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Sette temi dopo Parigi – Il messaggio del Califfato, la Siria, gli attori in gioco

Gli attentati di Parigi – Terzo confronto in redazione sui temi che stiamo affrontando dopo gli attentati di Parigi. Si parte dal messaggio dello Stato Islamico, si prosegue con la Siria e alcuni osservazioni su altri Paesi protagonisti: la Turchia su tutti, ma tra gli altri anche l’Italia

ALBERTO ROSSI – Un ulteriore spunto di riflessione dell’editoriale di sabato partiva dal messaggio che lo Stato Islamico poteva veicolare tramite i suoi atti terroristici. Certamente una crescita delle sue capacità, come abbiamo visto confrontandoci sul tema della tattica, e non solo per Parigi, che segue altre due azioni, una poco seguita (l’aereo russo caduto nel Sinai) e una di fatto da noi quasi ignorata (l’attentato a Beirut). “Non toccateci, non interferite con noi in quella che voi Occidentali chiamate ancora anacronisticamente Siria, o vi farete molto male”. Come vedete questo? È ora di fare un punto serio, prima ancora di parlare di reazioni, su come stanno le cose in Siria ora.

EMILIANO BATTISTI – La Siria è chiaramente il fulcro delle operazioni dello Stato Islamico e lo simboleggia l’aver scelto come “capitale” la città di Raqqa (che è in Siria, non in Iraq). L’organizzazione è perfettamente consapevole che se perdesse le sue roccaforti in questo Paese sarebbe destinata alla fine, perciò l’obiettivo principale è non divenire l’obiettivo principale dei vari attori in gioco, cosa che, per ora, sta riuscendo benissimo.

LORENZO NANNETTI – Chiunque alzi i toni dello scontro (a parole o con le azioni, e principalmente nel secondo caso) riceverà inevitabilmente una risposta più dura, anche per quanto spiegato parlando di “distogliere l’attenzione”. Lo Stato Islamico non può perdere la faccia e reagisce di conseguenza. Ma non è una questione di Siria soltanto, visto che paradossalmente i problemi maggiori per loro oggi sono in Iraq. Del resto per loro la differenza tra le due non esiste.

ANDREA MARTIRE – Il tema è molto complesso, ma secondo me con quest’attacco la Siria non c’entra. L’Isis ha bisogno di aprire (militarmente) un altro fronte, probabilmente nel Mediterraneo, zona in cui l’influenza politica francese è “discreta”. L’attentato potrebbe essere un monito per il futuro piuttosto che una sanzione per il presente. Poi, per la Siria, il personaggio da tenere d’occhio è Putin, che là è già posizionato. Le alleanze che stringerà definiranno su questo anche molte altre questioni aperte (vedi l’Ucraina).

GIULIA TILENNI – La Siria è ormai un punto focale, in cui l’esigenza di intervenire diventa sempre più pressante, ma anche più complessa. A differenza di quanto avvenga per la lotta allo Stato Islamico in Iraq – foraggiata dallo stesso Governo del Paese –, un intervento in Siria sarebbe indirizzato contro due Stati: quello siriano (che al di là della guerra civile resta comunque legittimo da un punto di vista legale) e lo Stato Islamico.
Ancor più di quanto ci hanno mostrato le campagne in Afghanistan e Iraq dopo l’11 settembre – che senza una strategia ben precisa non solo sul “durante”, ma anche sul “dopo”, hanno gettato le basi per la situazione attuale nell’area –, la presenza attuale o interventi futuri dovrebbero essere sostanziati da una strategia di azione definita e che guarda al futuro. Ma che al momento non è ravvisabile, tanto che l’intervento sembra solo “attirare le ire” dello Stato Islamico sui Paesi che lo stanno portando avanti.

SIMONE PELIZZA – Il tempo è ormai scaduto per i Paesi occidentali, che devono decidere cosa vogliono davvero fare in Siria, teatro dal 2011 di una feroce guerra civile. È più importante rovesciare Assad, che ancora gode di un discreto seguito tra il popolo siriano, oppure fermare la deriva jihadista del Paese? E se si vuole rovesciare Assad, si è disposti ad accettare la probabile trasformazione della Siria in uno Stato islamico radicale, nemico dell’Occidente e centrale terroristica di livello internazionale?

