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Il progetto Beps

Secondo il Segretario generale dell’OECD Ángel Gurría, ogni anno l’assenza di coordinamento tra Stati, assieme a regole tutt’altro che trasparenti, provoca danni all’erario mondiale tra i 100 e i 240 miliardi di dollari.
Il progetto Beps, iniziato dall’OCSE nel settembre 2013, potrebbe essere la svolta tanto attesa contro l’evasione e l’elusione fiscale, delle multinazionali e non solo. Pratiche che nell’Unione europea si sono dimostrate particolarmente frequenti e dannose.

LE INNOVAZIONI – Diversi Governi, non solo quelli europei, offrono alle multinazionali corposi vantaggi fiscali, attraverso una pratica detta tax ruling – un accordo/preventivo tra Stato e aziende sulla modalità di calcolo della tassazione del reddito imponibile. In ragione ciò il G20 – che compone l’85% del PIL mondiale – ha richiesto alla Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD) – soggetto internazionale avente sede a Parigi – di presentare un piano di risoluzione, con gli obiettivi di contrastare l’erosione di base imponibile, il trasferimento “artificiale” degli utili verso i “paradisi fiscali” e le pratiche di occultamento degli aiuti di Stato.
Gli sforzi dell’OECD hanno dato vita al Base Erosion and Profit Shifting (Beps) – sottoscritto da 62 Stati –, uno strumento composto da 15 Actions atte a integrare le politiche fiscali mondiali, a generare parità di condizioni, a evitare l’attuazione di misure unilaterali da parte degli Stati e situazioni di tassazione inesistente e di “doppia tassazione”. I risultati fin qui ottenuti – anche se i lavori non sono ancora conclusi – sono stati presentati a Lima durante il recente meeting tra Banca mondiale (BM) e Fondo monetario internazionale (FMI), riscuotendo l’encomio unanime dei ministri delle Finanze del G20.
Uno dei provvedimenti più innovativi riguarda la “trasparenza” delle attività delle multinazionali. Qui è previsto per gli Stati l’obbligo di documentare dettagliatamente i trasferimenti country-by-country, così da scoraggiare pratiche aggressive di transfer pricing – l’applicazione di prezzi di trasferimento inferiori al prezzo di mercato tra aziende situate in Stati diversi ma appartenenti allo stesso gruppo (Action 8, Transfer pricing). Con questo provvedimento si vuole rendere obbligatorio per le multinazionali con un volume d’affari di almeno 750 milioni di dollari di rendicontare attività, ricavi e imposte versate nei diversi Paesi in cui operano. Il country-by-country report dovrà essere consegnato allo Stato in cui la società controllante risiede fiscalmente, per poi essere condiviso attraverso lo scambio di informazioni tra gli erari dei vari Stati coinvolti, garantendo la riservatezza degli attori. Sono state inoltre studiate manovre per evitare la traslazione degli utili a “società-cassaforte” – soggetti o fittizi o con bassi e/o nulli costi per il personale – situate in Stati dove la tassazione è inferiore a quella dove effettivamente risiede l’azienda.
È stata aggiornata la definizione giuridica di stabile organizzazione (Action 7, Permanent Establishment Status), quindi sono stati implementati i controlli e inasprite le sanzioni per il fenomeno della “fittizia residenza fiscale”, quella posta in essere per il treaty shopping – la pratica di sfruttare in maniera truffaldina i vantaggi tributari concessi dalle Convenzioni internazionali o da Trattati internazionali contro le “doppie tassazioni”.

Fig. 1 – L’intervento del Segretario generale dell’OECD Ángel Gurría al meeting di Lima, 9 ottobre 2015

