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Cina: le relazioni stato-società (I)

Qual è la natura delle relazioni stato-società in Cina? Quali le implicazioni? Anche in questo intervento, in due puntate, intendiamo riconsiderare alcune semplificazioni rinvenibili nei “discorsi” occidentali sulla società cinese

In questa prima parte del nostro saggio ci concentreremo sulla legittimità popolare dello stato cinese, i risultati socioeconomici, le politiche anti-corruzione, la gestione dei conflitti sociali locali e altro ancora.

Attraverso una breve disamina delle relazioni stato-società in Cina, si evince che esse non sono così antidemocratiche, corrotte e socialmente depresse come diffusamente percepito e/o interpretato in Occidente, soprattutto in alcuni paesi come Italia e Germania, ove una maggioranza considerevole dell’opinione pubblica, almeno secondo un sondaggio del 2011 condotto dal Pew Research Center, non vede con favore la Cina e i suoi sviluppi. In realtà, è possibile constatare l’esistenza di una dinamica legislativa e di riforme che merita una maggiore attenzione.

LEGITTIMITA’ POPOLARE E GOVERNANCE

Termini come dittatura, autoritarismo e sistema a partito unico (spesso usati in modo intercambiabile per rappresentare la Cina in modo negativo) sono raramente associati ad analisi sistematiche delle relazioni tra le autorità e il resto della società cinese, o piuttosto, del meccanismo di riproduzione della classe politica e della dialettica società-politica/stato-cittadini.

Cominciamo col primo esempio: la Cina è generalmente considerata un sistema chiuso e rigido, sia politicamente che socialmente. Tuttavia, durante gli ultimi decenni di riforme fondiarie, fiscali e amministrative (per non menzionare i precedenti storici), la variegata e complessa società cinese ha ancora una volta recuperato ampi margini di agibilità politica. Si pensi al riconoscimento formale del diritto di manifestare (codificato da una legge del 2005 su raduni e manifestazioni e dal relativo regolamento applicativo), oppure alla riattivazione del ruolo capillare dei sindacati di partito e, più recentemente, di sindacati indipendenti al fine di limitare abusi d’impresa e di migliorare le condizioni di lavoro (The Economist; Financial Times; Van Der Pijl). Se a ciò aggiungiamo i numerosi scioperi nelle fabbriche (anch’essi normati da una legislazione ad hoc), che hanno dato un contributo significativo alla definizione della nuova legge sul lavoro del 2008 e, non in ultimo, l’uso diffuso di elezioni dirette dei comitati di villaggio a partire dal 1988 (Trichur), ci troviamo di fronte a un’intensa e dinamica dialettica socio-politica. Gli attuali processi di formazione e conflittualità sociale appaiono come fenomeni che spingono il paese verso una ri-politicizzazione delle relazioni sociali, capace di limitare gli effetti distorsivi delle dinamiche capitaliste. Ciò nonostante, le caratteristiche determinanti del regime cinese rimangono quelle in cui la classe di governo trattiene le leve fondamentali del potere e opera come forza anticipatrice e di guida nella formazione delle altre classi sociali piuttosto che esserne da esse confrontata (Van Der Pijl).

Sulla lunga civilizzazione cinese e la sua storia rinviamo ai primi interventi e relativi riferimenti di approfondimento. Ricordiamo solo che indagini approfondite, condotte dal Pew Research Centre (2010, 2012) e Saich (2012), e costruite su fonti primarie, rilevano un elevato grado di soddisfazione popolare dei cinesi verso i propri governanti, significativamente superiore a ciò che si può riscontrare nei paesi leader dell’Occidente. E ciò non è sorprendente soprattutto alla luce della crisi delle “democrazie occidentali”, su cui hanno scritto in modo inequivocabile moltissimi autorevoli studiosi. Guardando verso la Cina, scopriamo che la “democrazia” non è il solo, né il più importante, criterio per valutare la qualità della governance o, piuttosto, l’abilità di gestire e soddisfare i bisogni socioeconomici di una pluralità di territori e contesti geo-storici. La classe dirigente cinese mantiene ancora oggi l’abilità di decidere le priorità di sviluppo e può accelerare/decelerare il ritmo del cambiamento.

Un esempio recente e tanto discusso: l’esperimento di ampliare l’accesso alla borsa di Shanghai e le sue connessioni regionali e globali ha portato a una volatilità fuori controllo tra giugno e agosto di quest’anno. Le autorità cinesi hanno avviato un giro di vite per prendere misure capaci di ridurre tale volatilità, come il congelamento temporaneo di alcune offerte azionarie pubbliche e il contenimento delle somme che gli investitori possono prendere a prestito, in relazione ai loro conti, per acquistare azioni nelle borse cinesi. Per non parlare delle indagini in corso su sospette attività di insider trading e manipolazione dei valori azionari che sarebbero state intraprese da gestori di fondi finanziari e regolatori dello stato (tra tutti, menzioniamo Yao Gang, uno dei quattro vicepresidenti della China Securities Regulatory Commission; per approfondimenti vedi Bloomberg).

