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La Cina, l’India e la crisi del Nepal

Stremato dal blocco economico imposto dalla vicina India, il Nepal guarda sempre più alla Cina come un possibile partner alternativo per il proprio sviluppo energetico e commerciale, abbandonando le tradizionali affinità diplomatiche e culturali con New Delhi. Una tendenza che Pechino sembra intenzionata a sfruttare con cautela anche per evidenti difficoltà tecniche, ma che rappresenta comunque una sconfitta bruciante per il Governo indiano e per le sue ambiziose politiche di egemonia regionale in Asia meridionale.

INTESA ENERGETICA – Il 28 ottobre scorso una delegazione della Nepal Oil Corp. (NOC), accompagnata da rappresentanti diplomatici del Governo di Katmandu, si è recata a Pechino per firmare un importante accordo commerciale con PetroChina Company Ltd., gigante petrolifero dell’Asia orientale. Appoggiato con discrezione dal Ministero degli Esteri cinese, l’accordo prevede forniture regolari di benzina, diesel e gas da cucina per i prossimi anni, coprendo circa un terzo del fabbisogno energetico nepalese. Prezzi, tempistiche e dettagli tecnici di tali forniture sono ancora da stabilire, ma PetroChina ha assicurato le prime consegne a partire da fine novembre, venendo incontro alle pressanti richieste dei propri interlocutori nepalesi, preoccupati dai pesanti effetti del recente blocco economico indiano sulla vita dei propri cittadini. Nel frattempo il Governo cinese ha promesso di fornire, entro fine anno, oltre un milione di litri di benzina per allentare il rigido razionamento di carburante imposto dalle autorità di Katmandu dall’inizio del blocco indiano, e ha già inviato una quarantina di autocisterne attraverso il posto di frontiera di Kerung per venire incontro alle necessità immediate delle località nepalesi più colpite dall’attuale crisi energetica.

Fig. 1 – Uno dei team di soccorso inviati dalla Cina in Nepal per aiutare le vittime del devastante terremoto dell’aprile scorso

DIFFICOLTÀ TECNICHE – A metà novembre un’altra delegazione della NOC si è recata in Cina per cominciare il negoziato sui dettagli tecnici e logistici della partnership con PetroChina, ventilando anche la possibilità di costruire una rete di distribuzione permanente di gas cinese in Nepal. Nei colloqui si è anche parlato di spostare il traffico di autocisterne da Kerung a Tatopani, snodo importante sull’Autostrada dell’Amicizia che collega Lhasa con Kodari. Ma parte dell’Autostrada verso Tatopani è ancora in fase di costruzione e un buon tratto del confine sino-nepalese nell’area resta inaccessibile a causa del devastante terremoto dell’aprile scorso, che ha distrutto o bloccato numerose strade e passi di montagna. L’Esercito cinese e quello nepalese stanno lavorando da mesi per ripristinare tali vie di comunicazione, ma finora sono riusciti a sgombrare solo una piccola parte dei detriti provocati dal sisma, e il prossimo arrivo dell’inverno promette di rendere ancora più difficile il loro operato, rallentando ulteriormente il vitale flusso di autocisterne cinesi verso il Nepal. Nonostante le difficoltà tecniche, l’intesa tra NOC e PetroChina resta comunque storica perché infrange il tradizionale monopolio dell’India sulle forniture energetiche nepalesi, emancipando parzialmente Katmandu dalla pesante influenza politico-economica di New Delhi. E rappresenta il successo più significativo della recente offensiva diplomatica e commerciale di Pechino per portare il Nepal all’interno della propria sfera d’influenza regionale sull’Himalaya, dando maggiore stabilità e sicurezza al proprio controverso confine con la Repubblica indiana.

