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L’Egitto e la sua (in)sicurezza

In 3 sorsi  In Egitto si è conclusa questa settimana la prima fase delle elezioni presidenziali che dovrebbero ridare una connotazione più democratica alla struttura politica egiziana. Ma come arriva l’Egitto a queste elezioni e quali sono le questioni principali che il Paese deve affrontare? A quanto pare il focus sulla sicurezza sembra essere la via scelta dalla leadership egiziana per affrontare queste sfide, ma non è detto che sia la via migliore

1. POSIZIONE STRATEGICA – Un importante vuoto strategico si è formato in Medio Oriente da quando Mubarak è stato allontanato dagli incarichi ufficiali di governo. Il Presidente-generale Al-Sisi sembra voler cominciare a riempire timidamente quello spazio consolidando la propria posizione e allargando il proprio consenso in un contesto internazionale che, sicuramente, non nasconde di aver estremo bisogno di un Egitto stabile e collaborativo, soprattutto per quanto riguarda la risoluzione delle problematiche che affliggono aree di instabilità matura quali Siria e Libia. Il mantra di Al-Sisi in questo senso è mantenere la sua posizione cooperativa all’interno del contesto mediorientale e soprattutto, in Nord Africa. Gli interessi della leadership egiziana sembrano essere, non a caso, in sintonia con i bisogni della comunità internazionale, che si sta affidando a qualsiasi attore statale capace di mantenere una certa stabilità interna con la speranza di poterla diffondere anche al di fuori dei suoi confini. Infatti Al Sisi si sta preoccupando di fare tutti i “compiti a casa” per ingraziarsi la comunità internazionale e soprattutto per ottenere, in cambio, una certa indipendenza nella gestione degli affari interni. L’importanza data alla sicurezza è un elemento che gioca a favore della leadership egiziana la quale, conscia della propria precarietà, cerca in ogni modo di consolidarsi agli occhi delle potenze internazionali e agli occhi dell’elettorato egiziano che, nel 2011, è già riuscito in pochi giorni a far cadere un regime pluridecennale. Le elezioni presidenziali prima, e quelle parlamentari che si concluderanno a Dicembre, sembrano essere solo un mero strumento nelle mani del Governo per stendere un velo di democrazia su di una situazione che è, senza dubbio, lontana dall’essere come i manifestanti di piazza Tahrir se l’erano prefigurata.

Fig. 1 – Al-Sisi riuscirà a conservare il suo “posto al sole”?

2. ELEZIONI PARLAMENTARI – Per l’appunto, le elezioni parlamentari stanno seguendo la falsariga di quelle presidenziali, ovvero poca scelta e scarsissima affluenza. Come pronosticato, la vincitrice della prima fase è la coalizione “In amore dell’Egitto” – un insieme di partiti pro-Al Sisi -, ma a preoccupare sono i dati sull’affluenza. Nel primo turno di questa fase, infatti, ha votato solo il 26,56% degli aventi diritto, e nel secondo turno il 21,7%, dati che rispecchiano la diffusa disaffezione per la politica di molti egiziani e la protesta degli esclusi. D’altronde la legge elettorale vigente in Egitto limita le possibilità dei partiti (in particolare quelli di opposizione), poiché la maggior parte degli eletti deve essere indipendente – cosa che, secondo molti osservatori, rischia di portare in parlamento molte personalità apparentemente indipendenti, ma in realtà probabilmente legate al regime. Con questa legge elettorale, infatti, si permetterà a tante personalità legate al regime di Mubarak di tornare sulla scena politica e di riottenere uno scranno o, comunque, si darà voce solo alle coalizioni vicine al regime. I grandi assenti sono principalmente due: i Fratelli Musulmani, banditi dal regime con l’accusa di terrorismo, e i giovani imprigionati dalla legge contro le proteste che non riescono, sia per difficoltà interne che per gli ostacoli imposti dal regime, a creare un soggetto politico capace di erodere consenso al regime. Escludere queste due componenti dalla vita politica e sociale è la chiave attraverso cui Al-Sisi può ottenere un maggior controllo sul Paese e consolidare il proprio consenso. Le parole del protagonista del film-documentario The Square lasciano intendere che qualcosa in Egitto si è risvegliato nel 2011 e che nessun “neo-faraone” riuscirà a mantenere facilmente il potere nelle proprie mani, anche a causa della difficoltà di risolvere in tempi relativamente brevi gli enormi problemi sociali ed economici che affliggono il Paese. Il problema è che la comunità internazionale non si augura per nulla una nuova “primavera” egiziana, o almeno non nell’immediato, e gli interessi che gravitano sull’Egitto rendono ogni possibile cambiamento altamente rischioso soprattutto agli occhi di diversi attori dello scenario internazionale – primi fra tutti gli Stati Uniti, che riversano nelle casse egiziane una quantità enorme di dollari.

