contatore visite gratuito
Home - Aree geografiche - Elezioni Myanmar: un primo bilancio
22527192478_33079610ae_b_elections-myanmar

Elezioni Myanmar: un primo bilancio

In 3 sorsi – Si prospetta una grande vittoria per la Lega Nazionale per la Democrazia (LND) di Aung San Suu Kyi nelle prime elezioni libere tenutesi in Myanmar dal lontano 1990. Non si tratta però di un successo completo, perché l’Esercito continua ad avere saldamente il controllo della vita istituzionale del Paese, approfittando delle clausole della nuova e discussa Costituzione approvata nel 2008. Inoltre l’ascesa del nazionalismo buddista e la complessa questione delle minoranze etniche minacciano di imporre pesanti limiti all’azione riformatrice di un Governo LND, esponendo le debolezze e le ambiguità della leadership politica di Suu Kyi.

1. IL TRIONFO DELLA LND – Alla fine sembra essere andata oltre le più rosee aspettative per la Lega Nazionale per la Democrazia (LND) di Aung San Suu Kyi nelle elezioni politiche dello scorso 8 novembre: con oltre l’80% dei voti scrutinati, il Partito guidato dalla storica leader birmana, Premio Nobel per la Pace nel 1991, ha infatti conquistato 369 seggi parlamentari su un totale di 664, diventando di fatto la principale forza politica di Myanmar e annientando quasi completamente i rivali del Partito dell’Unione per la Solidarietà e lo Sviluppo (USDP) del Presidente Thein Sein, appoggiato esplicitamente dalle Forze Armate. Si tratta di un successo senza precedenti per la LND, addirittura superiore a quello delle elezioni politiche del 1990 poi brutalmente annullate dai militari, e dovrebbe consentire a Suu Kyi e ai suoi collaboratori di costituire agevolmente un esecutivo capace di implementare profonde riforme politiche e sociali nel Paese asiatico.

Fig. 1 – Sostenitori di Aung San Suu Kyi festeggiano i primi risultati elettorali di fronte al quartier generale della LND a Yangon

I risultati non sono ancora definitivi e bisognerà probabilmente attendere sino alla prossima settimana per conoscere la reale entità della vittoria del Partito, soprattutto a livello regionale e provinciale. I primi dati confermano comunque una straordinaria affermazione in grandi centri urbani come Yangon e Mandalay, mentre in Stati periferici come il Kachin i candidati della LND hanno spesso ottenuto consensi superiori al 60%, superando i tentativi di brogli dell’USDP e le minacce delle fazioni buddiste più radicali. Da parte sua, il Presidente Thein Sein ha riconosciuto apertamente la sconfitta e ha promesso di negoziare con Suu Kyi una rapida e pacifica transizione istituzionale, garantendo la stabilità politica del Paese e facilitando un’ulteriore allentamento delle sanzioni internazionali verso Myanmar, già parzialmente revocate dopo lo scioglimento formale del regime militare nel 2011.

2. L’ESERCITO RESTA AL COMANDO – Nonostante l’entusiasmo dei sostenitori di Suu Kyi e dei media occidentali, la strada della LND verso il Governo appare comunque lunga e irta di ostacoli, confermando la sostanziale fragilità della transizione di Myanmar dalla dittatura alla democrazia. Anzitutto, il vecchio Parlamento non si scioglierà prima di gennaio, consentendo all’USDP di approvare leggi a favore dei propri membri o tese a bloccare l’azione riformatrice della LND. Anche le votazioni per il nuovo Presidente della Repubblica promettono di iniziare solo in primavera, allungando ulteriormente i tempi di rinnovamento istituzionale del Paese. Ma l’incognita più grande resta il ruolo pervasivo e invadente dell’Esercito nella vita politica nazionale, esercitato soprattutto grazie alle contestate norme della nuova Costituzione approvata nel 2008, già duramente criticate dai vertici della LND in molteplici occasioni.