CINA IN ASCESA – Sono anni che la Cina cerca infatti di stringere rapporti stretti con Katmandu, scalzando la tradizionale posizione di forza dell’India in Nepal. Pechino ha stabilito cordiali relazioni diplomatiche con il piccolo Stato himalayano sin dal 1955, e il Governo nepalese importa regolarmente dagli anni Ottanta considerevoli quantitativi di armi dalla Cina nel tentativo di diminuire la propria dipendenza militare da New Delhi. Nel 2007 le autorità cinesi hanno anche iniziato la costruzione di una linea ferroviaria lunga 770 chilometri tra Lhasa e Tatopani, progetto favorito dagli ex ribelli maoisti ora pacificamente reinseriti nel quadro politico nepalese, e stanno spingendo per espandere i propri investimenti economici in Nepal sia nel settore delle telecomunicazioni che in quello dell’energia idroelettrica. Una vera e propria accelerazione nelle relazioni tra i due Paesi si è registrata però solo quest’anno, con la firma di un importante accordo commerciale bilaterale e le solenni celebrazioni per il sessantesimo anniversario del riconoscimento diplomatico della Cina popolare da parte del Nepal. In uno scambio di lettere ufficiali con Xi Jinping e il Premier Li Keqiang, il Governo nepalese ha infatti confermato i suoi sentimenti di amicizia verso Pechino, visto come un “vicino ideale” per Katmandu, e la sua fedeltà alla politica di “una sola Cina” perseguita dalla dirigenza comunista cinese, escludendo qualsiasi futura apertura di relazioni  diplomatiche con Taiwan. Una posizione forte che ha trovato poi concreta applicazione nel rifiuto delle autorità nepalesi di ricevere aiuti umanitari da Taipei durante l’emergenza terremoto della scorsa primavera, a dispetto della situazione disperata di decine di migliaia di sfollati nelle valli montane del piccolo Paese himalayano. Al contrario, i soccorsi inviati da Pechino (oltre 100 persone tra medici e soldati) sono stati accolti con grande apprezzamento dal Governo nepalese e hanno contribuito a cementare un’immagine estremamente positiva della Cina popolare nell’opinione pubblica locale, preparando il terreno alla firma dello storico accordo petrolifero di fine ottobre.

Fig. 2 – Una famiglia nepalese acquista legname per riscaldare la propria casa, priva di gas dall’inizio del blocco commerciale indiano nell’agosto scorso

PUNTO DI ROTTURA – Tale accordo non sarebbe però stato possibile senza il rapido deteriorarsi delle relazioni tra Nepal e India, provocato dalle accese proteste della minoranza madhesi contro il nuovo testo costituzionale approvato dal Parlamento di Katmandu lo scorso settembre. La decisione dell’India di imporre un vero e proprio blocco del traffico frontaliero con il Nepal, nella speranza di costringere il Governo di Katmandu ad accogliere le rivendicazioni costituzionali dei madhesi, ha infatti peggiorato la situazione materiale della popolazione nepalese, ancora reduce dal terremoto di sei mesi fa, e ha scatenato sentimenti di profonda ostilità verso il Governo di Narendra Modi, accusato di violare il diritto internazionale e di non rispettare la sovranità politica nepalese. Nonostante i recenti sforzi diplomatici del nuovo ministro degli Esteri Kamal Thapa, la situazione non sembra essersi affatto sbloccata, e la popolarità dell’India in Nepal è ai minimi storici, con influenti personalità pubbliche, come il costituzionalista Bipin Adhikari, che sostengono apertamente la stipulazione di un’alleanza formale con la Cina come ritorsione per il comportamento “criminale” di New Delhi. L’atteggiamento reticente e ambiguo del Governo indiano nei confronti delle proteste nepalesi non ha fatto altro che peggiorare le cose, bloccando di fatto un pacifico percorso di revisione costituzionale a Katmandu. Le principali forze politiche nepalesi non sono infatti pregiudizialmente ostili alle rivendicazioni dei madhesi e delle altre minoranze etniche del sud del Paese, ma rifiutano di aprire un negoziato formale con tali minoranze perché costrette da uno Stato straniero, rivendicando furiosamente la propria indipendenza nazionale. Il risultato è un lungo ed estenuante stallo istituzionale aggravato dalle restrizioni economiche provocate dal blocco indiano e dalle violente agitazioni dei madhesi nel distretto di Terai, che hanno causato sinora la morte di oltre 50 persone e l’interruzione a tempo indeterminato di molti servizi pubblici essenziali nelle regioni meridionali del Nepal.