ALBERTO ROSSI – Simone, questo penso sia il punto decisivo. Finchè non rispondiamo a queste domande, rimarremmo attori eternamente incompiuti nell’area, e qualsiasi nostra azione risulterà inefficace.

SIMONE PELIZZA – Infatti sinora le nazioni occidentali si sono rifiutate di rispondere seriamente a questi interrogativi, adottando una politica di mezze misure e oscillando continuamente tra un’opzione e l’altra, nell’illusione di poter contenere i costi politici e umani del proprio coinvolgimento in terra siriana. L’intervento militare russo di alcune settimane fa e gli attacchi terroristici di venerdì scorso hanno posto drammaticamente fine a questa commedia, mettendo Stati Uniti e alleati con le spalle al muro. È ormai chiaro che il grosso dei ribelli anti-Assad è composto da gruppi estremisti come ISIS e Jabhat al-Nusra, sostenuti non troppo velatamente da Turchia e monarchie del Golfo. Inutile dire che tali soggetti sono brutali e anti-democratici quanto Assad e ben decisi a instaurare un rigido regime islamico a Damasco da usare come rampa di lancio per una successiva espansione nella regione mediterranea. D’altro canto Assad può contare sul supporto certo, ma non incondizionato, di Russia e Iran, ben decise a difendere i propri interessi strategici nell’area e convinte di combattere una “guerra giusta” contro la minaccia del fondamentalismo sunnita. Una posizione sostenuta coerentemente da Mosca e Teheran sin dall’inizio, e che ha garantito la parziale sopravvivenza del regime baathista, appoggiato anche dalle minoranze religiose siriane e non osteggiato dai curdi, che sono oggi la principale linea di resistenza contro l’avanzata del Califfato di Baghdadi. L’Occidente è quindi a un bivio: può cercare un accordo con russi e iraniani, ottenendo una graduale ma relativamente pacifica transizione politica nel Paese, oppure può continuare a destabilizzare quel poco che rimane dello Stato siriano, rafforzando ulteriormente il fenomeno jihadista in Medio Oriente con ovvie conseguenze per la sicurezza dei propri cittadini. Non si può continuare a combattere Assad con una mano e ISIS con l’altra, a sostenere i curdi con qualche raid e a chiudere un occhio sull’avanzata dei jihadisti verso Damasco, sempre succubi degli interessi ideologici o strategici di Erdogan e dei sauditi. L’Occidente scelga la strada della ragionevolezza e promuova un accordo internazionale di larghe intese che consenta la fine della guerra in Siria e una lotta più efficace contro il terrorismo fondamentalista.

BENIAMINO FRANCESCHINI – Confermo che prima di qualsiasi ulteriore azione, l’Occidente deve decidere che cosa voglia fare in Siria, perché aut Assad, aut Stato Islamico, tertium non datur: o si contraddice una volta per tutte l’operato degli ultimi anni e si tratta con quel che resta di Damasco per fermare Califfo e soci, oppure bisogna prepararsi a un nuovo stabile nemico della comunità internazionale a cavallo tra Medio Oriente e Mediterraneo. La questione ovviamente è più complessa nella declinazione, ma la dicotomia è questa. Trattare con Assad significa almeno mettersi al tavolo con Russia e Iran. Altrimenti possiamo restare nel limbo, bombardando un po’ tutti senza contrastare nessuno e mantenendo l’amicizia con l’Arabia Saudita, altra dittatura sanguinaria che sta radendo al suolo lo Yemen nel silenzio internazionale e col sostegno, tra gli altri, del sudanese al-Bashir. L’accelerazione di Mosca in Siria ha posto una grande pressione sull’Occidente, perché ha mostrato che qualcosa può essere realizzato. Fermiamoci un attimo e proviamo a fare chiarezza. Le opposizioni ad Assad ormai sono composte per lo più da islamisti radicali, in primo luogo Jabhat al-Nusra, con il sostegno palese, per esempio, di Qatar e Turchia (ecco perché delle condoglianze di Erdogan, come ha detto Alberto Negri, possiamo farne tranquillamente a meno). Il Califfato combatte contro chiunque e sta incontrando gli avversari più ostici nei curdi, a loro volta contrastati da Ankara, ma in non-belligeranza con Damasco. D’altra parte è vero anche che Assad abbia sempre un buon sostegno tra i siriani, compresi i profughi diretti in Europa. L’Occidente deve scegliere una soluzione e assumersene le conseguenze. Molti leader sono consapevoli che il realismo imporrebbe il momentaneo abbandono delle divergenze e la costituzione di una coalizione con Russia, Iran, Assad e Paesi musulmani contro il vero nemico comune, ossia lo Stato Islamico. Il dopo sarà rimandato alle varie conferenze, che tanto si svolgeranno in ogni caso: decidiamo se dedicarle alle road map per le elezioni in Siria o a ridisegnare una cartina con il Califfato nel Mediterraneo.

