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Il cardinale John Tong Hon, vescovo di Hong Kong, a Roma nei giorni del pre-conclave (marzo 2013)

Quanto dista Pechino da Roma?

VatiCaffè – Terzo appuntamento con la nostra rubrica sulla diplomazia della Santa Sede, che affronta il delicato tema dei rapporti tra il Vaticano e la Cina. Padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews.it, ci aiuta ad approfondirne i principali retroscena.

LA SITUAZIONE DELLA CHIESA IN CINA – La notizia del viaggio compiuto da una delegazione vaticana a Pechino dall’11 al 16 ottobre scorso, confermata dalla Segreteria di Stato, ha richiamato l’attenzione di quanti, in Cina come altrove, da tempo auspicano l’allacciamento di regolari relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese. Secondo alcuni osservatori un eventuale passo in questo senso potrebbe avere riflessi significativi a livello geopolitico globale. Ne è convinto, ad esempio, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, il quale ha recentemente sottolineato che «un dialogo tra la Chiesa, tra la Santa Sede e la Cina avrebbe benefici immensi sulla pace nel mondo». È evidente, d’altra parte, che il dialogo sino-vaticano non può non partire innanzitutto dalla difficile situazione della Chiesa cattolica nel Paese.
Sul cattolicesimo cinese pesa infatti ancora oggi la divisione tra una chiesa ufficiale riconosciuta dal Governo – di cui sono espressione organi quali l’Associazione patriottica dei cattolici cinesi (istituita nel 1957) e l’Assemblea nazionale dei rappresentanti cattolici (le cui competenze si sovrappongono a quelle del Collegio dei vescovi) – e una chiesa non ufficiale, la quale non ha mai accettato l’ingerenza del Partito comunista cinese nella vita ecclesiale, a prezzo di vessazioni di ogni genere. Non si contano da questo punto di vista le violazioni delle libertà individuali e gli episodi di violenza ai danni di persone e cose. Tra gli esempi più recenti si possono citare la campagna per la demolizione delle croci e degli edifici sacri “illegali” nello Zhejiang (che ha colpito soprattutto comunità cristiane protestanti), la morte del sacerdote non ufficiale Pietro Wei Heping, avvenuta in circostanze sospette all’inizio di novembre nello Shanxi, e la detenzione del giovane vescovo di Shanghai Thaddeus Ma Daquin, agli arresti domiciliari fin dal momento della sua elezione (avvenuta nel luglio del 2012) per aver dichiarato pubblicamente la sua intenzione di dimettersi dall’Associazione patriottica. Di alcuni vescovi, quali mons. Giacomo Su Zhimin e Cosma Shi Enxiang, arrestati dalle autorità cinesi, non si hanno più notizie da anni.

