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Sette temi dopo Parigi

Tattica, scopo, messaggio, reazione, attori, tutti a casa, scontro di civiltà (?). Dopo gli atti di terrorismo di Parigi, confronto aperto qui in redazione, per aiutarci tutti a capire meglio, oltre le reazioni istintive che un momento così ci provoca

SGOMENTI – È ancora difficile trovare le parole, certe parole, se non quelle dettate dalla rabbia, dalla preoccupazione, dalla tristezza, a seconda dei casi. Inutile ribadire quanto ci sentiamo coinvolti soprattutto oggi per quanto è avvenuto qui, a due passi da casa nostra. Anzi, a casa nostra.

Fig. 1 – A Berlino, cittadini depongono fiori davanti all’Ambasciata di Francia e con le candele scrivono “Parigi”

Ieri notte, verso l’una, scrivevo questo sulla nostra pagina facebook:

Un atto di terrorismo è una azione criminale e violenta con uno scopo preciso: causare paura, terrore, in un determinato gruppo di persone, per conseguire obiettivi politici. Non si colpiscono le istituzioni in primo luogo, ma la vita delle persone. Un teatro, un ristorante, uno stadio: da questo punto di vista, stiamo tutti assistendo a terrorismo allo stato puro.
In quel gruppo di persone colpite, ci siamo – quantomeno – tutti noi, tutti noi europei. E da domani ancora di più dovremo anche capire e verificare se siamo davvero una Unione, come speriamo.
Stiamo seguendo anche noi i vari live. Prima di tutto con tanto dolore, sgomenti. Poi cercheremo di aiutarci a capire, scrivere, analizzare. Convinti come mai che non possiamo più permetterci di pensare che certe cose sono lontane e non ci riguardano, e non può più bastare solo qualche hashtag che esprime una vicinanza o una attenzione di pochi giorni, per poi tornare a essere indifferenti rispetto a quanto accade attorno a noi.

Fig. 2 – Il Presidente francese Hollande incontra i membri del suo Governo dopo gli attacchi terroristici a Parigi

AIUTIAMOCI – Dodici ore dopo, proviamo ad aiutarci a capire un po’. In questi casi mi è d’aiuto pensare di far parte, nella famiglia del Caffè, di una Associazione culturale, prima che di una testata online. Innanzitutto, aiutiamoci ad analizzare, a spiegare. Girano ancora – e lo faranno per molto – troppe parole insensate. Di questo tema avevamo già parlato subito dopo la strage di Charlie Hebdo. Mi piacerebbe dire che il vento se le porterà via con sé, eppure temo proprio il contrario: sarà un duro lavoro quello del vento, perché certi slogan da “soluzioni finali” troveranno sempre più radicamento.
Ora, proviamo un esperimento. Vedo sette temi che come redazione potremmo un po’ approfondire per aiutarci tutti insieme a capire meglio. Li propongo qui, pubblicamente: ci prendiamo un giorno, proviamo a rispondere, ognuno su quello che ritiene, ed entro lunedì mettiamo insieme le risposte della redazione, e magari anche di qualche membro del nostro Comitato Scientifico. Se qualche lettore vuole contribuire alla discussione, liberissimo di commentare qui sotto e aiutarci (occhio però: per i commenti alla “bomba atomica, ammazziamoli tutti” è preferibile rimanere su siti di giornali che oggi titolano “Bastardi islamici”).

1. La tattica – Sette “piccoli-medi” attacchi in sincronia sono più semplici da preparare di un World Trade Center, tanto per capirci, ma l’organizzazione che porta a una simile sincronia è impressionante, è una novità, mi sembra un innalzamento di livello che ci deve far riflettere su chi ci troviamo davanti, e che va approfondito.

2. È un distogliere l’attenzione? – Negli ultimi giorni lo Stato Islamico sta faticando molto in Siria e in Iraq contro i Curdi. Nulla di nuovo, certo, nello spostare l’attenzione mediatica fuori dal campo principale di battaglia con gesti clamorosi. Ma quanto conta, questo? Torniamo al punto 1: un piano così o è pronto da settimane/mesi, e chi lo attua è solo in attesa di un via libera, oppure difficilmente lo si può organizzare in due settimane.