Anche in altri paesi asiatici l’abilità di promuovere e gestire la crescita economica, di mantenere la coesione sociale e di limitare la corruzione sono egualmente importanti, se non di più, rispetto alla “democrazia rappresentativa”, in quanto sono la concreta manifestazione delle capacità delle autorità politiche di promuovere l’interesse comune. Inoltre nella tradizione confuciana (arricchita da molti pensatori, come Mencio e Hsun Tzu) lo stato non è visto con sospetto, come entità politica che deve essere limitata o usata in supporto di interessi privati, ma è invece considerato come una parte integrante della società, come il membro più autorevole della famiglia.

CORRUZIONE E POVERTA’

E’ bene sottolineare che l’intera società cinese è informata da una concezione dello stato di tipo familistica e patriarcale, che è sorretta dall’apprendimento costante dell’importanza e del valore della gerarchia sociale. Il confucianesimo non è legato solo alla costruzione della narrazione cinese per scopi nazionali e geopolitici, ma è anche correlato a pratiche interne ed esterne come quelle relative alla creazione di centinaia di istituti confuciani in vari paesi stranieri, all’insegnamento confuciano nella scuola secondaria e alle procedure di valutazione degli ufficiali di partito. Più recentemente, a partire dal 1993, dopo decenni di sistema familiare basato sull’ereditarietà, il governo centrale ha ridefinito e implementato un nuovo sistema di reclutamento degli impiegati e dirigenti statali basato su competizioni pubbliche tese alla valutazione delle competenze – qualcosa che era già stato sperimentato con successo nel corso della storia cinese (Ko and Weng). Pertanto, contrariamente alla percezione occidentale, è importante riconoscere che gli alti livelli di legittimità popolare che si registrano in Cina sono socialmente e culturalmente radicati in un sistema di relazioni stato-società dinamico e piuttosto avanzato. Inoltre, un altro aspetto complementare è correlato ai numerosi risultati conseguiti dal governo cinese nel limitare e risolvere i fenomeni corruttivi. Nel corso degli ultimi 30 anni, la natura della corruzione è cambiata e il quadro generale sembra essere migliorato soprattutto durante gli ultimi 15 anni. Verso la seconda metà degli anni Novanta, centinaia di leggi anti-corruzione, regolamenti e politiche sono state definite ed emanate dal governo cinese. Conseguentemente, l’incidenza della corruzione legata ai processi amministrativi è diminuita. Secondo l’analisi minuziosa di Ko e Weng “il numero complessivo dei casi di corruzione è diminuito principalmente perché sono diminuiti i casi di appropriazione indebita da parte dei pubblici ufficiali” (Ko and Weng). Questo trend particolarmente positivo è stato integrato e rafforzato da numerose altre riforme.

La riduzione della corruzione amministrativa può essere attribuita ai cambiamenti intervenuti negli ultimi anni, che avrebbero ridotto l’opportunità di intraprendere tali pratiche. La ri-centralizzazione fiscale, con l’adozione di un migliore sistema di supervisione e di controllo, nonché la riforma dei servizi della pubblica amministrazione, basata su un chiaro principio meritocratico, di competenze, può spiegare questa riduzione […]. In particolare, i fondi aggiuntivi forniti dal governo centrale, che danno considerevole discrezione ai governi locali, sono stati gradualmente ridotti e gestiti attraverso processi più trasparenti e sistematici. Come risultato, il governo centrale può monitorare più agevolmente il flusso di fondi pubblici usando le tecnologie dell’informazione (Ibid).

In ogni caso e malgrado i pregevoli risultati raggiunti, il problema della corruzione rimane aperto e piuttosto articolato sia nella sua natura che nelle sue tendenze. Sebbene i cambiamenti più recenti non hanno impedito l’emergere di nuovi casi di corruzione — attualmente legati maggiormente alle relazioni pubblico-privato piuttosto che prettamente amministrativi — le riforme menzionate sono essenziali per comprendere i risultati raggiunti nella governance socioeconomica.

