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Argentina: Cristina Kirchner lascia un Paese al bivio

Domenica 25 ottobre l’Argentina dovrà eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. La competizione dentro le urne – sostanzialmente una corsa a tre fra Daniel Scioli, Mauricio Macri e Sergio Massa – risentirà in maniera decisiva del decennio precedente, dominato in maniera pressochè incontrastata dai governi peronisti di Néstor Kirchner (2003-2007) e di sua moglie Cristina Fernández (2007-2015). Per tracciare scenari e comprendere le variabili in gioco, non si può prescindere dal ripercorrere quanto accaduto dal 2003 ad oggi.

L’ERA KIRCHNERISTA – Nel 2003 Néstor Kirchner vinse inaspettatamente le elezioni presidenziali, facendo entrare l’Argentina in una fase totalmente nuova. Dieci anni di applicazione rigida delle politiche neo-liberali contenute nel “Washington Consensus” e di una non più sostenibile parità cambiaria tra peso e dollaro statunitense avevano portato l’economia argentina al collasso, manifestatosi fragorosamente con il default sul debito estero nel dicembre 2011 e la pesantissima recessione (-10% del PIL) del 2002. Il governo di Kirchner fu caratterizzato da un’impressionante ripresa economica (il PIL aumentò in media dell’8% annuo tra il 2003 e il 2007), favorita da una svalutazione del 60% della moneta locale e da una congiuntura globale incredibilmente favorevole, nella quale i prezzi delle commodities agricole raggiunsero livelli molto elevati. Le ingenti rendite ottenute dall’esportazione di prodotti come soia e carne consentirono di adottare politiche fiscali espansive, che raggiunsero l’obiettivo di abbattere la povertà nel Paese e ridurre le forti disuguaglianze, ma al contempo instaurarono dinamiche assistenzialiste e clientelari che, nel medio periodo, si sono rivelate un freno allo sviluppo del Paese. Nel contempo, una politica estera caratterizzata da una forte opposizione ideologica ai mercati finanziari internazionali (esemplificata dalla proposta unilaterale di ristrutturazione del debito, con un “haircut” al 30% del valore nominale), da un ritorno al protezionismo anche nei confronti di partner commerciali fondamentali come il confinante Brasile, e dalla formazione di alleanze controverse come quella con il Venezuela chavista, hanno contribuito a mantenere l’Argentina nel “limbo”delle relazioni internazionali. La fine del “super-cycle delle materie prime ha messo a nudo i limiti del modello economico e sociale kirchnerista: l’Argentina è a un passo dalla recessione, con un’inflazione stabilmente in doppia cifra (da anni veleggia al di sopra del 20%, nonostante le statistiche ufficiali si ostinino a fornire cifre ben più rassicuranti) e riserve monetarie quasi esaurite (si presume che siano crollate al di sotto dei 10 miliardi di dollari). Insomma, la situazione che lascia Cristina Kirchner al proprio successore non sembra ottimale: le politiche avallate dalla Presidenta hanno raggiunto l’intento – quasi paradossale – di rafforzare l’Argentina al suo interno (in termini di stabilità politica e istituzionale) ma di indebolirla ulteriormente all’esterno.

Fig. 1 – Néstor e Cristina Kirchner: un sodalizio che ha cambiato l’Argentina

LA PRIORITÀ: RASSICURARE I MERCATI – Chiunque vincerà le prossime elezioni, dunque, non potrà dunque voltare le spalle di fronte all’estrema serietà della situazione economica in cui versa l’Argentina. Nonostante la percezione che vada tutto bene, costruita artificialmente dalla dinamica espansiva della spesa pubblica, la direzione andrà cambiata rapidamente prima che sia troppo tardi. Sono consapevoli di ciò non solo Mauricio Macri e Sergio Massa, candidati di opposizione, ma anche lo stesso Daniel Scioli, che è esponente dell’oficialismo peronista ma è pronto a varare una squadra di governo e un programma che siano in grado di rassicurare i mercati. Del resto, Buenos Aires ha il bisogno primario di essere nuovamente accettata dai mercati finanziari globali, anche perché il fronte bolivarista a cui aveva parzialmente aderito stringendo un’alleanza con Hugo Chávez si sta ormai sfaldando: il Venezuela di Nicolás Maduro è a un passo dal collasso economico e sociale, mentre la Bolivia di Evo Morales ha da tempo intrapreso politiche più sostenibili nel lungo periodo, divenendo un modello di sviluppo virtuoso nel panorama sudamericano.

Paradossalmente, potrebbe proprio essere la continuità con lo status quo  a rendere possibile l’inversione di tendenza. Infatti, una vittoria di Mauricio Macri sarebbe sulla carta una garanzia di cambiamento degli orientamenti politici, ma si dovrebbe scontrare con un sistema istituzionale dove ormai – soprattutto a livello periferico – il kirchnerismo ha piantato radici solidissime. Il clientelismo attuato durante i due mandati di Cristina Fernández, funzionale al consolidamento del consenso e al rafforzamento del potere, ha infatti prodotto un aumento di oltre il 55% dei dipendenti pubblici, che in Argentina ammontano a oltre 3,5 milioni di individui (il 15% della forza lavoro). Macri, la cui forza è rimasta finora confinata alla capitale Buenos Aires, potrebbe dover lottare con una macchina amministrativa ostile e la sua azione potrebbe dunque risultare seriamente limitata.

Fig. 2 – L’economia argentina ha bisogno di cambiare rotta

I VANTAGGI DI SCIOLI – Del resto, a Scioli potrebbe essere sufficiente manovrare la barra del timone con sicurezza e nella giusta direzione senza per questo dover imprimere sterzate troppo brusche. Una politica fiscale più prudente, unitamente a una postura internazionale più conciliante, consentirebbero infatti all’Argentina di tamponare le falle in attesa che la congiuntura internazionale torni ad essere più favorevole. Con il ritorno della crescita e una rinnovata immagine in politica estera, il nuovo Presidente potrebbe riconquistare la credibilità dei mercati internazionali e passare all’incasso godendo di un discreto margine di tranquillità, preservando inoltre la stabilità interna.

L’Argentina si trova oggi ad un punto di svolta, ma paradossalmente il momento di un vero cambiamento potrebbe essere rimandato. Rispetto al 2003, infatti, il contesto è molto diverso: se allora il tracollo economico aveva lasciato solo le macerie del sistema politico, il radicamento che può vantare oggi il kirchnerismo è un elemento fondamentale per la conservazione dell’attuale situazione. In un Paese che sembra proprio non poter fare a meno del peronismo (solo Raúl Alfonsín e Fernando De la Rúa dell’Unión Cívica Radical ci riuscirono nel 1984 e nel 1999) e in cui elaborare politiche di lungo periodo non sembra proprio possibile, il Frente para la Victoria conserverebbe il potere almeno per altri quattro anni e anche l’immagine di Cristina, considerata molto più che un leader carismatico per i suoi seguaci, rimarrebbe definitivamente scolpita nella storia dell’Argentina.

Davide Tentori

Un chicco in più

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su “ISPIonline”. Potete leggere qui il dossier ISPI dedicato alle elezioni argentine.

 

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