3. Chi tocca la Siria – L’aereo russo caduto ci ha certamente turbato di meno. Della strage di Beirut tanti di noi non si sono nemmeno accorti. Quanto sta accadendo in questi giorni da un lato sottolinea (punto 1) cosa è in grado sempre più di compiere Isis, dall’altro sottolinea il messaggio che ci viene consegnato: in quella che noi Occidentali anacronisticamente chiamiamo ancora Siria, non dobbiamo proprio metterci il naso.

4. Rispondere al messaggio – Cosa può voler dire, ora, una forte reazione, che vada oltre la rabbia del momento della popolazione o dei politici che illustrano con un tweet una strategia militare (“si alzino gli aerei oggi e radiamoli al suolo”)? Sappiamo bene come qualsiasi risposta militare voglia dire accettare di entrare in un ginepraio. E nello stesso tempo abbiamo davanti agli occhi inefficienza e inefficacia sia di azioni diplomatiche sia di strani ibridi con effetti inferiori ad un palliativo. Che risposte immaginare realisticamente possibili?

5. Gli attori in causa – Il G20 proprio oggi è in Turchia. Paese nostro alleato, membro Nato (!) che da anni ormai è l’hub del terrorismo, con porte girevoli in entrata e in uscita. I terroristi di tutto il mondo hanno usato la Turchia (che ha chiuso più di un occhio, fatto che ormai le si è ritorto contro) come accesso in Siria, e nulla impedisce il cammino inverso. Come si può continuare a tollerare questa ambiguità? Nelle “reazioni”, possiamo inserire anche questo punto?

6. Tutti a casa – Al di là della decisione francese di chiudere le frontiere in questo momento così drammatico, consumiamo la voce per urlare “basta” rispetto all’accogliere “certa gente”. Certo, l’abbiamo fatto già fin troppo: l’Unione (sic) Europea non è riuscita a trovare un modo per accordarsi e definire l’accoglienza di una percentuale di migranti inferiori allo 0,1% della sua popolazione. Ecco, io oggi voglio solo sottolineare che chi scappa dalle guerre, scappa da posti in cui la Parigi di ieri sera è la quotidianità. Se dobbiamo immedesimarci alla “Je suis…”, proviamo a farlo anche qui.

7. Scontro di civiltà – Chiudo permettendomi di riportare un commento apparso su Facebook di Alberto Negri, giornalista de Il Sole 24 Ore e membro del nostro comitato scientifico: “Il Califfato, come il jihadismo dai tempi dell’Afghanistan in poi, è stato alimentato dagli errori, dalle ambiguità e dalle complicità dell’Occidente e dei suoi alleati arabi e turchi. Si è innestato sul fenomeno del jihadismo europeo e mediorientale di terza generazione e ora è in grado di portare la guerra in casa. Si tratta di un conflitto ormai assai complicato in cui non è facile scegliere gli obiettivi, gli alleati e persino i nemici. Ma è reso ancora più complesso dal fatto che scorrerà sul filo sottile che separa la lotta al radicalismo islamico e lo scontro tra civiltà. La trappola è scattata”. Quanto è vero questo: di scontro di civiltà oggi ci riempiamo la bocca un po’ tutti. Non si può certo negare l’esistenza di un terrorismo e di un estremismo di matrice islamica, però tocca a noi dire anche con forza che non è una guerra di religione. Non c’è proprio un “Islam intero” che ci dichiara guerra. Le vittime del terrore dello Stato Islamico sono per la stragrande maggioranza musulmani. E aprire un giornale titolando “Bastardi islamici” è soffiare proprio su quelle paure che un’azione terroristica genera, facendo il gioco di chi quella azione la compie.

Alberto Rossi

Potete seguire le nostre riflessioni e leggere i nostri articoli su questa pagina dedicata.
Un chicco in più

Potete trovare qui una raccolta di nostri articoli precedenti sul tema, per allargare il cerchio e andare oltre i fatti di ieri, per capire meglio cosa c’è in gioco.

