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Brasile, scandali e recessione

A un anno di distanza dalle ultime elezioni presidenziali, che hanno confermato Dilma Rousseff al fotofinish sul suo diretto avversario, Aécio Neves, il quadro sociale ed economico brasiliano sembra peggiorare. Le manifestazioni di agosto contro il Governo hanno portato in piazza solo a Rio oltre centomila persone, soprattutto parte del ceto medio e medio-alto. La corruzione, che coinvolge anche il Pt (Partito dei lavoratori) e gruppi imprenditoriali legati alla politica, appare in costante aumento. Lo scandalo Petrobras non è servito da lezione alla classe dirigente, che continua nei fatti a rinnegare la retorica delle sue dichiarazioni.

LO SCANDALO PETROBRAS… – Mensalão è il codice usato da Aécio Neves, e dai giornali a lui connessi – Veja e Folha -, per definire la tangente mensile che membri del Congresso, legati al Partido dos Trabalhadores, avrebbero intascato dal 2005 tramite il riciclaggio di denaro avallato da Petrobras, colosso di Stato del petrolio, ai fini di supportare con i propri voti il Governo al Congresso. Una mazzetta succosa, secondo Paulo Costa, ex dirigente e testimone-chiave, pari al 3% dell’intero volume d’affari dei contratti energetici.
Se da una parte Lula è uscito incolume dall’inchiesta, 40 politici sono stati coinvolti – ministri, governatori di Stati federati, senatori e congressisti – alcuni dei quali già dietro le sbarre. Alle presidenziali, i socialdemocratici di Neves rischiarono di farcela, e il Pt vinse con scarto minimo.
La perdita di denaro pubblico causata dallo schema di corruzione è stata di recente quantificata in circa 33 miliardi di reais (circa 8.5 miliardi di euro). Il capitolo più infamante è costituito dall’acquisizione della raffineria americana Pasadena per un miliardo netto di dollari, quando solo pochi anni prima una compagnia belga la pagò 50 milioni di dollari USA. L’operazione fu avallata dalla stessa Dilma Rousseff, contemporaneamente Presidente del Brasile e del direttorio Petrobras.

Fig. 1 – Dilma Rousseff sta rischiando seriamente in questi giorni di essere sottoposta ad una procedura di impeachment