Fig. 1 – Non è semplice la vita per i cattolici cinesi

IL PROBLEMA DELLE NOMINE EPISCOPALI – La più grave forma di ingerenza da parte del Governo è d’altra parte rappresentata dalle ordinazioni di vescovi che in questi anni l’Associazione patriottica ha più volte compiuto senza il consenso della Santa Sede, il che configura nei fatti un vero e proprio scisma. Le ultime risalgono al periodo che va dal novembre 2010 al luglio 2012, quando sono stati illecitamente ordinati i vescovi nelle diocesi di Chengde (Hebei), Leshan (Sichuan), Shantou (Guangdong) e nell’Amministrazione apostolica di Harbin (Heilongjiang). Fino a quel momento, nonostante la legge cinese preveda per la nomina dei vescovi una procedura non riconosciuta dal diritto canonico – in Cina infatti il vescovo viene eletto in modo “democratico” da un comitato diocesano composto da laici, religiosi e sacerdoti –, si era spesso riusciti a evitare una rottura attraverso l’elezione di candidati segnalati ufficiosamente dal Vaticano. Nei casi qui indicati, invece, l’Associazione patriottica ha fatto eleggere i suoi candidati senza tenere conto del parere di Roma, procedendo per conto proprio.
A fronte della spaccatura creata dal Governo cinese e alimentata dalle ordinazioni episcopali illecite, «esistono alcune zone in cui la riconciliazione tra la Chiesa ufficiale e la Chiesa non ufficiale – auspicata a suo tempo anche da Benedetto XVI – è una realtà consolidata. In queste zone il vescovo non ufficiale è l’ordinario diocesano mentre quello ufficiale è l’ausiliare, o viceversa. In altre regioni, invece, la coesistenza è molto faticosa e si registra una grande divisione, all’interno dei cattolici “non ufficiali”, tra quelli che collaborano con la Chiesa ufficiale e quelli che invece non intendono farlo». È quanto afferma al “Caffè Geopolitico” padre Bernardo Cervellera – missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME), direttore dell’agenzia di stampa AsiaNews.it e uno degli esperti più autorevoli a livello internazionale sull’argomento – il quale sottolinea come «la Chiesa cinese, nonostante i quasi 70 anni di persecuzione, stia dando prova di una grande vitalità e di un notevole slancio missionario». Tutto questo si traduce in una significativa azione di evangelizzazione, condotta nelle città e nelle campagne, pur con tutti i limiti dovuti all’evidente difficoltà di comunicare con la Chiesa universale. Ad oggi, secondo Cervellera, in Cina si contano tra i 12 e i 15 milioni di cattolici: una cifra significativa, assai lontana dalle stime del Governo cinese, che, tenendo conto dei soli cattolici ufficiali, oscillano tra i 4 e i 6 milioni.

Fig. 2 – Fedeli cinesi celebrano papa Francesco in Piazza San Pietro

LA POLITICA DELLA SANTA SEDE, DA BENEDETTO A FRANCESCO – In questo contesto la Santa Sede non ha mai mancato, negli ultimi anni, di manifestare la propria disponibilità a dialogare con le autorità cinesi. Lo testimoniano da ultimo le parole di papa Francesco, che ha più volte espresso in pubblico il desiderio di recarsi in Cina anche in assenza di rapporti diplomatici. Emblematico, in tal senso, quanto da lui affermato sul volo di ritorno da Seoul il 18 agosto 2014, nel consueto stile colloquiale («Se io ho voglia di andare in Cina? Ma sicuro: domani!»). Altrettanto significativi sono i contatti informali con i rappresentanti del Governo avvenuti a più riprese durante il pontificato di Benedetto XVI. Alcune delle delegazioni vaticane inviate a Pechino in quegli anni sono state guidate dallo stesso Parolin, allora sottosegretario per i Rapporti con gli Stati. A questo proposito, alcuni commentatori hanno rilevato l’esistenza di un momento di discontinuità nella politica della Santa Sede, in corrispondenza con la nomina di mons. Parolin a nunzio apostolico in Venezuela (nell’agosto del 2009). Da quel momento in poi si sarebbe registrato un irrigidimento della posizione vaticana nei confronti del Governo cinese, che spiegherebbe almeno in parte anche la ripresa delle ordinazioni episcopali illecite alla fine del 2010. Un quadro, questo, che sarebbe nuovamente mutato verso un atteggiamento più conciliante con l’avvento di papa Bergoglio al soglio pontificio e la successiva nomina di Parolin a segretario di Stato.
Questa lettura tralascia tuttavia di considerare alcuni elementi, a cominciare dal fatto che gli incontri con le autorità cinesi sono continuati anche dopo la ripresa delle ordinazioni illecite (nell’aprile del 2011 il Financial Times ha rivelato i dettagli di un incontro avvenuto in Borgogna tra una delegazione vaticana guidata da mons. Ettore Balestrero e alcuni membri del Partito comunista). Il rischio, inoltre, è quello di sottovalutare le responsabilità del Governo cinese nella vicenda. Secondo padre Cervellera «l’Associazione patriottica e il Fronte unito [organo statale controllato dal Partito incaricato di attuare a livello nazionale e provinciale le direttive politiche in materia religiosa, NdR] hanno deciso di compiere le ordinazioni episcopali senza rispetto per le prerogative del papa, perché si sono accorti che i candidati segnalati dal Vaticano erano persone molto fedeli a Roma, e dunque meno manovrabili dal potere politico. Di fronte al tentativo perseguito dalla Santa Sede di rendere più solido l’episcopato cinese e di unire maggiormente cattolici ufficiali e non ufficiali, le autorità hanno deciso di compiere gesti di rottura, in nome del principio “divide et impera”».
A monte di queste considerazioni va evidenziata la continuità che Francesco ha esplicitamente rivendicato nei riguardi del suo predecessore. Sempre sul volo di ritorno dalla Corea del Sud, il pontefice ha infatti messo in luce l’attualità della Lettera ai cattolici cinesi inviata da Benedetto XVI nel 2007. Si tratta di un documento fondamentale, che per Cervellera chiarisce come «la Chiesa non chieda per sé privilegi o trattamenti di favore, né si ponga l’obiettivo di cambiare il Governo cinese». Le richieste minime avanzate nella Lettera sono piuttosto le seguenti: 1) che l’ultima parola sulle ordinazioni dei vescovi venga dalla Santa Sede; 2) che la Chiesa abbia uno spazio per dare il suo contributo alla pace e alla giustizia nella società cinese, dunque la possibilità di realizzare opere educative e caritative. In termini analoghi si è espresso lo stesso Francesco: «Noi rispettiamo il popolo cinese, soltanto la Chiesa chiede libertà per il suo mestiere, per il suo lavoro; nessun’altra condizione».