Foto: jamesdean56

23 comments
Dario Reginelli
Dario Reginelli

Grazie a voi per i preziosi contributi. Sono uno studente di Giurisprudenza e ho iniziato a seguirvi su consiglio di un amico a Scienze Politiche. Tutti noi in questi giorni ci sentiamo analisti politici, ma parliamo a vanvera. Forse si tratta del solito problema delle scienze umane, su cui tutti si sentono in grado di esprimersi. Continuerò a seguirvi con interesse.

Il Caffè Geopolitico
Il Caffè Geopolitico

Volevo ringraziare Miriam Molon, Giulia Iozzo, William Bavone, Andrea Leli e l'amico Paolo Valvo per i commenti. Giulia, Miriam, grazie davvero per gli apprezzamenti. A William consiglio l'intervista uscita oggi ad Alberto Negri, che affronta alcuni degli argomenti citati. Ad Andrea suggerisco quella a Varvelli (prima domanda), ma occhio anche a quanto scrive Arnaboldi nel suo pezzo uscito ieri, in particolare nel secondo paragrafo. Paolo, quel paragrafo lo consiglio anche a te, insieme a quanto emerso oggi dall'intervista di Varvelli per la Russia e le nostre colpe, e di Negri per il rapporto con l'Arabia. Sulla modalità di "compassione" diversa tra Parigi e altre realtà, personalmente ho riportato sulla mia pagina un post del giornalista Giorgio Bernardelli, che condivido. A tutti anticipo che domani e giovedì usciranno le opinioni della redazione sui 7 temi che ho riportato nel mio editoriale. Grazie a tutti di nuovo! Alberto Rossi

Il Caffè Geopolitico
Il Caffè Geopolitico

Ciao Dario, sui servizi segreti trovi un po' di riscontri nell'intervista a Varvelli uscita oggi e nell'articolo di Arnaboldi di ieri (secondo paragrafo in particolare). Uscirà qualcosa sul tema anche domani. Grazie per il tuo commento, a presto! Alberto Rossi

Il Caffè Geopolitico
Il Caffè Geopolitico

Grazie Andrea Carbonari per il commento. Già nelle interviste uscite oggi a Negri e Varvelli troverà un po' di risposte ai suoi punti. Per un paio di giorni ancora almeno continueremo a trattare in profondità questi temi. Di nuovo grazie per il prezioso contributo. Alberto Rossi

andreatorti90
andreatorti90

Buonasera, e grazie per questo editoriale improntato al buonsenso: spero di non risultare OT, ma la domanda che mi pongo da tempo è: cosa possiamo fare noi cittadini "comuni", concretamente, per affrontare questa e altre tragedie, e possibilmente evitarne di nuove?

frjoseph11
frjoseph11

vi prego di non chiedermi sempre la mail e la pass visto che mi avete mandato la richiesta e non sono stato io a chiedervi di rispondere ai vostri quesiti.

grazie; diversamente rinuncerò perché mi si chiede troppo.

frjoseph11
frjoseph11

Temo che la mia opinione non sia in linea con quella "suggerita" dall'autore delle 7 ipotesi/domande.

Mi limito ad essere sintetico per quanto possibile.

a) nella notte dal 13 al 14-fra venerdì e sabato-ho seguito in diretta la TV francese sui canali France 24 e TV 5Monde FBS, che cercavano di fare cronaca e proporre  interpretazioni ai convenuti di corsa sur le plateau..

(in studio).

b) Escludo,per ora che gli esecutori dell'operazione terrorista ne siano anche i mandanti .

La ragioni  di quanto è accaduto possono essere solo ipotizzate e non ci aiuteranno a difenderci da altri attacchi consimili.

Era prevedibile che le dichiarazioni idiote di alcune settimane fa dei dirigenti politici francesi riguardo al loro intervento aereo in Siria era una forma di difesa del territorio nazionale: così ad un dipresso disse Hollande le President.

Non tiriamo in ballo la UE che è stata sempre assente nel prevedere i pericoli della sua azione politica verso i pericoli interni ed esterni.

c) Lasciamo che defunga perché è incapace ad operare ma soprattutto a capire le ragioni della sua sopravvivenza.

d) Riguardo all' impiego della manovalanza operativa ,che sta emergendo, l'avevano in casa;i francesi devono ripensare a quanto hanno fatto per "includere" i vinti delle terze e quarte generazioni magrebine nelle banlieu

Cordialità.