BILANCIAMENTO E CRESCITA

Ritornando al principio generale, emerge che i rappresentanti dello stato cinese possono godere di una buona legittimazione popolare solo fino a quando possono costantemente provare di meritare gli incarichi ricevuti, ovvero il diritto di governare a vari livelli istituzionali. Diversamente, in caso di fallimento, i principi e le regole di base della tradizione politica e socio-culturale del paese permettono al ribellismo cinese (storicamente incisivo e sempre attivo, come ben ricorda Arrighi) di trovare ampio spazio di azione, potendo legittimamente esercitare il diritto di “spodestare” i rappresentanti al potere o, per essere più precisi, coloro i quali hanno conquistato l’autorità per gestire la res publicae (Wang; Jacques). Da questa angolazione, si può asserire che le più recenti proteste diffusesi nel paese rappresentano una costante reprimenda sociale per le autorità al fine di fare di più e meglio. Pertanto, esse non mirano in alcun modo a sovvertire il sistema comunista, essendo un richiamo costante per trovare soluzioni a specifici problemi (correlati al land grabbing, alla corruzione locale e così via). Quando i giornalisti occidentali interpretano le proteste cinesi come un chiaro segno della crisi del sistema politico, essi omettono il dato che questo dinamismo socio-politico è consentito non solo dalle riforme politiche e amministrative – quindi in qualche modo incentivato – ma anche da un miglioramento generale delle condizioni di vita di centinaia di milioni di persone. Questa prospettiva ci permette di capire meglio i dati del Pew Research Center sugli alti livelli di legittimità popolare di cui gode l’apparato statale. Tra le altre cose, durante gli ultimi 30 anni, il reddito pro capite in Cina è cresciuto per un valore superiore al 1300% (Unz; IMF database). Ciò detto, le proteste sociali, che saranno analizzate nella seconda parte di questo intervento, sono cresciute di pari passo con i miglioramenti socio-economici. A questo riguardo, il livello di riduzione dell’ineguaglianza e della povertà sono altri aspetti che debbono essere considerati attentamente. Varie fonti autorevoli (OECD; UNDP) riportano che il livello di ineguaglianza in Cina non è dissimile da quello statunitense (si veda anche Fan and Sun; mentre per un ragionamento più ampio sulla natura della ineguaglianza si veda Losurdo). In ogni caso, e contrariamente al trend proprio dei paesi occidentali, la Cina sta mostrando concreti segni di contrazione dell’ineguaglianza, e questo trend positivo è combinato a una sostanziale riduzione della povertà assoluta. Tra il 1980 e il 2009 la Cina ha sollevato dalla fame più di 600 milioni di persone, un primato storico assoluto, a cui è associato un aumento costante dei salari urbani e rurali (Young; World Bank; ILO; Rothman and Zhu). Anche l’indice di sviluppo umano continua a registrare una dinamica positiva, essendo cresciuto costantemente durante gli ultimi 30 anni (da un valore di 0.40 a uno superiore allo 0.70, UNDP database; sulla rapida ricostruzione di un ampio sistema di welfare si veda The Economist; Khun).

 Fine della prima parte

Fabio Massimo Parenti

  • Riferimenti bibliografici
  • Altri link utili 
  • Fan, C.C., and M. Sun. 2008. “Regional Inequality in China, 1978-2006.” Eurasian Geography and Economics 49(1): 1-18.
  • IMF. World Economic Outlook Databases. http:// www.imf.org/
  • International Labour Organization (ILO). 2010. Global Wage Report 2010/2011. Geneva: ILO.
  • Jacques, M. 2012. When China Rules the World. London: Penguin.
  • Khun, R.L. 2012. “Economic Model Must Change”. China Daily. September 14-20: 8.
  • Khun, R.L. 2012(a). “China Can Produce. Can China Create?” China Daily. September 28-October 4: 8.
  • Ko, K., and C. Weng. 2012. “Structural Changes in Chinese Corruption.” China Quarterly 211: 718-740.
  • OECD. 2012. China in Focus: Lessons and Challenges. Paris: OECD.
  • Pew Research Center. 2010. Global Attitude Survey. Released 17 June 2010.
  • Pew Research Center. 2012. Global Attitude Project. Released 16 October 2012.
  • Rothman A., and J. Zhu. 2012. Misunderstanding China: Popular Western Illusions Debunked. Special Report. CLSA Asia-Pacific Markets. Available at https://docs.google.com/ file/d/0B5PLEfhDB5KxMjcwNTZaalFnc2c/edit
  • Saich, A. 2012. “The Quality of Governance in China: The Citizen’s View.” HKS Faculty Research Working Paper Series RWP12-051.
  • The Economist. 2012. “Social security with Chinese characteristics” and “Pensions. Fulfilling promises”. August 11th: 10-11, 45-46.
  • Trichur, Ganesh K. 2012. “East Asian Developmental Path and Land-Use Rights in China.” Journal of World-Systems Research XVIII(1): 69-89.
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  • World Bank. 2012. China 2030. Washington DC: The World Bank and the Development Research  Center of the State Council of People’s Republic of China.
  • Young, Nick. 2007. “How Much Inequality Can China Stand?” China Development Brief.

 

Foto: l plater

Foto: aurelio.asiain

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