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Sette temi dopo Parigi – Tutti a casa! (O no?)

Nella nostra riflessione dopo gli attentati di Parigi, entriamo nel dibattito che riguarda migranti e rifugiati, sottolineando con forza (e all’unanimità) alcuni punti chiave, e cercando di andare in profondità su discorsi affrontati troppe volte in maniera semplicistica e superficiale

ALBERTO ROSSI Dopo le prime quattro discussioni, tocca ad uno dei temi più scottanti. Attenzione, il livello “occhio alle reazioni di pancia!” continua a crescere. Al di là della decisione francese di chiudere le frontiere in questo momento così drammatico, sui social e non solo ci si è consumati la voce, in questi giorni, per urlare “basta” rispetto all’accogliere “certa gente”. Certo, l’abbiamo fatto già fin troppo: l’Unione (sic) Europea non è riuscita nel 2015 a trovare un modo per accordarsi e sull’accoglienza di una percentuale di migranti inferiori allo 0,1% della sua popolazione. Come si fa a definirsi Unione davanti a un simile fallimento? Come se poi risolvessimo i problemi bloccando i rifugiati. Tra l’altro, chi scappa dalle guerre, fugge da posti in cui una serata come quella di venerdì a Parigi è, drammaticamente, la quotidianità. E allora, cosa possiamo dire noi davanti a questo?

ANDREA MARTIRE Sono perfettamente d’accordo. C’è molta speculazione sul tema, e l’Europa paga pigrizia e miopia. Sono totalmente assenti le politiche dell’integrazione, l’accoglienza è sempre più difficile e i fatti di Parigi rischiano seriamente di renderla impossibile. Come se i terroristi fossero quelli dei fumetti, con barbe di mezzo metro e comportamenti consequenziali. I terroristi cercano di passare inosservati, si vestono e si muovono tendenzialmente come noi. L’immigrazione c’entra poco: è l’intelligence che ha fallito, le banlieu sono abitate da cittadini francesi.

PIETRO COSTANZO Una risposta forte è da indirizzare al nostro approccio ai problemi politici complicati. “Basta” è l’invito da rivolgere al modo snervante, inutile e frustrante per l’intelligenza media di dibattere pubblicamente tali problemi. A cosa servono partiti politici urlanti e opinioni ignoranti?

EMILIANO BATTISTI In momenti come questi non mi sento di entrare anche io in “campagna elettorale”, sport nazionale soprattutto in Italia, con speculatori di ogni tipo e schieramento, da chi dice “ce lo siamo (o se lo sono) meritato” a chi sfrutta il tutto per la propria campagna anti-immigrazione, ignorando (volontariamente o meno) che gli attentatori sono molto probabilmente cittadini francesi.

GIULIA TILENNI Non credo che rimandare a casa i rifugiati siriani possa essere la soluzione al problema. Se le voci dovessero essere confermate, gli attentatori di Parigi sarebbero praticamente tutti europei di nascita. Più che scagliare la propria rabbia contro i rifugiati che scappano dalla guerra o contro la popolazione islamica che vive da decenni in Europa e si è ben integrata, bisognerebbe cercare di fermare chi va a combattere contro lo Stato Islamico e vorrebbe poi fare rientro in Europa. Ricordando che l’estremismo religioso non va bene in nessun caso e contesto, e per nessuna religione.

BENIAMINO FRANCESCHINI Dispiace affrontare questa complessa e grave crisi internazionale con una delle classi politiche occidentali più impreparate, di basso profilo ed egocentriche degli ultimi cinquanta anni. Abbiamo la politica dei tweet, ormai: ruspe, sciacalli, buonismi, “come ho spiegato ai miei figli”, citazioni di libri mai letti. L’attuale situazione geopolitica nel Mediterraneo dimostra la miopia di molte scelte, soprattutto dal 2011. Eppure è fondamentale tenere salda la fede nella democrazia e non cedere adesso alla ricerca di soluzioni personalistiche e anti-Istituzionali. La gravità della situazione è tale che un miglioramento può essere raggiunto solo se ciascun corpo opera in modo attivo e coerente, che si tratti della classe politica, dell’opinione pubblica o dell’elettorato. Perdere completamente la fiducia e invocare soluzioni autoritarie o censorie sarebbe un altro successo del terrorismo.

ALBERTO ROSSI Quasi tutti state sottolineando l’origine europea dei terroristi. Mi pare che siamo praticamente tutti d’accordo, e non era scontato. Il punto chiave mi sembra che al di là delle opinioni politiche o sul tema, e al di là valori e considerazioni di ciascuno, il tutti-a-casa sia: a) infattibile; b) a prescindere, inutile; c) tutto sommato, è fare il gioco di chi ci attacca. Perché allora reagire così?