…MA NON SOLO  Il sistema Lava-Jato (autolavaggio) sta partorendo un altro scandalo, quello della diga Belo Monte, in corso di realizzazione nel cuore dell’Amazzonia, sul corso del fiume Xingu; un mega impianto, il secondo nel Paese, dopo Itaipu, al confine tra Brasile e Paraguay. Un progetto caldeggiato dalla giunta militare nel 1975, che ha subito nel corso della sua storia varie interruzioni dovute all’opposizione degli indigeni e al ritiro del precedente consorzio.
Nel 2012 la Corte Suprema ha dichiarato illegittime le proteste indigene (non avendo il Governo l’obbligo di chiedere il parere delle etnie residenti riguardo costruzione del sito) e, di conseguenza, ha ordinato il ripristino dei lavori. L’agenzia brasiliana per l’ambiente Ibama ha valutato che il possibile impatto ambientale creato dalla diga, dovuto all’emissione di metano per il deterioramento della foresta pluviale, sarà peggiore dell’inquinamento causato da un impianto a base di energia fossile, e che la deviazione del fiume causata dai canali artificiali potrebbe ridurre dell’80% il flusso idrico necessario alle popolazioni residenti. Come se non bastasse, si aggiungono l’occupazione illegale del territorio da parte della forza lavoro emigrata, la rimozione forzata delle etnie più vicine al sito, la cancellazione di specie animali endemiche, la mutazione dell’orografia e gli allagamenti permanenti su aree abitate.
Secondo la scrittrice d’inchiesta Eliane Brum e alcuni portali indipendenti (la grande stampa, come al solito, minimizza la questione) ottomila famiglie, circa 40.000 persone, sarebbero già sfollate sotto costrizione. Le compensazioni ricevute dai villaggi evacuati in due anni sono ridicole: migliaia di residenti si son dovuti spartire 30.000 reais mensili, meno di 8.000 euro. Una beffa che va aggiunta al danno cagionato dagli svariati omicidi e dalle intimidazioni perpetrati da Esercito e segurança privata del consorzio di costruzione.
Nel corso dell’inchiesta anti-corruzione è già stata accertata la tangente di 20 milioni di reais (equivalenti a oltre 5 milioni di euro) versata da una delle imprese, la Camargo Corrêa al Pmdb (Partido do Movimento Democrático Brasileiro).
Una goccia nel fiume, metafora calzante. Si stima che siano stati stanziati 33 miliardi di reais per finanziare le imprese incaricate dei lavori che, sommati a quelli dello scandalo Petrobas, fanno 66 miliardi di reais – circa 17 miliardi di euro. Denaro pubblico sottratto alla Banca per lo Sviluppo Economico e Sociale e che, in origine, avrebbe dovuto finanziare infrastrutture, scuole e ospedali, da sempre carenti.
La tragedia del mese scorso, relativa al crollo delle due dighe nello Stato di Minas Gerais – di proprietà della Samarco Mineraçao, consociata multinazionale Vale – ha prodotto una catastrofe ecologica che probabilmente rimarrà nella storia del Sud-America come la più grave del dopoguerra. Cinquanta milioni di fanghi e liquami tossici (un cocktail letale di mercurio, ferro e alluminio) si sono riversati dal Rio Doce fino alla foce dell’Oceano Atlantico, lasciando 250.000 persone senza acqua potabile.
La Vale ha finanziato in maniera bi-partisan, durante le ultime presidenziali, i maggiori partiti politici. Una triste analogia con la Ilva di Taranto, dei fratelli Riva, che fin dal 1995 foraggiò partiti, sindacati e stampa locale, ottenendo il silenzio, squarciato solo dall’emergenza sanitaria degli ultimi anni.

Fig. 2 – Tempi duri per l’economia brasiliana e la sua valuta, il real

UNA SITUAZIONE SEMPRE PIÙ GRAVE  Intanto la situazione economica in Brasile sta peggiorando sempre più. Il PIL nel terzo trimestre è crollato del 4,5%, ed è molto probabile che il 2015 si riveli l’anno peggiore da vent’anni a questa parte. Il real sta perdendo costantemente valore nei confronti di dollaro ed euro (4,12  real per un euro a ieri) mentre la disoccupazione è salita all’8%. Uno scenario davvero preoccupante in vista delle Olimpiadi di Rio de Janeiro, evento mondiale al quale il Brasile si presenta non nelle condizioni ottimali. Inoltre, all’instabilità economica potrebbe affiancarsi quella politica: Dilma Rouseff potrebbe essere infatti sottoposta presto ad una procedura di impeachment da parte del Congresso. La motivazione ufficiale è la violazione della legge sul budget nazionale, ma la finalità è chiaramente politica da parte dell’opposizione. Servirà comunque una maggioranza qualificata, non semplice da raggiungere. È però un fatto il calo vertiginoso della popolarità di Dilma presso l’opinione pubblica, calata al di sotto del 10%.

Flavio Bacchetta

Una versione simile di questo articolo è stata pubblicata originariamente su “Il Fatto Quotidiano”.  L’immagine di copertina è dell’autore. 

Un chicco in più

Sarebbe superficiale attribuire alla Rousseff la responsabilità unica del regresso brasiliano. Relativamente  agli scandali, quasi tutti i partiti sono coinvolti. Anche se Aécio Neves, leader social-democratico, chiama fuori il suo, il PSDB è comunque responsabile di aver promosso un liberismo incontrollato e la privatizzazione di servizi pubblici, sanità e scuola, oggi in mano alle finanziarie che controllano cliniche e scuole private. Con la morte di Eduardo Campos, i socialisti di Marina Silva hanno preso in mano le redini del populismo, cercando di ottenere consensi in tutti i settori sociali. Il loro fallimento alle presidenziali del 2014 ha sancito la fine di questa linea politica. Il ritorno degli orrori polizieschi, tinge il quadro generale di tinte fosche.

 

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