LE COMPLICAZIONI – L’economia digitale (Action 1, Digital Economy) potrebbe risultare un problema. La sua natura “aleatoria” e la possibilità di operare in maniera praticamente istantanea rende l’erosione di base imponibile, come il trasferimento degli utili nei “paradisi”, un rischio in continuo aumento – secondo l’OECD più che proporzionalmente. In base alle stime di quest’ultima, il valore attuale dell’e-commerce è pari a 16.000 miliardi di dollari, mentre il volume d’affari del settore della pubblicità on-line, nel 2017, raggiungerà i 240 miliardi di dollari. Queste cifre rendono comprensibile la necessità di un “recinto fiscale”, paradossalmente proprio al fine di impedire la nascita di regimi oligopolistici e/o monopolistici. Attualmente una soluzione concertata, per diverse ragioni, è forse la più lontana dall’essere realizzabile. Resta tuttavia possibile per i singoli Stati l’introduzione di misure ad hoc.
In merito alla detassazione dei brevetti sono stati creati dei regimi preferenziali atti a evitare pratiche fiscali scorrette e distorsioni di un salutare regime concorrenziale. Resta aperta la necessità di coordinare questi nuovi regimi con le attività di ricerca e sviluppo, ovvero di apporre le giuste deduzioni fiscali.
Per ciò che concerne le imposte indirette si è ragionato sul trasformare l’Iva da imposta sul valore aggiunto a imposta sui consumi, quindi che venga versata nello Stato da cui provengono quest’ultimi.
Problema tutt’altro che ignorabile saranno gli elevati costi di compliance – i costi per uniformarsi alle Beps. L’OECD e il G20 continueranno comunque a lavorare sul progetto per i prossimi due anni, e già nel G20 del 15-16 novembre prossimi ad Antalya (Turchia) sono previsti aggiornamenti. In alcuni Stati per l’adozione sarà necessario l’avallo degli organi legislativi. Infine la cooperazione nell’attività di monitoraggio non terminerà prima del 2020.

IL BEPS NELL’OTTICA EUROPEA – All’inizio dello scorso ottobre l’Economic and Financial Affairs Council (Ecofin) – composto dai 28 ministri delle Finanze degli Stati membri dell’Unione europea (UE) – ha dato il suo benestare per una direttiva che impone lo scambio di informazioni dettagliate per gli accordi fiscali tra Governi e multinazionali, per impedire il “tax ruling europeo” – in conformità alla Action 5, Harmful tax practices del Beps. Lo scopo di questa iniziativa legislativa è per l’appunto impedire la creazione di “regimi preferenziali” e l’occultamento degli aiuti di Stato – regolamentati dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE).
Dalla riunione dello Ecofin, il ministro delle Finanze lussemburghese Pierre Gramegna ha dichiarato: «Abbiamo un accordo politico. L’Europa vuole lanciare un segnale forte». Della stessa opinione il Commissario europeo per gli Affari economici e monetari Pierre Moscovici. La proposta è stata presentata lo scorso marzo e la Commissione aveva previsto che questa misura entrasse in vigore già dal 2016, con una retroattività di dieci anni. Il provvedimento entrerà invece in vigore dal 2017 e con una retroattività di soli cinque anni, mentre lo scambio d’informazioni riguarderà solo le imprese con un fatturato superiore ai 40 milioni di euro. La direttiva stabilisce inoltre che gli accordi finalizzati, emendati o rinnovati tra il 1° gennaio 2013 e il 31 dicembre 2013 dovranno essere divulgati, se ancora validi il 1° gennaio 2014. Per quelli finalizzati, emendati o rinnovati tra il 1° gennaio 2014 e il 31 dicembre 2016, la diffusione dovrà avvenire in ogni caso.
Per entrare in vigore il provvedimento necessitava dell’unanimità, giunta solo dopo mesi di intense trattative. L’UE avrebbe deciso di varare la direttiva in ragione dello scandalo «Lux Leaks» e, probabilmente, anche a causa dello «Swiss Leaks» – altro genere di scandalo fiscale che ha contribuito a esarcerbare il clima. Il primo ha coinvolto proprio il Lussemburgo, accusato di aver elargito accordi fiscali fin troppo generosi a diverse multinazionali, minando così il regime di libera concorrenza. La Commissione avrebbe poi recentemente aperto indagini nei confronti dell’Olanda, in merito agli accordi con Microsoft, Kraft e Pfizer.
In conferenza stampa Moscovici ha sottolineato che le informazioni non verranno rese di pubblico dominio, lasciando insoddisfatti e interdetti diversi eurodeputati. Ultimo ma non per importanza, a Bruxelles non sarà permesso conoscere il nome delle eventuali imprese destinatarie di provvedimenti.