Fig. 3 – Manifestazione di protesta di attivisti madhesi per le strade di Katmandu (settembre 2015)

EMERGENZA UMANITARIA – A questa situazione già difficile si somma poi l’emergenza umanitaria provocata dal sisma di aprile, ancora irrisolta in molte aree del Paese e significativamente peggiorata dalla penuria di merci e carburante causata dal blocco indiano. La ONG britannica Oxfam, per esempio, ha recentemente dichiarato che il suo programma di assistenza alle vittime del terremoto è a rischio sospensione per via della mancanza di sufficiente benzina per distribuire generi di prima necessità in molti villaggi ancora isolati sull’Himalaya. Gli ospedali di Katmandu sono quasi al collasso e non sono in grado di fornire assistenza medica regolare ai terremotati. E anche diversi programmi ufficiali delle Nazioni Unite nel Paese sono fermi, incluso quello di assistenza ai rifugiati Rohingya e Hazara residenti nell’area metropolitana di Katmandu, che si sono visti ridurre all’improvviso i sussidi mensili del 25% e che devono far fronte a prezzi di mercato per l’acquisto di cibo e medicine più che triplicati rispetto al periodo pre-blocco. Il Governo di Katmandu sta anche organizzando la risistemazione di centomila profughi bhutanesi in diversi Paesi occidentali perché impossibilitato ad assisterli sia logisticamente che finanziariamente. Allarmato da questi sviluppi, il Segretario Generale dell’ONU Ban ki-moon ha espresso sincera preoccupazione per il deteriorarsi della situazione in Nepal e ha chiesto l’immediata cessazione del blocco indiano e il ripristino della normale libera circolazione attraverso il confine indo-nepalese.

SPIRAGLI E CHIUSURE – Pressata su più fronti e parzialmente conscia del fallimento della propria strategia coercitiva verso Katmandu, l’India ha allentato leggermente il blocco della propria frontiera con il Nepal nelle ultime settimane, consentendo il passaggio di alcune centinaia di camion e autocisterne attraverso alcuni valichi secondari. Ma il Governo Modi non sembra affatto intenzionato ad abbandonare le sue richieste per una vasta revisione della Costituzione nepalese a favore dei madhesi, incolpando il Nepal per la crisi della sicurezza nel Terai e rifiutando di prendere misure più incisive a sostegno della popolazione civile colpita dagli effetti del blocco. A queste pretese ha risposto duramente il Premier nepalese K. P. Sharma Oli, che in lungo discorso alla nazione ha accusato l’India di aver violato i principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite e di compromettere le “vecchie relazioni amichevoli” tra i due Paesi, spingendo Katmandu a rivedere drasticamente la propria politica estera. In tal senso, Oli ha lodato a più riprese la Cina per aver fornito assistenza al Nepal “in questo difficile momento di crisi” e ha promesso di espandere “in modo tempestivo” le relazioni commerciali con Pechino, provocando reazioni indignate a New Delhi e aprendo una nuova, pericolosa fase nella lunga contesa indo-cinese per il controllo dell’Himalaya.

Fig. 4 – Uno sbiadito ricordo: la cordiale visita di Narendra Modi in Nepal dell’agosto 2014

Simone Pelizza

Un chicco in più

A differenza di quella indiana, la nuova Costituzione nepalese riconosce i diritti delle persone omosessuali e tutela quelli delle donne nelle questioni patrimoniali. Il testo costituzionale abolisce anche la pena di morte, seguendo l’esempio del vicino Bhutan, che ha adottato una simile risoluzione nel 2008. 

Foto: SPakhrin

2 comments
InsalatinaMista
InsalatinaMista

@CafeGeopolitico Il Drago, rispolvera la sua cultura politica millenaria e si muove con "voce suadente" e "passo felpato".Ma sempre Drago é.

InsalatinaMista
InsalatinaMista

@CafeGeopolitico Un po' come suo glaciale vicino,che è stato in letargo questi anni come imponente bianco peluche. Ma sempre orso polare è.