Joseph

li, 15 novembre 2015. 


@Il Caffè Geopolitico 

Gianni De Gennaro
Gianni De Gennaro

Analisi certamente interessante. Unico appunto: ritengo un anacronismo utilizzare ancora il termine "ISIS". Il Califfato ha proclamato nel giugno 2014 la nascita dello Stato Islamico, quindi l'acronimo corretto sarebbe "IS". Non è un mero cambio di nome, ma un annuncio di cambio di obiettivi e visione, rimuovendo la connotazione regionale (Siria e Iraq). Certo, la sigla ISIS è più riconoscibile al grande pubblico,ma è come se ci riferissimo alla Russia come URSS. Non dimentichiamoci inoltre che tutti gli attacchi e le azioni che etichettiamo come "ISIS", sono opera di un'accozzaglia di organizzazioni diverse che solo recentemente si sono "riunite" sotto la bandiera nera per la grande copertura mediatica che ottiene, ma che fino a poco tempo fa avevano (e probabilmente hanno ancora) poco da spartire con Abu Bakr al-Baghdadi

Paolo Valvo
Paolo Valvo

Reagisco all’invito di Alberto e provo a confrontarmi con i singoli spunti di riflessione che ha proposto. Con ordine: 1) L’innalzamento di livello che dimostrano gli attentati simultanei di Parigi è indubbio. D’altra parte un tema che occorre approfondire – senza per questo indulgere necessariamente a un complottismo di maniera – è come sia possibile che in un Paese già duramente colpito dal terrorismo, in cui l’allerta a tutti i livelli si presupponeva fosse altissima, otto terroristi (evidentemente addestrati) divisi in almeno tre gruppi di fuoco abbiano potuto impunemente seminare morte nel pieno centro di Parigi. È veramente possibile che in un mondo in cui tutti – potenzialmente – possono essere monitorati dai più sofisticati sistemi di sicurezza (come attestano gli ormai periodici Datagate) un commando di assassini professionisti possa tirare fuori al momento opportuno cinture esplosive e armamenti da truppe d’assalto senza che nessuno se ne accorga se non a cose fatte? 2) Che l’attacco di Parigi rappresenti anche un diversivo rispetto alla difficoltà che l’Isis sta incontrando attualmente sul campo dopo la perdita della città di Sinjar è uno spunto interessante, di cui si fatica a trovare traccia nei media “mainstream” (tra le poche eccezioni segnalo un’intervista al generale Carlo Jean su ilsussidiario.net). Esso ci pone inoltre davanti agli occhi un dato su cui riflettere: la forza dell’Isis, oltre a quella di cui dispone in termini di armi, finanziamenti e uomini, è anche quella che il mondo gli attribuisce sul piano comunicativo. Sappiamo ancora molto poco, in realtà, dell’Isis, ma sappiamo che per esistere l’Isis ha bisogno che si parli di lui. Il “quanto” e il “come” se ne parla – a tutti i livelli – è dunque un aspetto di cui ogni strategia volta a fronteggiare l’Isis dovrebbe tenere conto. 3) Di fronte al diversissimo trattamento riservato dalla politica internazionale e dai mezzi di comunicazione agli attentati di Parigi, Beirut e del volo russo sul Sinai, viene da concludere che i morti, purtroppo, non sono tutti uguali. Eppure, se proviamo orrore di fronte a quanto accaduto a Parigi, dovremmo provarne almeno altrettanto al pensiero che quanto successo ieri a Parigi succede quotidianamente in Siria ormai da quasi cinque anni (e mi riallaccio al punto 6) 4) Una risposta ragionevole (o per lo meno un inizio di risposta) potrebbe essere quella di intensificare il dialogo con gli altri attori regionali impegnati nel contrasto all’Isis (Russia, Iran). Vi sono già segnali incoraggianti in questa direzione. Dopo anni di chiusura ideologica forse è arrivato il momento di accettare una volta per tutte che l’Isis è in primo luogo una forza di opposizione al regime di Assad, e che se si vuole sconfiggerlo con Assad bisognerà pur parlare. Se manca la volontà politica di procedere in questa direzione forse è il caso di farsi un paio di domande. E magari “osare” di mettere anche i Paesi nostri alleati (per rispondere anche al punto 5) di fronte alle loro responsabilità… Quanto all’ultimo punto, riprendo quanto già detto in precedenti commenti: i primi (e spesso i più efficaci) nemici dell’Isis sono tutti musulmani. Di contro, è stata la politica miope di tanti Paesi occidentali (Francia compresa) a favorire l’ascesa di questo movimento armato. Chi oggi parla di scontro di civiltà tentando di riportarci all’indomani dell’11 settembre 2001 mente sapendo di mentire. Già all’epoca si poteva avanzare più di un dubbio sulla sincerità di quanti in Occidente – tra politici e opinionisti – soffiavano sul fuoco del conflitto tra civiltà. Oggi non ci sono veramente più scuse per continuare a farlo.