Fig. 2 – L’economia egiziana è in cerca di stabilità

3. SITUAZIONE ECONOMICA  –  Senza dubbio lo schianto dell’airbus russo nel Sinai non è un elemento positivo per il turismo egiziano, settore che non si è ancora ripreso dalla crisi post-rivoluzionaria malgrado le ripetute rassicurazioni governative e la forte spinta verso una maggiore securitization. Una nuova campagna pubblicitaria è pronta per essere diffusa sui media occidentali, ma la situazione in Sinai non è rassicurante. Fortunatamente per Al-Sisi la scoperta del giacimento nel Mediterraneo da parte di ENI è arrivata prima della tornata elettorale, fornendogli un asset fondamentale, non solo retorico, per guadagnare consenso interno e internazionale. Il giacimento di gas, a quanto dicono le stime, potrà contribuire per decenni all’economia egiziana, rendendo il Paese meno dipendente dal punto di vista energetico. Gli investimenti potranno essere indirizzati in altri settori o in altri progetti e, a seconda di quanto saranno mirati e strategici questi ultimi, si potrà analizzare e soppesare l’utilità di tale scoperta. A proposito di investimenti, uno che sembra aver deluso le aspettative è l’allargamento del Canale di Suez, un progetto che era stato definito dal rais egiziano come un dono dell’Egitto al mondo. Le previsioni di raddoppiare e velocizzare i transiti per ora non sembrano azzeccate. Forse è ancora presto per poter analizzare i benefici che questa grande opera porterà all’Egitto sul lungo periodo, ma i dati diffusi dall’autorità che gestisce il Canale ci dicono che il traffico del mese di settembre è diminuito rispetto ad agosto, con una conseguente perdita economica, un dato che ha insinuato il dubbio riguardo alle sue potenzialità e alla sua importanza geoeconomica. Infine non si può non considerare il peso che hanno gli investimenti diretti esteri, i quali sono ancora decisivi per l’economia egiziana e, assieme all’aumento dell’emissione di debito pubblico – che ha raggiunto il picco più alto dal 2002 proprio in luglio -, rimangono tra i fattori che contribuiscono significativamente alla stabilità economica del Paese.

Federico Zenari

Un chicco in più

La legge elettorale in Egitto prevede, per quanto riguarda il Parlamento, l’elezione diretta di 568 candidati, cui se ne aggiungono 28 scelti dal Presidente. Dei 568, 448 sono eletti attraverso il sistema maggioritario a doppio turno in 205 collegi elettorali (da 1 a 4 seggi ciascuno), mentre i restanti 120 scranni vengono conquistati dalla lista partitica che ottiene il maggior numero di voti in 4 collegi elettorali (2 da 15 seggi, 2 da 45 seggi).
La scarsa affluenza alle urne è un dato imbarazzante per il Governo, tanto che i media, in occasione delle scene girate al Cairo con il famoso attore hollywoodiano Morgan Freeman, cercavano di convincere la gente ad andare ad assistere alle riprese e intanto, visto che erano già per strada, approfittare del momento per fare un “salto” a votare.

Foto: Kodak Agfa

 

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