato “sistema bancario ombra”). Quindi, non rimanendo vittima dello strapotere della finanza privata e del vulnus della deregolamentazione, come in Occidente, il sistema finanziario cinese è significativamente regolamentato, e a controllo pubblico, consentendo alle autorità di intervenire celermente ed efficacemente quando è necessario raddrizzare le storture indotte da attività speculative eccessive. Come dimostrato dai recenti interventi per frenare i movimenti speculativi sulla borsa di Shanghai e dalla pluriennale attenzione a contenere lo sviluppo del mercato dei derivati, la Cina presenta numerosi anticorpi contro un processo di eccessiva finanziarizzazione e dei relativi squilibri. Non deve sorprendere, quindi, che le dimensioni del mercato dei derivati in Cina non siano comparabili con quelle occidentali. Al riguardo, Ann Lee sostiene che «la Cina non raggiungerà mai il livello di profondità del mercato finanziario statunitense, soprattutto fino a quando continuerà a tenere il guinzaglio stretto alle attività finanziarie speculative e un coperchio sugli scambi di derivati denominati in yuan».

Fabio Massimo Parenti

Un chicco in più

Riferimenti bibliografici (si veda anche la prima parte)

  • Agnew, J. 2012. “Looking Back to Look Forward”. Eurasian Geography and Economics 53(3): 301-314.
  • Arrighi, G. 1994. The Long Twentieth Century. London: Verso.
  • Bank for International Settlements (BIS). 2012. “Post-Crisis Evolution of the Banking Sector.” 82 Annual Report: 64-83.
  • Cai Y. 2010. “Collective Resistance in China: Why Popular Protest Succeed or Fail”. Book Review by Sullivan, J. 2012. China Quarterly 211: 851-852.
  • Chen, X. 2012. Social Protest and Contentious Authoritarianism in China. Cambridge: Cambridge University Press.
  • Cox Jeff. “5 Biggest Banks Now Own Almost Half the Industry.” CNBC. N.p., 15 Apr. 2015. Web. 24 Nov. 2015. <http://www.cnbc.com/2015/04/15/5-biggest-banks-now-own-almost-half-the-industry.html>.
  • Gallino, L. 2011. Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi. Torino: Einaudi.Harvey
  • Wu, F. 2010. “How Neoliberal Is China’s Reform: The Origin of Change During Transition.” Eurasian Geography and Economics 51(5): 619-631.

 

Foto: BoazImages

0 comments