Il Caffè Geopolitico
Il Caffè Geopolitico

Dott. Andrea Carbonari, grazie per il contributo. Scriva dove preferisce, qui o sul sito, i commenti poi vengono comunque aggregati sul nostro sito.

Andrea Carbonari
Andrea Carbonari

Riscrivo qua quello che ho scritto nel vostro blog, perché non ho afferrato dove occorra commentare per intervenire nella discussione.. Questo, Sig. Rossi, è un ottimo post. Racchiude tanti indizi su cui instaurare un dialogo sensato; e badi bene, non sono uno a cui piacciono retorica e pomposità, soprattutto quando l'opinione pubblica ha il nervo scoperto. Consapevolmente o meno, questo non mi è dato saperlo, i suoi 7 punti conducono ( a mio parere, ci mancherebbe) a scoperchiare le strategie contraddittorie, per usare un eufemismo, dell'occidente stesso. Dall'invasione sovietica dell'Afghanistan degli anni 80, l'alleato americano ha radicalizzato a piacimento e in base ai suoi interessi geostrategici, strati di islam, educandoli, addestrandoli ed armandoli alla jihad. Ricordo ancora la lezione del Prof. Riccardo Redaelli (essendosi laureato al Sacro Cuore di Milano lei avrà avuto sicuramente il piacere di ascoltarlo a tal proposito ) durante il Master che ho svolto alla LUISS due anni fa ormai, il quale vide con occhi propri sul confine afgano il crescere a dismisura di scuole di derivazione salafita in cui venivano impartite lezioni di guerra asimmetrica; chiaramente sono molte altre le prove confutabili in tal direzione ma questo piccolo ricordo e aneddoto ha il suo perché. La strategia americana e dei suoi alleati ( Hollande compreso e in testa ) è ora ancor più palese dopo l'intervento russo in SIria; non mi dilungherò perché saprà meglio di me ( visto che sono cose che la occupano quotidianamente) di cosa sto parlando: mesi di guerra all'ISIS con inspiegate conquiste imponenti di territorio da parte dei terroristi, foraggiamento semi-illimitato di denaro e soldi da parte della coalizione occidentale ( tra cui i vari Qatar, Arabia Saudita, Israele..che agisce senza mandato e in violazione del diritto internazionale ) verso i c.d. ribelli moderati di cui non si sa nulla sulla loro natura e consistenza reale ( think tank russi parlando di una decina di capi tribù che fondamentalmente sarebbero in balia degli eventi ); alleati che sparano su alleati ( turchi verso curdi ), presunti alleati che si coalizzano contro altri presunti alleati ( la logica dice che la Russia sia un alleato nostro...) e potrei continuare con altri esempi. La conclusione ( senza interrogarsi come certi attacchi cosi complessi possano essere sferrati nel cuore dell'Europa, il che farebbe diventare la cosa ancora più inquietante) , che avrà capito ormai da un po', è che l'occidente dovrebbe guardarsi allo specchio; non era difficile immaginare ( parole di Putin ) l'ondata di migranti se si interviene a destabilizzare l'intero scenario del Medio Oriente senza una strategia vero di supporto; come non è difficile immaginare che dentro l'ondata di immigrazione trovino terreno fertile infiltrazioni di terroristi ( base per ipotetici attacchi futuri ). I doppi standard ormai quotidiani su qualsiasi cosa ( invito a guardare i vari video dei portavoce del Dipartimento di Stato americano, come questo https://www.youtube.com/watch?v=QfEIXy64HL0 ) , sono imbarazzanti; io stesso ho puntualizzato sul suo intervento precedente che circa 24 ore prima dei fatti di Parigi siano state ignorate 43 vittime in Libano. Avendo ( senza vergogna ) un background cattolico, anche se onestamente basterebbe avere una "naturale" propensione alla giustizia, non posso che dire come occorre farsi carico delle conseguenze nefaste delle proprie azioni sbagliate; e per rispondere ai 7 punti sopra elencati non bisogna far altro che indagare storicamente e analiticamente su chi ci sia effettivamente dietro a queste organizzazioni terroristiche. Mi scuso per la lunghezza e per la non sistematicità di questo commento, ma potrà ben capire che il mio era un tentativo di offrire qualche punto chiave e lasciare spazio all'intuizione. Concludo veramente, se ieri i leader europei avessero fatto un mea culpa, saremmo veramente ad un punto di svolta (un pizzico di retorica non guasta mai..).

