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Inondazioni in Myanmar: perché il Governo ha rifiutato gli aiuti internazionali?

Le mezze stagioni non esistono in Myanmar. Al susseguirsi di estati secche e inverni dolci si frappone la stagione dei monsoni di sud-ovest, in cui le forti piogge costituiscono un evento tutt’altro che sporadico. Eppure alcuni anni i monsoni colpiscono più duramente, costringendo il Paese ad affrontare vere e proprie emergenze ambientali ed umanitarie. È stato questo il caso del ciclone Nargis del 2008 e delle alluvioni dell’estate 2015, due eventi segnati da diverse risposte politiche e sociali, che offrono spunti per leggere una crescente apertura del Paese.

IN CATTIVE ACQUE – Lo scorso 20 agosto il Ministero della Previdenza Sociale, del Soccorso e del Ricollocamento ha dichiarato che le alluvioni dei precedenti due mesi avevano duramente colpito 1,6 milioni di abitanti in 12 dei 14 Stati del Paese. Tra le aree maggiormente danneggiate, le regioni di Magwe, Sagaing e dell’Ayeyarwady così come gli stati Chin e Rakhine. Si stima che i morti superino il centinaio e che oltre 385.000 famiglie siano state costrette a fuggire dalle proprie case, aggiungendo ulteriori tensioni in aree dove la convivenza tra le diverse etnie era già difficoltosa. Con oltre 1,4 milioni di acri di terreni destinati alle coltivazioni devastati, le conseguenze dell’inondazione sull’economia prevalentemente  agricola del Myanmar non sembrano finire quando le acque si ritirano. Assistenza sanitaria, medicinali, macchinari agricoli e sementi: sono solo alcuni degli elementi necessari per ricostruire un’economia rurale costretta in ginocchio in gran parte del Paese. Per mobilitare le risorse richieste per rispondere all’emergenza, il Myanmar si è messo in gioco sia internamente che internazionalmente, rispondendo alla crisi in modi che all’epoca del ciclone Nargis del 2008 erano inimmaginabili.

IL CAPITALE SOCIALE – In un villaggio sulle montagne dello stato Shan, il capo della comunità apre un libro sul quale sono riportati accuratamente un nome e una cifra, 5000 Kyats – poco più di 3 euro. L’offerta è stata raccolta in giornata; ad essa seguiranno quelle degli altri membri del villaggio e, alla fine della settimana, la somma sarà destinata alle comunità scosse dall’emergenza. Per le strade della vecchia capitale Yangon, gruppi di giovani volontari organizzati in ONG locali marciano per raccogliere donazioni tra le auto ferme nel traffico, tra le bancarelle del mercato e di fronte al municipio. Per quanto diverse, le varie ONG sono accomunate da una parola d’ordine: #saveMyanmar. Comparsa al fianco dei tradizionali mezzi di raccolta fondi nelle campagne, la dimensione digitale che il fundraising ha assunto è certamente un elemento distintivo rispetto alla crisi del ciclone Nargis del 2008. Grazie alla maggiore diffusione di internet e al coinvolgimento dei membri della diaspora birmana, è stata lanciata una vera e propria campagna mediatica per mezzo delle piattaforme social con l’obiettivo di raccogliere donazioni su piattaforme di crowdfunding, sia a livello locale che internazionale. Twitter è servito come cassa di risonanza alle richieste di aiuto quali #saveMyanmar, #supportMyanmar e #prayforMyanmar; mentre Facebook è stato utilizzato da 103 su 138 dei gruppi di raccolta fondi registrati dal sito myanmarflood.info per sensibilizzare e dare visibilità alle attività delle stesse associazioni. La diffusione di mezzi di informazione alternativi che inducono alla partecipazione sociale testimonia una crescente apertura del governo birmano, almeno in termini di libertà di espressione.

Le foto presenti in questa gallery sono dell’autrice, Ilaria Donà, insieme a Valerio Ghislandi. Cliccate sulla prima per godervi tutta la fotogallery con un formato più grande!