PIETRO COSTANZO – Voglio solo sottolineare che certo dobbiamo concentrarci sulla Siria, ma non possiamo assolutamente non tenere alta l’attenzione sugli altri territori in cui Daesh si sta muovendo (anche con la possibilità di attivare i foreign fighters): Egitto, Libia, Tunisia. Per un contrasto attivo al gruppo e ai suoi affiliati si dovranno considerare anche azioni in questi territori, il che potrà scatenare altri gruppi presenti in quei teatri (ad es, Ansar al-Shari‘a in Libia e Tunisia).

ALBERTO ROSSI – Pietro, le tue parole e quelle di Beniamino ci impongono di allargare la discussione agli altri attori in gioco. Soprattutto sottolineando il “doppio gioco” che tanti compiono. Noi Occidentali in primis: si vedano temi come la vendita di armi o le alleanze con partner come l’Arabia Saudita, che dello Stato Islamico è quantomeno matrigna (si veda l’intervista che abbiamo fatto ad Alberto Negri). Dobbiamo compiere delle scelte: quale interesse è per noi prevalente rispetto agli altri. La buona politica su questo comporta anche dei costi.

LORENZO NANNETTI – Se gli attori regionali (Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Iran…) non vedono lo Stato Islamico come avversario principale ma vedono altri come prima minaccia, continueranno a usare i gruppi terroristi ed estremisti come propri “bracci armati”, che poi non sempre sono controllabili. La guerra oggi in corso, come dicono alcuni analisti anglosassoni e pur con le ovvie differenze, è una sorta di Guerra dei 30 Anni del mondo islamico: una lotta politica per il predominio regionale, su linee settarie: è questa da fermare per togliere appoggi (e infine eliminare) i vari gruppi estremisti e, nel tempo, le tensioni etniche, settarie e politiche che ne sono alla base. Il punto è che per l’Occidente quegli stessi attori sono partner economici utili, e temiamo di fare la voce (troppo) grossa. La Cina può aiutarci? Fino a che ottiene cosa vuole economicamente ed energeticamente dalla regione, è anche meno interessata a mettersi in mezzo.

PIETRO COSTANZO – Tra gli attori da considerare, certo non dobbiamo dimenticare l’Italia: perchè siamo in prima linea sia dal punto di vista geografico che da quello dell’esposizione al rischio. Scriveva qualche giorno fa Ferdinando Sanfelice di Monteforte che data le nostra scarsità di risorse economiche e di capacità militari, “quando il gioco si fa duro, dobbiamo sempre venire a patti con i nostri amici più forti, anche se abbiamo sempre cercato un ruolo significativo, all’interno delle nostre alleanze, con la nostra sistematica ricerca di mediazioni fra i confliggenti progetti altrui”. A voler essere realisti, quindi – seguendo il ragionamento citato – il nostro ruolo potrà essere di facilitatori nell’attenuare le tensioni internazionali, che negli ultimi anni sono evidenti anche tra alleati (ce la ricordiamo l’azione della Francia in Libia contro Gheddafi?) e tra potenze coinvolte nei teatri di interesse (USA-Russia). E importante sembra anche la conclusione della riflessione: “se questo basterà in un mondo che, intorno a noi, è sempre più sconvolto da lotte senza quartiere, di una ferocia che sembrava ormai un retaggio del passato, è tutto da vedere! Dietro al concetto di “Sicurezza”, quindi, sta spuntando di nuovo il termine “Difesa”, come nel passato”. Ecco, forse la Difesa non è un attore che può rimanere a lungo a guardare.