Fig. 2 – Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker in audizione a Strasburgo, durante i lavori per l’assegnazione delle “quote migranti”, 9 settembre 2015

Claudio Cherubini

Un chicco in più

  • Lo scandalo «Lux Leaks» – Con un dossier di circa 28.000 pagine redatto da 80 giornalisti e diffuso da 26 autorevoli giornali europei e nordamericani – in Italia da L’Espresso –, l’International Consortium of Investigative Journalism (ICIJ), alla fine del 2014, ha fatto esplodere lo scandalo «Lux Leaks», una serie di accordi segreti tra il Lussemburgo e circa 350 multinazionali – tra cui Amazon, Deutsche Bank, Gazprom, Ikea, J.P. Morgan, McDonald’s, Procter&Gamble e Pepsi. Sul banco degli imputati è finito il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, per 18 anni Primo ministro del piccolo Stato europeo (1995-2013) e per 8 presidente dell’Eurogruppo (2005-2013) – la “versione informale” dell’Ecofin. Sarebbero 548 gli accordi segreti siglati con l’ausilio di PricewaterhouseCoopers (PwC) – azienda britannica tra le prime quattro al mondo nel settore consulenza, nata nel 1998 dalla fusione tra Price Waterhouse e Coopers&Lybrand, due storiche imprese a loro volta nate a metà del 19° secolo. Sono risultati implicati anche 31 soggetti italiani, tra cui Banca Marche, Banca Sella, Finmeccanica, Intesa San Paolo e Unicredit.
    A destare perplessità è la totale legalità delle operazioni, status ottenuto dallo sfruttamento delle falle del fisco. Poco dopo lo scoppio dello scandalo, il commissario europeo per la Concorrenza Margrethe Vestager ha dato il via a numerose inchieste – sotto il mandato della Commissione europea – sulle “tax rulings”. Tutto ciò fa seguito al lavoro del predecessore Joaquín Almunia, che aveva già messo sotto la lente Amazon e Fiat Finance and Trade – la prima in attesa di giudizio e la seconda condannata lo scorso ottobre a risarcire circa 20 milioni di euro per i trattamenti ottenuti in Lussemburgo –, Starbucks – condannata in Olanda alla stessa pena di Fiat Finance and Trade – e Apple – in attesa di giudizio per i trattamenti ricevuti in Irlanda. L’elemento determinante la legalità è nel fatto che non viene perseguita la pratica del “tax ruling” in sé, ma se quest’ultima venga effettuata con l’intento di determinare una distorsione del regime concorrenziale.
  • Lo scandalo «Swiss Leaks» – Nel febbraio 2015 lo ICIJ ha divulgato l’esistenza di numerosi conti segreti in Svizzera, depositati presso la Hsbc Private Bank di Ginevra – una sussidiaria svizzera della britannica Hsbc Holdings plc. In totale il Consorzio ha quantificato un’evasione fiscale pari a circa 180 miliardi di euro. Lo scandalo battezzato «Swiss Leaks» nasce dall’analisi dei dati sottratti da Hervé Falciani – l’informatico ex dipendente dell’istituto bancario –, colui che tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 consegnò la celeberrima “lista Falciani” alle autorità francesi. Quest’ultima è costituita da 81.458 conti aperti tra il 1988 e il 2007, da 106.458 clienti – di cui circa 7.500 italiani – provenienti da tutto il mondo.
    La portavoce della Commissione europea Vanessa Mock, così commentò il fatto: «Queste rivelazioni […] confermano che il segreto bancario è stato usato per eludere il fisco». Del segreto bancario svizzero non hanno approfittato solo “evasori classici”, ma anche “loschi faccendieri”. Si tratta di soggetti coinvolti nel traffico deiblood diamonds” e delle armi, finanziatori sauditi vicini ad Al Qaeda e molti “simpatizzanti” di dittature e regimi. Personaggi come Frantz Merceron – primo collaboratore dell’ex dittatore haitiano Jean-Claude “Baby Doc” Duvalier –, Rachid Mohamed Rachid – ministro del Commercio con l’estero e dell’Industria, fuggito dall’Egitto durante la rivolta contro Hosni Mubarak –, Rami Makhlouf – cugino del Presidente siriano Bashar al-Assad –, Selim Alguadis – il turco che avrebbe fornito a Mu’ammar Gheddafi sostegno per la produzione di armi nucleari.
    A completamento dell’opera si annoverano i finanziatori di Bill Clinton, Mitt Romney e Rudy Giuliani.

Foto: International Monetary Fund

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