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Non c’è pace per il Sud Sudan

Guerra civile, crisi economica, violenze: sono le tre costanti che si ripetono nella storia del Sud Sudan, lo Stato più giovane del mondo, eppure uno dei più devastati. Nato ufficialmente il 9 luglio 2011 all’indomani del referendum per l’indipendenza dal Sudan, si trova da oltre due anni a dover fare i conti con un cruento scontro etnico tra i Nuer e Dinka nascosto sotto le sembianze di una guerra civile. L’Unione Africana ha pubblicato recentemente un rapporto di denuncia sulla situazione umanitaria interna per far luce sulla spirale di violenze disumane subite dalla popolazione civile e di cui entrambe le parti in conflitto si sono macchiate dal 2013 ad oggi.

I FANTASMI DEL PASSATO – A partire dal 1956, anno in cui terminò il condominio anglo-egiziano, il territorio del Sudan fu teatro di vent’anni di guerre civili tra il Nord arabo-musulmano e il Sud cristiano-animista. Assecondare le richieste indipendentiste del Sud venne considerato dalla comunità internazionale come l’unica soluzione per la stabilizzazione e la pacificazione della regione. Tuttavia l’illusione è durata ben poco: a quattro anni dalla sua nascita, il Sud Sudan è un Paese fermo, in stagnazione economica, con una guerra civile in corso, tassi elevati di mortalità infantile e analfabetismo. La popolazione civile è stata duramente colpita, e i combattimenti hanno creato un milione di rifugiati interni. La secessione non ha migliorato nemmeno i rapporti con i cugini del Nord, guidati attualmente dal presidente Omar Al-Bashir, su cui pendono due condanne della Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, e dal suo Nif (National Islamic Front).

LA QUESTIONE PETROLIFERA − Il nodo da sciogliere nel dialogo tra i due Paesi è legato al petrolio. Negli anni Ottanta vennero scoperti ingenti giacimenti petroliferi nei territori meridionali (tutt’oggi l’85% del greggio si trova nel Sud Sudan). Il Nord presenta un territorio quasi totalmente desertico e ciò non permette lo sviluppo di attività agricole. Partendo da quest’assunto è facile intuire perché il Governo centrale di Karthoum ha sempre mostrato una certa resistenza verso le richieste di autonomia dei territori meridionali: gli introiti derivanti dalla vendita del greggio rappresentano un respiro di sollievo per l’economia di un Paese completamente devastato da venti anni di guerra civile. Lasciare andare il Sud significava perdere il controllo su queste immense risorse. D’altra parte, il Sud Sudan non ha sbocchi sul mare e non possiede gli impianti necessari per la lavorazione e l’esportazione del greggio, che si trovano, invece, al Nord. I due Stati sono quindi indipendenti, ma ciò non ha facilitato un accordo stabile per la spartizione dei proventi, tanto che nel gennaio 2012 il Governo di Juba, a sud, ha deciso di sospendere le estrazioni come strumento di ritorsione verso il popolo guidato da al-Bashir, danneggiando però anche la propria economia.

Fig. 1 – Gli scontri tra Dinka e Nuer hanno causato 720mila sfollati interni, mentre 145mila persone hanno abbandonato il Paese cercando rifugio nei Paesi confinanti

SCONTRO ETNICO O GUERRA CIVILE? − I festeggiamenti per l’indipendenza durarono poco. Costituitosi come Repubblica, il neonato Sud Sudan era guidato dall’Splm (Sudan People’s Liberation Movement) e Salva Kiir Mayardit, di etnia Dinka, venne eletto Presidente. Riek Machar, ex presidente di etnia Nuer, appartenente alle file dell’Splma (Sudan People’s Liberation Army), il braccio armato del movimento che combattè per l’indipendenza, ottenne la vice-presidenza. Ma la convivenza tra le due etnie ebbe vita breve: Muchar ha accusato a più riprese Kiir di voler dar vita a una dittatura, limitando il potere delle opposizioni dopo che nel luglio del 2013, con un rimpasto di Governo, il Presidente aveva allontanato lo stesso Machar e i ministri a lui vicini. A dicembre 2013, Kiir arrivò ad accusare il vice-presidente di aver organizzato un presunto colpo di Stato ai suoi danni. Ciò è bastato per riaccendere la miccia: i due anni successivi sono stati caratterizzati da rappresaglie e scontri tra le due fazioni che, di fatto, seppur sotto le mentite spoglie di una guerra civile, stanno portando avanti un conflitto etnico. Solo nell’agosto del 2014, su pressione della comunità internazionale e dopo numerosi tentativi di mediazione falliti, si è aperto il dialogo tra Kiir e Machar, con un temporaneo accordo di pace raggiunto ad Addis Abeba che prevede la formazione di un Governo federale al termine di un primo periodo di transizione. Mentre le forze governative chiedono che la transizione duri almeno 30 mesi e si proceda poi a libere elezioni, l’Spla spinge per avviare immediatamente un esecutivo. L’accordo finale non è stato raggiunto, ma le lezioni previste per il 2015 saranno rimandate.