AndreaCarbonari
AndreaCarbonari

Questo, Sig. Rossi, è un ottimo post. Racchiude tanti indizi su cui instaurare un dialogo sensato; e badi bene, non sono uno a cui piacciono retorica e pomposità, soprattutto quando l'opinione pubblica ha il nervo scoperto.

Consapevolmente o meno, questo non mi è dato saperlo, i suoi 7 punti conducono ( a mio parere, ci mancherebbe) a scoperchiare le strategie contraddittorie, per usare un eufemismo, dell'occidente stesso.

Dall'invasione sovietica dell'Afghanistan degli anni 80, l'alleato americano ha radicalizzato a piacimento e in base ai suoi interessi geostrategici, strati di islam, educandoli, addestrandoli ed armandoli alla jihad. 

Ricordo ancora la lezione del Prof. Riccardo Redaelli (essendosi laureato al Sacro Cuore di Milano lei avrà avuto sicuramente il piacere di ascoltarlo a tal proposito ) durante il Master che ho svolto alla LUISS due anni fa ormai, il quale vide con occhi propri sul confine afgano il crescere a dismisura di scuole di derivazione salafita in cui venivano impartite lezioni di guerra asimmetrica; chiaramente sono molte altre le prove confutabili in tal direzione ma questo piccolo ricordo e aneddoto ha il suo perché.

La strategia americana e dei suoi alleati ( Hollande compreso e in testa ) è ora ancor più palese dopo l'intervento russo in SIria; non mi dilungherò perché saprà meglio di me ( visto che sono cose che la occupano quotidianamente) di cosa sto parlando: mesi di guerra all'ISIS con inspiegate conquiste imponenti di territorio da parte dei terroristi, foraggiamento semi-illimitato di denaro e soldi da parte della coalizione occidentale ( tra cui i vari Qatar, Arabia Saudita, Israele..che agisce senza mandato e in violazione del diritto internazionale ) verso i c.d. ribelli moderati di cui non si sa nulla sulla loro natura e consistenza reale ( think tank russi parlando di una decina di capi tribù che fondamentalmente sarebbero in balia degli eventi ); alleati che sparano su alleati ( turchi verso curdi ), presunti alleati che si coalizzano contro altri presunti alleati ( la logica dice che la Russia sia un alleato nostro...) e potrei continuare con altri esempi.

La conclusione ( senza interrogarsi come certi attacchi cosi complessi possano essere sferrati nel cuore dell'Europa, il che farebbe diventare la cosa ancora più inquietante) , che avrà capito ormai da un po', è che l'occidente dovrebbe guardarsi allo specchio; non era difficile immaginare ( parole di Putin ) l'ondata di migranti se si interviene a destabilizzare l'intero scenario del Medio Oriente senza una strategia vero di supporto; come non è difficile immaginare che dentro l'ondata di immigrazione trovino terreno fertile infiltrazioni di terroristi ( base per ipotetici attacchi futuri ). I doppi standard ormai quotidiani su qualsiasi cosa ( invito a guardare i vari video dei portavoce del Dipartimento di Stato americano, come questo https://www.youtube.com/watch?v=QfEIXy64HL0 ) , sono imbarazzanti; io stesso ho puntualizzato sul suo intervento precedente che circa 24 ore prima dei fatti di Parigi siano state ignorate 43 vittime in Libano.