LORENZO NANNETTI Perché non vogliamo affrontare la complessità della situazione, e la nostra paura comunque ci spinge a soluzioni assurde che crediamo facili e sicure. La realtà è che non esiste nessuna soluzione facile e sicura e tanto per cominciare chiudere le frontiere agli arrivi e scacciare tutti gli immigrati arrivati (anche solo quelli di origine islamica, ma molti neanche fanno differenze) non è nemmeno fisicamente possibile (avete mai visto come funzionano i flussi? Ne abbiamo parlato: leggete qui il primo e il secondo articolo sul tema). Senza contare che il modo più facile per un terrorista per entrare è perfettamente legale: un visto turistico. E senza inoltre considerare che oggi molti hanno il passaporto europeo e quindi vorrebbe dire… cosa? Rastrellare tutti i Musulmani? Metterli in campi? Togliere la cittadinanza? E mettere così le comunità l’una contro l’altra che effetto avrebbe? A parole è tutto facile e sicuro, ma la realtà è diversa. E in fondo misure così sono solo scuse per la pigrizia di chi non ha voglia di studiare davvero la questione ma crede di averla capita solo perché ha letto due cose a caso o volutamente distorte. Lo Stato Islamico usa il messaggio che l’Occidente è malvagio e odia l’Islam come propaganda per reclutare. Ma molti Musulmani sanno che le cose sono differenti. Secondo voi che succederebbe se invece ci comportassimo davvero così? Molti che credono di fare i duri e puri si stanno comportando invece da marionette del terrorismo, facendo esattamente ciò che lo Stato Islamico spera facciamo. Dovrebbero iniziare ad accorgersene.

ALBERTO ROSSI Lorenzo, due parole chiave che sottolineo perché fondamentali sulla nostra reazione: paura e pigrizia. Avrei detto ignoranza, ma l’ignoranza spesso è proprio figlia della pigrizia. Dobbiamo però concludere con un aspetto concreto: quali azioni possiamo compiere e pianificare nel breve-periodo su questo tema?

DAVIDE TENTORIL’Unione Europea ha dimostrato di non avere ancora abbastanza coraggio e soprattutto una solidarietà sufficiente tra gli Stati membri per affrontare la questione dei migranti. L’Italia ha fatto moltissimo in termini di accoglienza, salvando migliaia di vite da una probabile morte nelle acque del Mediterraneo. Ma ancora le autorità non si sono poste il problema di cosa fare dopo, per poter assicurare a queste persone in fuga da povertà e guerre un vero futuro. Anche in questo caso, come sottolineato nel nostro confronto sulle possibili reazioni, l’unica vera soluzione di lungo periodo è l’investimento nell’integrazione. Lezioni di lingua ed educazione civica, formazione, ingresso nel mondo del lavoro sono fondamentali per non relegare queste persone nel circolo della clandestinità e dell’emarginazione da cui possono originarsi come effetti collaterali radicalismo e odio religioso.

SIMONE PELIZZA Innanzitutto, ci tengo a sottolineare che mi sembra avvilente che fatti tragici come quelli di Parigi vengano discussi in Italia in risposta a un tweet di Matteo Salvini o a un titolo sensazionalistico di Libero, con solito corollario di insulti e commenti da stadio. Una chiusura totale dei confini europei ai rifugiati siriani è impensabile, sia per motivi tecnici che umanitari. D’altro canto gli attuali flussi incontrollati di persone che attraversano il Mediterraneo e i Balcani stanno creando enormi problemi di ordine pubblico e alimentano preoccupanti fenomeni di razzismo e xenofobia in quasi tutti i Paesi europei. I numeri dell’emergenza sono impressionanti e promettono di aumentare ulteriormente in futuro, mettendo a dura prova la macchina internazionale dell’accoglienza e accrescendo la conflittualità tra diversi gruppi etnici e religiosi in Europa. Diventa quindi fondamentale una pianificazione accurata dei processi di accoglienza e di integrazione dei rifugiati nei Paesi ospitanti, trattandoli non come appestati da tenere in isolamento ma come soggetti attivi da coinvolgere nella vita delle loro “nuove” comunità. Allo stesso tempo va garantito il rispetto delle leggi sia nei confronti degli ospiti che degli ospitanti: i rifugiati che commettono atti criminali vanno puniti severamente, e così anche gli europei responsabili di attacchi di natura razzista contro profughi e strutture di accoglienza. Chiudere gli occhi di fronte a questi atti per “buonismo” o per “quieto vivere” è inaccettabile, e minaccia di accrescere ulteriormente le tensioni tra rifugiati e locali, con gravissime conseguenze per entrambi. Altro punto fondamentale è la ripartizione dei rifugiati tra i diversi Paesi europei, con Francia e Germania che devono necessariamente assumere un ruolo guida in tale operazione, senza costringere le nazioni più piccole a impegni eccessivamente gravosi. Non si può pensare, per esempio, che la Slovenia o la Lituania possano accogliere lo stesso numero di rifugiati dei Paesi occidentali, perché non hanno né i mezzi finanziari né la sensibilità culturale per farlo. E cercare di forzarli con minacce o rimproveri moralistici servirà solo ad aumentare le loro resistenze ed il loro rancore verso le Istituzioni europee. Infine bisogna ricordare che l’unico modo per fermare l’emergenza rifugiati è raggiungere un accordo di pace in Siria e sostenere la ricostruzione politico-economica della Libia, distrutta dalla rivoluzione anti-Gheddafi del 2011. Tutto il resto sono solo chiacchiere da osteria.

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