TRA SENSAZIONALISMO E DATI DI FATTO: QUALI PROSPETTIVE PER LA CHIESA CINESE? – In merito ai possibili sviluppi della politica religiosa del Governo cinese – è attesa nelle prossime settimane la convocazione di un meeting del Partito comunista volto a ridisegnare la legislazione in materia religiosa per i prossimi dieci anni – il direttore di Asianews.it si limita a constatare l’indurimento della posizione del Ministero degli affari religiosi, il quale nei mesi scorsi ha escluso la possibilità di arrivare a un accordo a partire dal cosiddetto “modello vietnamita. Tale modello si basa su una ricerca dei candidati all’episcopato da parte del Vaticano, che poi presenta al Governo di Hanoi un nome per la sua approvazione (se Hanoi l’approva, la Santa Sede nomina ufficialmente il vescovo; se il Vietnam rifiuta, il Vaticano è costretto a presentare un altro nome, fino a che non si raggiunge un consenso bilaterale). Un irrigidimento, quello cinese, sul quale gli sviluppi della politica internazionale – come il dialogo tra Pechino e Taiwan (con la quale il Vaticano ha sempre intrattenuto rapporti diplomatici) – non sembrano incidere in maniera sostanziale. La leadership cinese si trova infatti a dover fronteggiare nello stesso tempo due diverse esigenze, secondo padre Cervellera: quella di garantire un flusso costante di investimenti dall’estero per compensare il rallentamento dell’economia, e quella di salvaguardare il monopolio del potere del Partito comunista, messo alla prova da numerosi scandali che hanno mostrato la diffusa corruzione del sistema politico. Di qui la necessità di un controllo totale anche sulle comunità religiose presenti in Cina.
Impossibile non rilevare il contrasto tra il quadro delineato da Cervellera e il sensazionalismo con cui la stampa – sia italiana sia estera – ha più volte presentato in questi anni la prospettiva di un riavvicinamento tra la Cina e la Santa Sede. Emblematiche in questo senso sono le voci di un possibile incontro tra papa Francesco e il Presidente cinese Xi Jinping, che hanno accompagnato i viaggi del pontefice in Corea (agosto 2014) e negli Stati Uniti (settembre 2015). Voci puntualmente smentite dai fatti. «Si tratta di un ottimismo spesso e volentieri privo di fondamento», chiosa il direttore di AsiaNews al termine della conversazione con “Vaticaffè”, «indice della volontà di alcuni di vedere a tutti i costi qualcosa di cui in realtà non si hanno prove attendibili». Cervellera mostra tuttavia di condividere la posizione espressa dal cardinale Parolin alla fine di ottobre, a margine dell’ultimo invio di una delegazione vaticana a Pechino: «Il solo fatto di poterci parlare [con le autorità cinesi, NdR] è significativo».

Paolo Valvo

 

Foto: galeriapt.gaudiumpress

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