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Clima: la CoP 21 di Parigi, schieramenti e aspettative

La conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico aprirà i battenti il prossimo 30 novembre e si concluderà il giorno 11 dicembre. Luogo dell’evento sarà Le Bourget, nei pressi della Ville Lumière. Il Caffè vi porta a Parigi con un mini-speciale di due articoli

LOTTA AL CAMBIAMENTO CLIMATICO – La Conferenza delle parti (CoP) 21, alla ventunesima sessione annuale, organo della Unfccc,  (United Nations frame work convention on climate change) segna un’inversione di tendenza nella storia della lotta al cambiamento climatico. Da questa edizione i governi dei singoli Paesi sono chiamati ad inviare le loro proposte (piani d’azione sul clima) per ridurre le emissioni di gas a effetto serra, segnando un ribaltamento dello schema classico usato fino ad oggi. Niente più imposizioni ai singoli Stati ma tutto si inquadra nel tentativo di facilitare un accordo tra i più di 150 paesi partecipanti, responsabili del 90% delle emissioni di CO2, metodo forse discutibile perché è poco probabile che i Paesi più industrializzati (e quindi più inquinanti) decidano di limitarsi autonomamente, per di più in un contesto economico caratterizzato dalla stagnazione. Di contro, in questo modo nazioni storicamente poco interessate alla questione sono state indotte ad inviare, finalmente, statistiche e dati ufficiali.

Fig. 1 – Il cambiamento climatico è un rischio sempre più concreto

UN ACCORDO NON VINCOLANTE? – Il segretario di Stato USA John Kerry ha provveduto a fugare ogni dubbio. Ha dichiarato al Financial Times, lo scorso 11 novembre, che gli Stati Uniti (ovvero il paese più inquinante del mondo fino a poco tempo fa, il primato negativo oggi appartiene alla Cina) non accetteranno nessun accordo effettivamente vincolante. Sembra dunque che non si ripeterà il risultato della CoP 3 del 1997, quella che si è svolta nella città giapponese di Kyoto e che ha dato vita all’omonimo protocollo. L’Unione Europea aveva già fatto sapere di voler dare all’accordo finale la veste giuridica di trattato o di protocollo, proprio per esigere natura vincolante all’atto. Il tema è di fondamentale importanza, perché se le emissioni non avranno un’inversione di tendenza avremo un innalzamento delle temperatura superiore ai 2°C (si teme quota 2,7°) entro il 2100. Con ghiacciai che si scioglieranno e conseguente innalzamento del livello del mare fino a 70 metri, desertificazioni massicce e carestie unite a migrazioni bibliche. L’obiettivo del vertice è quello di contenere entro i 2° l’innalzamento della temperatura.

Fig. 2 – Un’immagine della CoP 20 dell’anno scorso, tenutasi a Lima

L’EUROPA E L’ITALIA – L’Unione Europea, come soggetto unitario, si impegnerà a ridurre globalmente le proprie emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990, entro una data vicina, il 2030. Lo scorso anno i 28 Stati membri hanno siglato un patto, vincolante e con tanto di sanzioni in caso di mancato rispetto degli obiettivi, il che fa comprendere come il vecchio continente sia il soggetto politico più sensibile al tema. L’Italia, responsabile di poco più dell’1% delle emissioni mondiali, è determinata a giocare un ruolo da protagonista. Probabilmente il ministro Galletti chiederà di fissare l’obiettivo ancora più in alto, arrivando a proporre di stabilire l’aumento consentito della temperatura a 1,5° anziché 2°, con obiettivi qualificati e misurabili ogni 5 anni. Roma proporrà, poi, di valutare l’inserimento di una carbon tax. La Gran Bretagna ha fatto sapere che entro il 2025 abbandonerà completamente l’economia del carbone per passare a rinnovabili e nucleare, mentre la Francia desidera un accordo sufficientemente ambizioso e giuridicamente vincolante, per raggiungere l’obiettivo dei due gradi; si dovrà trovare un equilibrio tra l’approccio di Kyoto – una suddivisione quasi aritmetica degli impegni di riduzione delle emissioni, a partire da un comune limite massimo consentito – e quello di Copenhagen (2009), un insieme di impegni nazionali non costrittivi e quindi blandi.

GLI ALTRI – Nel G7 di giugno, tenutosi a Schloss Elmau, le potenze più industrializzate del mondo (c’erano anche Canada e Giappone) si sono accordate per un drastico calo delle emissioni, tra il 40 ed il 70% rispetto ai livelli del 2010. Tale obiettivo è vincolante e deve essere raggiunto entro il 2050. La Cina, da sempre restia a fornire dati ed informazioni ufficiali, si impegnerà a ridurre le proprie emissioni (fino al 65%) a partire dal 2030, e farà partire dal vicino 2017 un piano nazionale di scambio di emissioni di carbonio, anche se nessuno sa a quanto ammontano le emissioni cinesi. E gli Stati Uniti? Prometteranno di dare una sforbiciata tra il 26 ed il 28% sulle emissioni, rispetto a quelle del 2005, entro il 2025. Obama ha avviato una serie di accordi separati in materia; uno è quello con la Cina dell’autunno 2014, l’ultimo in ordine di tempo risale allo scorso luglio e coinvolge la maggiore economia dell’America Latina, il Brasile. Sostanzialmente le due potenze si impegnano ad accrescere, nel giro di poco, la produzione di energia da fonti rinnovabili, idroelettrico escluso, privilegiando solare, eolico e biocarburanti. A gennaio Washington aveva concluso un accordo di cooperazione sul cambiamento climatico con il terzo emittore mondiale, l’India. La seconda economia latino – americana, il Messico, ha appena varato un ambizioso piano climatico nazionale, che impegna lo stato a tagliare del 25% entro il 2030 le emissioni di gas serra. E i produttori di petrolio, in teoria quelli meno interessati a centrare gli obiettivi del Cop21, che fanno? L’Arabia Saudita taglierà del 30% le proprie emissioni (non ha specificato rispetto a quando) ma solo purché i profitti derivanti dal petrolio rimangano alti; una formula particolare.

Fig. 3 – Il ministro dell’Ambiente italiano, Gian Luca Galletti

IL RISCHIO DI AVERE POCA AMBIZIONE – Intanto, l’organizzazione meteorologica mondiale (la Wmo) ha fatto sapere che il 2014 è stato l’anno record (in negativo) delle concentrazioni delle emissioni (”The greenhouse gas bulletin 2014”) mentre la Nasa e l’agenzia giapponese Jma hanno concluso, in via preliminare, che il 2015 ha le carte in regola per divenire l’anno più caldo da quando esistono le rilevazioni, il 1880. L’impressione pre-vertice è che, mancando un accordo collettivo e vincolante, si otterrà un successo a metà. Probabilmente si riuscirà a conseguire comunque un risultato, seppur di breve/medio periodo; ritardare il raggiungimento della soglia critica. Ma il rischio fondato di incorrere in grossi guai tra 30 o 40 anni persiste. E forse la finanza avrà un ruolo decisivo poiché in mancanza di buona volontà collettiva solo adeguati strumenti finanziari (leggasi aiuti o sussidi) potranno indurre gli stati a compiere sforzi davvero più significativi.
Andrea Martire
Questo articolo è stato pubblicato originariamente su “AGI Energia“.
Un chicco in più
Potete visitare qui la pagina della CoP 21 dove sono registrati tutti gli impegni presentati dagli oltre 15o Paesi in tema di lotta al cambiamento climatico.

Foto: cieau

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