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Sarajevo, segni di granate su un palazzo vicino all’Holiday Inn, nido dei cecchini serbi, durante il conflitto '92-95 // Giulia Stagnitto

La Bosnia è in Europa?

Da Sarajevo In 3 sorsi – Vent’anni dopo gli accordi di Dayton la Bosnia Herzegovina sembra immobile: popolazione divisa etnicamente, stallo economico, adesione all’UE non ancora iniziata. Sullo sfondo, una crescente influenza dei Paesi islamici. Cosa sta succedendo? Facciamo il punto in 3 sorsi.

1. I GATTOPARDI BOSNIACI Gli accordi di Dayton, che misero fine alla guerra fratricida durata tre anni (1992-1995), avevano due obiettivi: terminare le violenze e creare uno stato funzionale. Il primo è stato raggiunto: il tasso di violenza interetnica continua ad essere basso. Il secondo no. La complessa architettura costituzionale si traduce in una “etnicizzazione” della politica: croati votano croati, serbi votano serbi, musulmani votano musulmani. In un clima di generale sfiducia verso la politica istituzionale, le elezioni nazionali del 12 ottobre 2014 hanno di nuovo ribadito i rapporti di potere esistenti, ovvero l’egemonia degli stessi partiti storici che iniziarono le ostilità. Tuttavia oggi i veri scontri non avvengono tra le diverse etnie, ma al loro interno. La cristallizzazione etnica alimenta un sistema nepotista e clientelare, con in palio l’accesso alle risorse da redistribuire. La storica sentenza Sejdic-Finci è rimasta sulla carta e le rare formazioni politiche che provano a rompere le barriere etniche appaiono come esperimenti di belle speranze, incapaci di attrarre voti oltre alla borghesia urbana. Le rivolte esplose a metà 2013, portando in piazza una rabbia che non sembrava conoscere confini, avevano fatto sperare in una primavera bosniaca. Ma il fuoco si è spento presto.

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Fig. 1 – Memoriale di Potocari per le vittime del genocidio di Srebrenica del luglio 1995 // Giulia Stagnitto

2. ASPETTANDO L’EUROPA Però qualcosa si muove. Dopo anni di continui rimandi, la Bosnia ha promesso di presentare entro fine anno la propria candidatura per l’ingresso nell’Unione Europea. In un Paese che non ha mai smesso di sentirsi europeo tout court, l’Europa è vista come la migliore soluzione per fluidificare e monitorare gli ingranaggi politici e riassestare un’economia disastrata, piagata da privatizzazioni avventate e da una disoccupazione giovanile vicina al 60%. I fastidi per un’ingerenza statunitense ritenuta eccessiva da parte dell’UE sono un fiume carsico, ma rumoroso. Inoltre, benché parlare di numeri qui sia sempre un’operazione delicata, si può affermare che, se entrasse in UE, la Bosnia sarebbe il primo Paese a maggioranza islamica, perlomeno relativa. Ma quale Islam?

Fig. 2 – Il ponte latino a Sarajevo, luogo del celebre attentato all’Arciduca Francesco Ferdinando nel 1914. 

3ISLAM E GLOBALIZZAZIONE – Di Islam in Bosnia la stampa mainstream parla quasi esclusivamente per paventare un fantomatico “pericolo islamista”. Una narrazione allarmista finalizzata al click-baiting da cui non sembrano immuni né la stampa straniera, né la stampa italiana. Raramente gli autori conoscono la realtà bosniaca, ancor meno frequentemente sono stati in Bosnia. Per evitare la lente tossica dello “scontro tra civiltà”, è necessaria maggiore attenzione al contesto storico e socio-politico.
Presente fin dalla conquista ottomana (1463), l’Islam in Bosnia si è mosso da sempre in uno scenario originale, caratterizzato da prossimità e dialogo con le altre fedi presenti e all’interno di entità sovranazionali e multi-etniche (Impero Ottomano, Impero Austro-ungarico). Mezzo secolo di Jugoslavia socialista, inoltre, ha ulteriormente secolarizzato una popolazione abituata a concepire la religione più come un insieme di pratiche culturali che come un corpo di precetti da seguire. Interpretazioni alternative dell’Islam fecero la loro comparsa durante la guerra. Mujaheedin, principalmente iraniani (sciiti) e sauditi (sunniti wahhabiti o salafiti), che accorsero a combattere quella che per loro – e per la propaganda nazionalista serba – era una “jihad”. Alcuni di loro sono rimasti in Bosnia, alla fine della guerra.
Allargando la prospettiva, la macro-etichetta della “re-islamizzazione” fonde tre fenomeni le cui interconnessioni vanno ancora provate: il tentativo da parte delle autorità musulmane autoctone di riconquistare fedeli, la presenza di sparute e controllatissime comunità separate di fondamentalisti e la crescita degli investimenti di Paesi islamici. Valutando spesso come predominante la finalità ideologica di questi investimenti, si sottovaluta il loro mero scopo di ritorno economico, dimenticandosi anche che questi attori (Arabia Saudita e Turchia, in primis) non sembrano avere agende geopolitiche né convergenti, né guidate dalla semplice affinità religiosa.

Simone Benazzo

Un chicco in più

I rapporti tra Bosnia e Serbia sembrano distendersi per la prima volta dalla fine del conflitto. Il premier serbo Aleksandar Vučić ha visitato la Bosnia per due volte tra il 4 e l’11 novembre, suscitando malumori nella Repubblica Srpska, la parte serba del paese. Opportunismo politico, pressioni UE o egemonia regionale in ottica anti-turca?

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