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Giordana: “I miei sette punti dopo Parigi”

Nel weekend Emanuele Giordana, membro del nostro Comitato scientifico, ha preso spunto dai 7 punti del nostro editoriale e ha cercato di rispondere, proponendoci un percorso di riflessione, seppur in un momento in cui “le analisi sono forse ancora premature ma comunque necessarie”.

 

Leggi qui i 7 punti del nostro editoriale “Sette temi dopo Parigi”, a cui Emanuele Giordana risponde così

1. La tattica – C’è chi ha rilevato che è stata una tattica poco costosa e anche più facile da mettere in pratica, visto che gli obiettivi non erano “sensibili” e quindi più semplici da colpire. La forza di fuoco è stata potente, il che lascia intendere un fiorente commercio sotterraneo di armamenti. L’attacco in contemporanea su più obiettivi ricorda la tattica che i talebani utilizzano da anni, maestri come sono diventati degli attacchi nelle aree urbane.

2. È un distogliere l’attenzione? – Oppure un segno di debolezza? Al netto del danno umano enorme, e dunque dell’eco mediatica ovviamente gigantesca e che fa gioco a Daesh, colpire nel mucchio è più facile che conquistare un territorio. In genere il terrorismo è sempre un “ultima spiaggia” che colpisce dove è più semplice, con meno rischi e più ritorno mediatico.

3. Chi tocca la Siria – E anche chi tocca l’Iran…. Un analista (Germano Dottori, ieri a Radio Popolare) ha messo in relazione l’attacco con il viaggio saltato di Rohani in Europa. Difficile dire se la cosa fosse calcolata, ma certo fermare accordi possibili tra Teheran Parigi o Roma è una vittoria di Daesh, ferocemente anti sciita come chi ha finanziato la sua nascita: denari che venivano dal Golfo e dall’Arabia Saudita, oggi in piena guerra fredda con l’Iran e chi sostiene la sua uscita dal ghetto dei paria.

4. Rispondere al messaggio – La risposta al terrorismo è una risposta quasi impossibile. Quel che abbiamo capito è che la guerra non serve e persino i raid congiunti attuali (come spiega bene Jane’s) servono a poco. La speranza va riposta nei Paesi dove Daesh è attivo e con una risposta non solo poliziesca o militare, ma di attivismo della società civile. Ciò vale in Siria come in Francia o in Italia. Una risposta inclusiva di che vive nei nostri Paesi ma proviene da altre culture.

5. Gli attori in causa – La Turchia ha grosse responsabilità, ma quelle maggiori sono da addebitare a Riadh (Arabia Saudita)e ai Paesi del Golfo. Turchia e Qatar mirano a rafforzare gruppi come la Fratellanza musulmana, i Paesi del Golfo e Riadh sono stati, più o meno indirettamente, i maggiori sponsor dei gruppi islamisti più radicali (ben più dei Fratelli) e anche la loro fonte ideologico dottrinaria. Sono però i nostri migliori alleati, come ha appena dimostrato il viaggio del Premier Renzi in Arabia Saudita. Forse questo è un punto su cui occorrerebbe più chiarezza. Visto che perdoniamo alla monarchia dei Saud ciò che (giustamente) non perdoniamo a Erdogan.

6. Tutti a casa – Se chiudere le frontiere significa sigillare il Paese “dall’interno”, questa è una scelta giustificata. Grave se diventa una scusa per risolvere un problema di immigrazione e di consenso. Anche su questo si deve misurare la civiltà di un popolo e la capacità politica di un Governo.

7. Scontro di civiltà – Lo scontro di civiltà è in atto forse da che esistono civiltà diverse, e aver sottolineato che questo esiste non è un male, perché significa capire che ci si può combattere oppure si può invece dialogare tra diversi rispettando – ognuno – la diversità degli altri. È dunque il momento di cambiare prospettiva e smettere di credere che ci sono persone più civili di altre. Ciò indipendentemente dai fatti di Parigi, che riguardano lo scontro tra chi vuole vivere pacificamente e un manipolo di radicali rabbiosi di cui si può cercare di interpretare la rabbia, ma senza lasciar spazio a nessun tipo di giustificazione.

Emanuele Giordana

Un chicco in più

Emanuele Giordana è cofondatore e presidente onorario dell’Agenzia giornalistica «Lettera22», specializzata in politica estera, cooperazione internazionale e cultura, è direttore responsabile dell’Agenzia multimediale Amisnet. Già docente di cultura indonesiana all’IsMEO di Milano e direttore della rivista Quaderni asiatici, insegna attualmente scrittura giornalistica alla Scuola di giornalismo della Fondazione Basso (Roma) e tiene corsi all’Ispi (Milano) e in diverse università italiane nei master di cooperazione allo sviluppo e giornalismo.

Ha scritto diversi saggi e articoli sull’Afghanistan tra cui “Afghanistan, il crocevia della guerra alle porte dell’Asia” (Editori Riuniti 2007 e; Diario da Kabul, Appunti da una città sulla linea del fronte (ObarraO 2010).

Per i suoi reportage radiofonici dall’Afghanistan su Radio3 ha ricevuto nel 2008 il premio Antonio Russo e nel 2011 ha ritirato il Premio Terzani per la pace per Afgana, di cui è stato coideatore e portavoce dal 2007 al 2013. E’ con la principessa Soraya Malek responsabile della sezione “Afghanistan” del Festival del Corto dell’Isola d’Elba. Vive tra Roma e Kabul.

Ringraziamo Emanuele per aver contribuito al dibattito lanciato dal nostro editoriale.

Foto: Sémaphorismes

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