Avendo ( senza vergogna ) un background cattolico, anche se onestamente basterebbe avere una "naturale" propensione alla giustizia, non posso che dire come occorre farsi carico delle conseguenze nefaste delle proprie azioni sbagliate; e per rispondere ai 7 punti sopra elencati non bisogna far altro che indagare storicamente e analiticamente su chi ci sia effettivamente dietro a queste organizzazioni terroristiche.

Mi scuso per la lunghezza e per la non sistematicità di questo commento, ma potrà ben capire che il mio era un tentativo di offrire qualche punto chiave e lasciare spazio all'intuizione.

Concludo veramente, se ieri i leader europei avessero fatto un mea culpa, saremmo veramente in un mondo migliore (un pizzico di retorica non guasta mai..).

Il Caffè Geopolitico
Il Caffè Geopolitico

Proveremo a considerare anche questo aspetto. La ringraziamo per il commento

MarcoZenoni
MarcoZenoni

Sull'ultimo punto, preciserei che non solo il terrorismo non è assimilabile in toto all'Islam, come giustamente sottolineate. Ma sottolinerei anche il fatto che in prima linea contro l'ISIS ci sono proprio dei musulmani, quali i membri di Hezbollah, della guardia Islamica iraniana e dell'esercito siriano, quello legale, non quello "libero", foraggiato da turchi, sauditi e occidentali.

Giulia Iozzo
Giulia Iozzo

Non potrei essere più d'accordo con il punto 7. Purtroppo c'è una cosa che fa paura quanto l'isis ed è l'ignoranza.

Dario Reginelli
Dario Reginelli

Purtroppo non ho le competenze tali da contribuire proficuamente all'analisi. Però ho una richiesta: stamattina sentivo degli errori dei servizi segreti francesi. Potete spiegarci quali sono questi errori in dettaglio e quali sono le difficoltà strutturali in cui questi si trovano a operare? Inoltre sarebbe interessante fare un paragone con l'Italia, capire perché fortunatamente siamo stati risparmiati: contiamo poco nella lotta all'ISIS così poco da non destarne l'interesse oppure i nostri servizi segreti stanno lavorando meglio? Grazie per tutte le delucidazioni che potrete darmi/darci.

William Bavone
William Bavone

intervengo riportando quanto già scritto sulle mie pagine social: Molte cose vengono dette da ieri e molte hanno avuto come sfondo la parola "Siria" e quella di "evitare una guerra religiosa". Purtroppo concentrare l'attenzione sul governo Assad non vuol dire altro che attivare una guerra religiosa (Iran, Libano, Giordania e Palestina non saranno propriamente a favore di un'ingerenza). La vera soluzione è quella di affiancare la Russia in una offensiva senza precedenti contro l'ISIS ossia un'azione che si libera da ogni divisione politica, ideologica e religiosa e che vada dritta e risoluta verso la soluzione del problema. Ma ciò comporta svariati problemi diplomatici. Infatti occorre chiedersi prima di tutto chi e cosa è l'ISIS. Questi mercenari che oggi si riconoscono n uno "Stato mobile" dell'Islam nel 2011-2012 venivano addestrati proprio per esportare la Primavera Araba in Siria. Un obiettivo mai raggiunto e che oggi hanno fatto perdere il controllo dello strumento (ISIS). è importante in tutto ciò non assorbire le notizie così come sono, ma analizzarle ed osservarle: chiedetevi da dove vengono quelle armi, come mai riescono ad evadere i servizi segreti europei e colpire indisturbati, come fanno ad utilizzare strumenti di marketing degni delle più grandi aziende mondiali, da dove prendono le conoscenze per attivare dei programmi di addestramento di alto livello? tante possono essere le domande utili da farsi e di certo il governo siriano non ha alcun ruolo in tutto ciò. Un altro problema diplomatico è quello con Israele che in questa situazione instabile vede la possibilità di ottenere il massimo profitto auspicabile. Infatti giorni fa proprio Netanyahu aveva avanzato la richiesta di legittimare la sovranità israeliana sulle alture del Golan (Siria). Da una guerra alla Siria, Israele ricaverebbe il controllo regionale in quanto la caduta della Siria porterebbe Libano, Palestina e Giordania ad un nuovo ordine geopolitico. Le vittime di questi grandi giochi sono i civili che in Parigi come a Beirut subiscono gli effetti di strategie di potere che non hanno religioni ne ideologie, ma solo l'obiettivo finale di massimizzare il profitto. Attaccare l'ISIS è giusto, farne lo strumento per ridisegnare i rapporti di forza nell'area del petrolio, no. Prima di scrivere "status" dettati dall'emozione o dal qualunquismo...riflettete perchè solo così potete evitare che diventi una "guerra di religione"