Fig. 2 – Soldati dell’Esercito birmano durante una sessione d’addestrameno nello Stato di Shan

Grazie alle nuove disposizioni costituzionali, i militari dispongono infatti di oltre 160 seggi parlamentari che possono usare come un formidabile blocco contro il passaggio di qualsiasi misura di legge volta a limitarne l’influenza istituzionale, mantenendo intatta la struttura di base del regime autoritario messo da loro in piedi dopo la vittoria elettorale di Suu Kyi nelle elezioni del 1990. Inoltre la cosiddetta “clausola presidenziale” non consente a cittadini birmani sposati con stranieri di essere eletti alla carica di Presidente della Repubblica, escludendo esplicitamente Suu Kyi – vedova dello storico britannico Michael Aris – dal più alto potere istituzionale dell’ordinamento nazionale. E l’Esercito mantiene infine il diritto esclusivo di nominare i ministri dell’Interno, della Difesa e degli Affari di Confine, conservando di fatto il controllo assoluto dell’apparato di sicurezza dello Stato. Una prerogativa pesantissima che promette di limitare seriamente l’indipendenza e la libertà d’azione di un Governo LND, anullandone l’impeto riformatore o dirottandolo su temi politici di secondaria importanza.

3. LA QUESTIONE DELLE MINORANZE ETNICHE – Incoraggiata dalle dimensioni della vittoria elettorale, Suu Kyi ha già promesso di sfidare i paletti costituzionali imposti dall’Esercito alla sua libertà politica, governando “al di sopra” del futuro Presidente e supportando con vigore l’agenda riformista del nuovo Governo. Al di là di questi toni bellicosi, la leader della LND ha comunque avviato negoziati formali con Thein Sein e gli alti gradi dell’Esercito per assicurare una transizione pacifica nel primo periodo post-elezioni, in attesa di giocare più scopertamente le proprie carte dopo l’insediamento del nuovo Parlamento e la sua probabile elezione a Presidente della Camera Bassa. Nel frattempo il suo Partito dovrà chiarire meglio la propria agenda politica, finora piuttosto vaga e oscurata dal culto personalistico della stessa Suu Kyi, e sviluppare una posizione più incisiva nei confronti dell’aggressivo nazionalismo buddista responsabile della costante erosione dei diritti delle minoranze etniche in Myanmar dal 2012 a oggi.

Fig. 3 – Profughi Rohingya attendono di essere soccorsi al largo delle coste thailandesi

Finora la LND è apparsa infatti parecchio in difficoltà di fronte a movimenti sciovinisti come il Ma Ba Tha o il Partito Nazionale Arakan (ANP), tra i principali artefici della persecuzione della comunità Rohingya nello Stato di Rakhine, e ne ha subìto continuamente le iniziative politiche e le provocazioni retoriche, accettando persino di escludere candidati musulmani dalle proprie liste elettorali. Una decisione aspramente criticata sia in Myanmar che in Occidente, dove la stessa Suu Kyi non è stata esente da pesanti “rimproveri” per la sua apparente indifferenza alla tragica situazione dei Rohingya, vittime di una vera e propria pulizia etnica nel Rakhine con centinaia di morti e decine di migliaia di rifugiati nei vicini Paesi del Sud-est asiatico. Durante le elezioni divesi altri gruppi etnici nello Stato di Shan sono stati privati del diritto di voto, e anche in questo caso l’atteggiamento della LND è stato sostanzialmente ambiguo, se non addirittura connivente con gli oltranzisti religiosi responsabili di tali gravi limitazioni dei diritti elettorali. Si tratta di ombre pesanti sulla reputazione democratica del Partito e l’entourage di Suu Kyi dovrà dimostrare in futuro di sostenere chiaramente i diritti delle minoranze etniche, pena la perdita di importanti consensi sia interni che esteri.

Fig. 4 – Aung San Suu Kyi parla durante un comizio elettorale a Yangon (agosto 2015)

Simone Pelizza

Un chicco in più

Tra i numerosi approfondimenti sulle elezioni in Myanmar si segnala questa breve analisi di Emanuele Giordana, giornalista esperto di Asia centrale e socio fondatore dell’associazione Lettera22.

 

Foto: sky3dothanh

0 comments