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USA: il dibattito del Grand Old Party

In 3 sorsi – La sera del 28 ottobre, una settimana dopo il dibattito del Partito Democratico statunitense, si è svolto – in diretta televisiva sulla Cnbc – il terzo dibattito dei repubblicani, organizzato dall’Università del Colorado, a Boulder. Analizziamo in tre sorsi chi sono stati i protagonisti, quali sono stati i temi centrali affrontati e le differenze cruciali con il dibattito dei “lefties”.

1. I PROTAGONISTI – I candidati presenti al dibattito erano dieci. I più conosciuti sono ovviamente Donald Trump e Ben Carson, oltre all’ex governatore della Florida Jeb Bush, figlio e fratello “d’arte”. Trump è il magnate del mattone statunitense. Fino ad ora in cima alla lista delle preferenze dell’elettorato, giudicato sottotono durante il dibattito dai media americani. Carson, neurochirurgo afroamericano, l’ha quindi sorpassato nei sondaggi, ma anche la sua performance non è stata apprezzata dal pubblico. Jeb Bush, invece, non ha brillato per capacità retoriche ed è stato messo in crisi specialmente dalle domande dei moderatori inerenti all’economia. Protagonisti anche il governatore dell’Ohio John Kasich, il governatore del New Jersey Chris Christie, il senatore texano Ted Cruz, Carly Fiorina (ex CEO della HP), il governatore del Wisconsin Scott Walker e Rand Paul, senatore del Kentucky. Emerge fuori dal gruppo il senatore Marco Rubio, il più apprezzato tra i suoi colleghi dal pubblico statunitense. Una squadra decisamente più numerosa di quella dei democratici, con punti di vista personali molteplici e molto diversi tra loro. I moderatori della serata sono stati John Harwood, corrispondente capo della redazione di Washington, Becky Quick, una dei conduttori di “Squawk Box” (programma incentrato su Wall Street), e Carl Quintanilla, ex-conduttore dello stesso programma. I giornalisti sono stati però criticati e accusati di essersi dimostrati troppo poco imparziali, e perfino il Presidente del Comitato Nazionale Repubblicano Reince Priebus ha deriso i moderatori e le loro domande. I giornalisti, inoltre, introducendo gli argomenti del dibattito prima del suo inizio, hanno provocato un ritardo di quindici minuti, e ciò non è stato apprezzato né dai candidati né dal pubblico.

Fig. 1 – I candidati Ben Carson, Scott Walker e Donald Trump (in primo piano) durante il primo dibattito, 6 agosto 2015

2. GLI ARGOMENTI – Sembra che il filo conduttore del dibattito siano state le invettive contro Hillary Clinton. L’ex-Segretario di Stato è stata accusata da Rubio di essere una bugiarda che gode del favore dei media, mentre Fiorina – anch’essa l’unica donna tra i candidati del suo partito – afferma di essere «il peggiore incubo di Hillary». Rubio ha invece attaccato direttamente Clinton sul caso dell’attacco al consolato di Bengasi, ma la risposta di quest’ultima non si è fatta però attendere: con un tweet Clinton ha ribattuto come sia chiaro che gli Stati Uniti non si possano permettere di avere un Presidente Repubblicano. Si è parlato molto anche di immigrazione: Trump ha ribadito il suo progetto di espellere tutti i rifugiati siriani e milioni di stranieri che risiedono nel Paese illegalmente e di costruire un muro tra Messico e Stati Uniti per scoraggiare l’immigrazione. Sono stati affrontati temi economici, finanziari, il taglio delle pensioni e dell’assistenza sanitaria e l’occupazione. I candidati, però, non sembravano particolarmente preparati. Quando Carson è stato contestato sulla sua proposta di imporre un’aliquota unica al 15% per le tasse, per esempio, la risposta è stata confusionaria e non convincente, caratteristiche che, durante il dibattito, hanno preso il sopravvento.

Fig. 2 – Marco Rubio il giorno dell’annuncio della propria candidatura, aprile 2015  

3. TRA LOTTA INTERNA E POSSESSO DELLE ARMI – La più grande differenza con il dibattito del Partito Democratico sembra essere stata la mancata correttezza. I candidati non hanno perso occasione per insultarsi e criticarsi a vicenda, anche tramite attacchi personali, mentre il dibattito del Lefties si era caratterizzato per la sua sportività, pacatezza e rispetto. Il più criticato è stato Donald Trump, accusato di essere inesperto e non meritevole della Casa Bianca. Fiorina è stata messa in difficoltà dalle accuse di aver avuto un ruolo fondamentale negli scarsi risultati ottenuti a Wall Street quando era CEO della Hewlett-Packard e Rubio è stato accusato di assenteismo al Senato e di illeciti contabili. Anche Jeb Bush è stato criticato, ritenuto colpevole di concentrarsi su temi, come il regolamento sul gioco d’azzardo, non così rilevanti. Insomma, per colmare la loro scarsa preparazione i candidati repubblicani hanno utilizzato attacchi personali e invettive per riempire il tempo a disposizione. L’altra grande differenza riscontrata rispetto al Partito Democratico è stata il tema del possesso delle armi, un argomento su cui le due fazioni sono da sempre in disaccordo. Trump ha affermato che non avrebbe niente in contrario se i suoi dipendenti andassero al lavoro armati, dicendo che lui stesso possiede un’arma che porta con sé in svariate occasioni. L’imprenditore critica anche le “gun-free zones” negli spazi pubblici, un’affermazione fatta nell’auditorium dell’Università del Colorado, dove a tutti gli studenti e professori è permesso girare con armi. Idee sicuramente distanti da quelle dei Democratici, i cui candidati sembrano per ora in vantaggio in quanto a correttezza, preparazione e favore dell’elettorato.

Giulia Mizzon

Un chicco in più

Il prossimo dibattito del Partito Repubblicano sarà il 10/11/15.

Potete rivedere qui il video del secondo dibattito tra i candidati Repubblicani.

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