ALBERTO ROSSI – Tra i diversi attori, vorrei chiudere con una osservazione sulla Turchia. Gli attentati di Parigi avvengono mentre sta per iniziare il G20 proprio in questo Paese, nostro alleato, membro Nato (!) che da anni ormai è l’hub del terrorismo, con porte girevoli in entrata e in uscita. I terroristi di tutto il mondo hanno usato la Turchia (che ha chiuso più di un occhio, fatto che ormai le si è ritorto contro) come accesso in Siria, e nulla impedisce il cammino inverso. Come si può continuare a tollerare questa ambiguità? Nelle nostre “reazioni”, possiamo parlare anche delle relazioni con un simile partner?

EMILIANO BATTISTI – Prima di tutto, va detto che gli attori sono molti, se non troppi. Con obiettivi diversi e soprattutto con la mancanza di una “priorità” da parte “occidentale” (un “Germany first” della Seconda Guerra Mondale, per capirci). Se poi, c’è un Paese NATO che gioca “poco pulito” la situazione si complica ulteriormente.

ANDREA MARTIRE – Non c’è dubbio che la Turchia è il vero crocevia, oggi. La doppiezza pirandelliana di Erdogan è una sconfitta per tutti, e soprattutto per l’Europa. Ma non so sinceramente come potremo liberarci di lui.

PIERRE CHIARTANO – Va però detto che le elezioni hanno stabilito che l’Akp di Recep Tayyip Erdogan non è disarcionabile, e dunque la Turchia si dovrebbe apprestare a svolgere un ruolo da protagonista in una regione caldissima. Almeno queste sono le speranze di Usa e Occidente e le ancora inespresse ambizioni di Erdogan. Vedremo se sarà capace di liberarsi dalla sindrome d’assedio e di chiudere onorevolmente la lotta di potere contro i gulenisti, che sta indebolendo la Turchia sul piano internazionale ed interno. Mettere in galera giornalisti non è un buon viatico per l’immagine, e una guerra continua con settori delle forze di sicurezza, dell’intelligence e del giudiziario è poco salutare. I rapporti con la Ue devono essere improntati al pragmatismo. Vista l’inconsistenza della politica estera di Bruxelles, il ruolo turco dovrà essere quello di poliziotto del confine sud. Il progetto della buffer zone, per la gestione del flusso di migranti e rifugiati, ha questo significato. L’annuncio dell’invio di oltre 10mila uomini in Siria per combattere lo Stato Islamico, in realtà cela l’implementazione del pacchetto Ue della zona cuscinetto. Ankara ha fretta di muoversi prima che altre geometrie, innescate dall’arrivo della Russia di Vladimir Putin a piedi uniti, possano cambiare i giochi. Vedremo se i turchi saranno altrettanto abili nel cambiare verso ai rapporti con l’Iraq, che chiede un impegno diretto contro lo Stato Islamico in una guerra che potrebbe vincere, e più acqua dalle dighe turche. La fretta degli Usa di smobilitare da quelle aree, per concentrarsi nel confronto asiatico con la Cina, ha subito una piccola pausa, con l’arrivo del Cremlino in Siria. Vedremo se Erdogan sarà capace di cogliere occasioni ed evitare trappole, insomma la stoffa da statista, se la possiede, la dovrà tirare fuori e in fretta.

Ringraziamo Pierre Chiartano, giornalista di lunga esperienza sul campo, che ha contribuito a questa discussione

La Redazione

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