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Burundi e Ruanda: due Paesi, un destino

Burundi e Ruanda non condividono solo una trascorsa unità territoriale, ma anche una tragedia che si potrebbe specularmente trasporre da un confine all’altro senza alcuna differenza. Da decenni i due Paesi sono insanguinati da conflitti etnici il cui culmine nel 1994 ha sconvolto l’opinione pubblica di tutto il mondo. Ora è forte il rischio di una ripresa degli scontri, dovuta ai recenti accadimenti politici burundesi.

POCO TERRITORIO, TROPPO SANGUE − Se considerassimo il territorio di Piemonte e Valle d’Aosta e lo trasferissimo al centro dell’Africa sub-sahariana, nell’area dei Grandi Laghi, otterremmo una rappresentazione piuttosto fedele del Burundi sia a livello di estensione che di geomorfologia. La modestia del territorio burundese fa da contrappasso all’enormità della tragedia umanitaria di cui tale Paese è testimone da almeno quattro decenni, insieme al confinante Ruanda. Neanche 21 milioni gli abitanti censiti nei due Paesi, ma i flussi di disperati che a ogni rivitalizzazione del conflitto si spostano tra Kigali e Bujumbura assumono sempre dimensioni di svariate centinaia di migliaia di individui, con inevitabili conseguenze non solo sullo sviluppo economico, ma anche sull’efficacia dei timidi interventi che la comunità internazionale prova a porre in campo ogni volta che il problema si ripresenta. Uno dei tanti casi in cui il cosiddetto “Occidente” (nel duplice registro di sistema di valori e macro-regione geopolitica) ha originato una frattura ritenendo di poterla utilizzare a proprio arbitrio, per poi accorgersi di non possedere strumenti atti a governarla, risultandone infine sconfitto. Ciò che oggi definiamo “conflitto di matrice etnica” altro non è che la sommatoria di semplificazioni definitorie e categorizzazioni forzate adottate dal colonizzatore europeo, che hanno alimentato, nel secolo scorso, una patologica attenzione e reciproca repressione delle differenze (prima sconosciuta).

Fig. 1 – Foto all’indomani del genocidio in Ruanda (1994)

IL RUANDA-URUNDI, POSSEDIMENTO MANDATARIO BELGA − Una piccola e organizzata minoranza, si sa, è ben più facile da controllare rispetto a una disomogenea e dispersiva maggioranza: questo devono aver pensato anche i belgi al momento di stabilire un assetto amministrativo per i territori controllati. Caso emblematico quello del Ruanda-Urundi, passato da mano tedesca (Protettorato dell’Africa Orientale) a controllo belga con il beneplacito della Società delle Nazioni dopo la disfatta di Berlino nel primo conflitto mondiale: si decise allora di affidare il potere a pochi Batutsi (Abanyaruguru e Abahima), escludendo pressoché totalmente i Bahutu e i Batwa. Sebbene ormai quasi tutte le fonti concordino nel ritenere non sostanziali le differenze culturali e somatiche tra questi “gruppi” – riconducibili più a diverse “classi sociali” (a causa della differente occupazione nell’agricoltura o nel più “nobile” allevamento) che non a distinti ceppi etnici -, il cinismo colonizzatore tramutò sfumature in colori netti, esasperando incongruenze che prima erano sempre risultate conciliabili. Si consideri che, professione praticata a parte, tutti i rimanenti tratti sociali caratteristici − come lingua e religione − sono ed erano in comune tra Tutsi e Hutu. La ferrea gerarchizzazione del tessuto sociale portò allo sfaldamento di una convivenza plurisecolare, andando a innescare meccanismi di rivendicazione circolare (ovvero perdurante e ciclica) estremamente pericolosi, fautori di decine tra colpi di Stato e massacri sommari, per un numero imprecisato di vittime che si stima nell’ordine di qualche milione dagli ultimi tre decenni del XX secolo. La suddivisione in Burundi e Ruanda attuata nel 1962 non solo non ha arginato il fenomeno, ma l’ha in un certo senso “duplicato”, dando vita a spostamenti migratori incessanti con masse di disperati Tutsi o Hutu a seconda del potere vigente nella contingenza specifica.

Fig. 2 – Cicatrici sul volto di un uomo tutsi

UNA PAGINA CONTEMPORANEA: IL COLPO DI STATO − In molteplici Paesi africani che si dichiarano con ostentato e inconsapevole orgoglio “Repubbliche”, di repubblicano v’è ben poco, e assai labile sembra la tendenza dei leader politici a osservare la Costituzione: il Burundi, ad esempio, è oggi scivolato ancora una volta nel caos in seguito all’annuncio − lo scorso fine aprile − del Presidente Pierre Nkurunziza di volersi candidare per la terza volta alla guida dello Stato, in sfregio al dettato costituzionale, alle fittizie elezioni del 21 luglio che lo hanno riconfermato e al fallito golpe che è venuto dopo. Banale sottolineare come la prepotenza di un singolo e del suo compiacente entourage potrebbe porsi alla base di un’ennesima rivolta popolare lasciata interpretare al pigro occhio esterno come “recrudescenza di rancori etnico-tribali” che nulla hanno a che vedere con la questione in essere. La caccia agli oppositori scatenata da Nkurunziza ha tutt’altro sapore: quello dell’egoismo e della bulimia di potere. Paradossalmente, con un Paese sempre più isolato sullo scacchiere internazionale, e con sanzioni sempre più pesanti che sconfessano e soffocano qualsivoglia miraggio di progresso, di potere effettivo da conservare ve ne sarà davvero poco. Intanto il Governo ruandese si è prodigato per infittire la rete di intelligence nel Paese vicino e armare ribelli pronti a resistere alle ingiustizie burundesi, anche al fine di evitare il contagio scongiurando un secondo genocidio di proporzioni epocali in terra ruandese. Gli appelli di Ban Ki-Moon, Federica Mogherini (Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza) e Unione Africana sono rovinati nel vuoto.

Fig. 3 – Il Presidente burundese Nkurunziza in visita ufficiale in Germania

LA NECESSITÀ DI UNA PRESENZA MUSCOLARE − Pare giunto il momento di auspicare da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU l’applicazione del capitolo VII della Carta di San Francisco, con l’autorizzazione di una missione di peace-building che non si limiti a “osservare” o “interporsi”, ma detenga l’effettiva capacità giuridico-militare di preservare la sicurezza evitando ulteriori stragi. Questo in attesa di soluzioni più durature per le quali sarà tuttavia imprescindibile monitorare la regione ancora per decenni. Considerata poi la composizione della popolazione, si potrebbe ipotizzare il ritorno a uno Stato unico, in esecuzione di un eventuale parere positivo emerso da una consultazione referendaria a suffragio universale. Sarebbe un ottimo segnale di partecipazione e di pace (evitando apposta l’insidioso termine “democrazia”), per quanto borderline per i canoni del diritto internazionale. E, soprattutto, sarebbe un “tornare indietro” ben più lungimirante di tanti altri precari e frammentari “guardare avanti”.

Riccardo Vecellio Segate

Foto: US Army Africa

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