Miriam Molon
Miriam Molon

Rispondo al vostro editoriale (che peraltro ho apprezzato molto) premettendo che non sono un'esperta nel campo, ho appena iniziato a studiare questi argomenti. Se dovessi scrivere ovvietà o sciocchezze, quindi, me ne scuso. Per quanto riguarda la tattica, concordo sul fatto che un'azione del genere debba essere stata premeditata. E' vero che in questo periodo lo stato islamico sia in difficoltà, e quindi è plausibile che abbia voluto distogliere l'attenzione dai suoi insuccessi sul campo. D'altronde, perché la Francia? Essa è, certo, impegnata sul fronte della guerra all'ISIS, ma senza dubbio un attacco a paesi quali USA o Inghilterra avrebbe avuto senza dubbio più significato (un po' a voler dire "voi avrete pure ucciso il nostro boia, ma noi possiamo uccidere i vostri civili a casa vostra). E' dunque plausibile che l'attacco sia avvenuto in Francia perché lì hanno già cellule dormienti pronte ad agire. Per quanto riguarda la risposta al messaggio, tralasciando l'idea del "andiamo e uccidiamoli tutti", credo che dovremmo riconsiderare la nostra idea di guerra. E' chiaro che l'occidente ha ancora l'idea della guerra territoriale (io conquisto il fortino, ergo questo territorio è mio): si è ben visto dalle dichiarazioni di Obama di ieri. Altrettanto ovviamente lo stato islamico ha invece una diversa concezione della guerra, più simile a quella dei Vietcong. Non conquistano territori, preferendo attacchi rapidi e a sorpresa. In un certo senso, continuare a costruire fortini da solo ai nostri nemici più obiettivi da colpire sul territorio. D'altro canto, reagire è probabilmente l'unica scelta possibile, visto che raramente le nostre forze militari accetteranno di tenere fuori il naso da Siria e dintorni, anche perché è chiaro che più che una difesa della democrazia è una prova di forza tra Russia e USA, finalizzata a determinare chi potrà influenzare la zona. Per quanto riguarda l'interruzione dell'accoglienza a "certa gente", credo che sia a dir poco una proposta oscena. E' vero, non sappiamo chi sono i terroristi e se arrivano in Europa tramite le migrazioni, ma d'altronde se rifiutassimo civili che fuggono dai terroristi, non diventeremmo terroristi noi stessi? Bisogna sempre ricordare che non tutti i musulmani sono terroristi. Un po' come non tutti gli italiani sono mafiosi. Non lo ripetiamo da decenni?

Andrea Leli
Andrea Leli

un'osservazione sul punto 1): sfortunatamente è una carenza dell'intelligence; tecnicamente è più facile prevedere sette attacchi coordinati che uno solo anche gigantesco. Un solo attacco può rimanere isolato anche nella preparazione (compartimentazione); sette attacchi contemporanei hanno bisogno di logistica, pianificazione, personale il tutto moltiplicato per sette. Da qui anche le comunicazioni aumentano. All'aumentare della portata in termini organizzativi aumentano anche i rischi di informazioni trapelate e riportate. Quindi, la mia personale conclusione è che, i servizi avessero delle avvisaglie e/o informazioni che non sono riusciti a trasformare in intelligence preventiva (e conseguentemente actionable).