IL RAPPORTO DELL’UNIONE AFRICANA − Secondo l’Unione Africana (UA) la guerra civile che sconvolge il giovane Stato dal dicembre 2013 ha generato una spirale di violenze e crimini senza precedenti nella sua storia, ancor peggiori di quelli commessi duranti i vent’anni di lotta per l’indipendenza. Questa la conclusione del rapporto finale a opera della Commissione d’inchiesta guidata dall’ex Presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, frutto di due anni di indagini e di migliaia di testimonianze raccolte. La Commissione riporta di violenze sconvolgenti commesse da entrambe le parti in guerra senza esclusione di colpi. Sono state trovate prove di assassinii, torture, razzie, violenze sessuali e altri atti di brutalità inumana commessi in due momenti dello scontro: a Juba, la capitale, tra il 16 e il 18 dicembre 2013 e, successivamente, a Bor, Malakal e Bentiu, le tre città quasi completamente distrutte dalle operazioni belliche. Il rapporto raccomanda la formazione di un tribunale, la Hybrid Court of South Sudan, sotto guida africana, per punire i colpevoli delle violazioni dei diritti umani che sarebbero stati individuati,  ma i cui nomi non sono stati resi pubblici.

Fig. 2 – A destra Riek Machar, ex vice-presidente, a sinistra Salva Kiir Mayardit, attuale presidente del Sud Sudan, durante i negoziati di pace in Tanzania a inizio 2015

GLI ORRORI DELLA GUERRA − Durante i primi tre giorni del conflitto (dal 15 al 18 dicembre 2013) si stima che 15.000-20.000 persone appartenenti all’etnia Nuer siano state uccise dalle forze governative fedeli al Presidente. A differenza di quanto affermato dallo stesso Kiir, la Commissione dell’UA ha rifiutato l’ipotesi del tentato colpo di Stato, presentato fin dall’inizio come causa scatenante delle rappresaglie. Anzi, risulterebbe che le centinaia di uccisioni di soldati e civili Nuer a Juba facessero parte di un’operazione militare organizzata da una milizia vicina al Presidente già prima dell’inizio della guerra. Migliaia di testimonianze strazianti hanno raccontato l’orrore che la popolazione civile ha dovuto subire: persone bruciate vive nei luoghi di culto e negli ospedali, sepolture di massa, episodi di cannibalismo, stupri di gruppo ai danni di donne di tutte le età, persone catturate, picchiate e poi costrette a mangiare carne umana o a bere sangue del vicino appena ucciso, operazioni umanitarie bloccate.

IL SUD SUDAN OGGI − Il New York Times in un editoriale ha così definito la situazione del Paese: «Lo scontro politico ed etnico tra il Presidente Salva Kiir e il suo ex vice-presidente Riek Machar è arrivato a essere una delle guerre più crudeli, ingestibili e senza senso di tutto il continente africano, una di quelle che più è peggiorata senza sosta». Più di cinquantamila morti, oltre 2 milioni di profughi e sfollati, mezzo milione di bambini che non vanno più a scuola e almeno tredicimila arruolati tra le file dell’esercito governativo e dalle milizie antigovernative, un terzo della popolazione (quasi quattro milioni di abitanti) senza adeguati mezzi di sopravvivenza e a rischio carestia, sette accordi di cessate il fuoco violati: è il bilancio degli scontri che durano ormai da oltre due anni e stanno mettendo in ginocchio un Paese già allo stremo delle forze.

Irene Dell’Omo

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Per approfondire:

Foto: babasteve

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