UN’OFFERTA CHE (NON) SI PUÒ RIFIUTARE – A livello politico, maggiore apertura è stata dimostrata direttamente dal Governo che ha riconosciuto lo stato di crisi e richiesto aiuti internazionali per affrontarlo. “Stiamo cooperando e incoraggiando l’assistenza internazionale. Abbiamo cominciato a contattare possibili organizzazioni e paesi donatori”, ha annunciato in relazione alle alluvioni del 2015 Ye Htut, Ministro dell’Informazione e Portavoce del Gabinetto. Gli aiuti non serviranno unicamente a riportare alla normalità ma saranno le basi su cui ricostruire il futuro delle aree danneggiate. Pensare che tale risposta politica fosse scontata è un esercizio di logica lontano dalla storia birmana. Lo sanno bene i 3,4 milioni di persone colpite dal ciclone Nargis del 2008, ai quali i soccorsi internazionali non sono mai arrivati. Sia i rifornimenti che gli operatori umanitari rimasero fuori dal confine birmano: così si compiva la volontà della giunta al potere.

IL CAVALLO DI TROIA DEGLI AIUTI – Rifiutare gli aiuti umanitari è stata una scelta politica, che non ha sottratto il Myanmar alle critiche internazionali. Nel 2008 sul Myanmar gravavano sanzioni economiche. Il regime militare era impopolare, sospettoso. E vulnerabile. Appena un anno prima il paese era stato scosso dalla “Rivoluzione Zafferano” dei monaci buddisti ed era prossimo a redigere una nuova costituzione. Era uno stato in transizione e, come tale, doveva dimostrare la propria legittimità al mondo, specialmente in un momento di crisi. Diversi governi – non esclusivamente autoritari come quello birmano del 2008 – hanno tentennato o rifiutato di aprire le proprie porte a Paesi terzi, pur offrendo questi soccorso alla popolazione in tempi di emergenza. Ne sono a prova le reazioni del Giappone dopo il terremoto di Kobe del 1995 e degli USA a seguito dell’uragano Katrina del 2005. Da un lato, accettare gli aiuti potrebbe compromettere alleanze strategiche o l’immagine nazionale: il primo è il caso del Nepal che, dopo il terremoto dello scorso aprile, ha declinato l’aiuto offerto da Taiwan per non recar danno all’amicizia cinese; il secondo dell’India che in varie occasioni ha rifiutato aiuti internazionali per non vedere scalfito il proprio ruolo di potenza emergente e leader regionale. Dall’altro lato, il timore è che tali interventi possano non essere apolitici bensì costituiscano dei “cavalli di Troia” umanitari e possano rappresentare una minaccia per il Governo o, in generale, essere il preludio di ingerenze economico-politiche. In questo contesto si può leggere il rifiuto birmano degli aiuti umanitari provenienti da Paesi come Francia e Gran Bretagna, con visioni politiche notoriamente distanti da quella della giunta militare che governava il Paese nel 2008.

SEGNI DI TRANSIZIONE POLITICA L’attivismo della società civile e l’incoraggiamento di aiuti umanitari da parte del governo sono due germogli della transizione politica che è in atto nel Paese. Un clima favorevole al loro sviluppo potrà essere creato con le elezioni del nuovo governo, previste per il prossimo 8 novembre. Queste, infatti, saranno le prime elezioni dopo che il Governo civile, installatosi nel 2011, ha posto fine a 50 anni di legge militare. Come primo tentativo democratico, ci si aspetta un ragionevole livello di libertà e trasparenza nel voto. Con l’auspicio che la riconciliazione nazionale sia all’orizzonte.

Ilaria Donà

Un chicco in più

Con un reddito pro capite annuo di $1105, il Myanmar è uno dei paesi più poveri del Sud Est asiatico e dell’area del Pacifico.

Foto: International Organization for Migration

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