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Cina e Iran: un’alleanza storica in continua evoluzione

Fra le civiltà più antiche della Terra, Cina e Iran hanno molti punti di somiglianza. Possono legittimamente dichiarare di essere le due entità statuali continuative più longeve al mondo, e ambedue hanno subito umiliazioni per mano delle potenze coloniali nel XIX e XX secolo, rinascendo poi dalle “ceneri” attraverso rivoluzioni popolari. Infine sono oggi propugnatori di un mondo multipolare, sfidando nei fatti l’egemonia statunitense.

FILO DIRETTO PECHINO-TEHERAN – Tralasciando le relazioni intercorse in epoca antica – l’ultimo principe sassanide sfuggì alla conquista islamica rifugiandosi in Cina – toccherà ricordare come la Repubblica islamica abbia intessuto ottimi rapporti con la Repubblica popolare sin dalla sua nascita. Nel corso della sanguinosa guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta, la Cina fu una delle poche nazioni a rifornire di armi Teheran, equipaggiando al contempo Baghdad – che, peraltro, riceveva aiuti anche dagli Stati Uniti d’America. Nel corso degli anni le relazioni economiche e militari si sono accresciute, portando l’interscambio fra le due nazioni dai 12 miliardi di dollari del 1997 ai 45 miliardi odierni. Grazie alle sanzioni internazionali che hanno “legato le mani” ai Paesi europei, la Cina è diventata inoltre il primo partner commerciale di Teheran a partire dal 2009, comprando dall’Iran circa il 12-14% delle sue importazioni energetiche.

SANZIONI OCCIDENTALI, ALTERNATIVE CINESI – Fino al recente accordo siglato fra Iran e il gruppo 5+1 (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia, Cina, più Germania), la Cina riconosceva l’accusa dell’AIEA secondo la quale Teheran aveva arricchito l’uranio e svolto attività connesse. Tuttavia reputava che l’Iran non avesse la capacità e/o volontà di acquisire armi nucleari e che l’arricchimento e l’uso pacifico dell’energia nucleare fossero nei suoi diritti, essendo la nazione mediorientale firmataria del Trattato di non Proliferazione nucleare.
A causa delle sanzioni comminate nel corso degli anni (e che dovrebbero essere eliminate a gennaio/febbraio 2016), le Nazioni Unite, l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno adottato misure per isolare le banche iraniane. A oggi più di ottanta istituti finanziari internazionali non forniscono linee di credito e servizi correlati all’industria iraniana, rendendo difficile – se non impossibile – agli iraniani riscuotere i pagamenti delle proprie esportazioni energetiche. Se le nazioni occidentali hanno fatto pressione sull’Iran attraverso sanzioni economiche per costringerlo al tavolo negoziale, la Cina, assieme ad altri Paesi asiatici, ha facilitato l’accesso iraniano ai mercati finanziari internazionali tramite le proprie banche e ha fornito – direttamente o indirettamente, tramite compagnie di facciata – materiali considerati dual-use. Ad oggi tre delle quattro maggiori banche iraniane oggetto di sanzioni operano nelle piazze asiatiche. La cinese Yinzhou Bank opera con la quasi totalità delle banche iraniane, effettuando pagamenti e fornendo lettere di credito. Ciò ha reso l’Iran sempre più dipendente dalle importazioni asiatiche per la sopravvivenza della propria economia.

Fig. 1 – Hassan Rouhani e Xi Jinping

GEOPOLITICA ENERGETICA E INFRASTRUTTURE – A livello geopolitico, i legami fra le due nazioni sono rafforzati anche nella cornice della SCO (Shanghai Cooperation Organization), definita da alcuni come una sorta di NATO orientale “in fieri” di cui Teheran è “osservatore”. Tuttavia, uscendo fuori da una logica tipica della Guerra fredda, a cui molti osservatori rimangono legati, definire la SCO solo per ciò che concerne la cooperazione nel campo della difesa e della sicurezza è quantomeno riduttivo. La SCO è multifunzionale, e opera anche nella cooperazione energetica, culturale, economica e finanziaria. Ne sono prova i meeting periodici dei ministri dei Trasporti e del Commercio estero e l’attiva partecipazione alla creazione della New Development Bank, a seguito di incontri congiunti BRICS-SCO. Per non menzionare il progetto di creazione di una banca della SCO. Siamo dunque nell’ambito di processi di ribilanciamento dei rapporti di forza internazionali che non debbono essere letti necessariamente in chiave antagonistica.
Tornando al ruolo dell’Iran nella SCO, benché formalmente con status di “osservatore” – insieme a Mongolia, India e Pakistan, cui si è aggiunto più recentemente l’Afghanistan – anche a causa della sua posizione internazionale rispetto alla questione nucleare, Teheran opera di fatto alla stregua di un membro effettivo nei processi di consultazione e collaborazione tra i Paesi fondatori. Per di più i recenti “attacchi” occidentali all’Iran, alla Cina e alla Russia aiutano a cementare quel partenariato trilaterale Russia-Cina-Iran, che, secondo le linee strategiche già indicate dall’ex ministro degli Esteri e Primo ministro Yvgeny Primakov, sarebbe divenuto il cuore di un nuovo processo di integrazione eurasiatica in competizione con il blocco Atlantico.

Fig. 2 – Anche la Russia di Putin sta intensificando i rapporti con l’Iran

GLI INTERESSI CINESI – Il rapporto fra le due nazioni asiatiche non è però tutto “rose e fiori”. Esistono infatti diverse voci critiche in Iran secondo le quali Pechino, in questi anni, avrebbe usato Teheran quale merce di scambio negoziale con l’Occidente, anche in relazione ad alcuni accordi bilaterali. Si stima che degli oltre 40 miliardi di investimenti energetici promessi, ad oggi Pechino ne abbia finalizzati solo 3. In più, a causa delle condizioni capestro contrattate al momento dell’acquisto del petrolio iraniano, il Paese mediorientale si vede costretto a importare grandi quantitativi di prodotti cinesi a basso costo che mettono fuori mercato le equivalenti merci nazionali.
La Cina è fortemente dipendente dalle importazioni energetiche e dal prezzo del petrolio. Di conseguenza, un conflitto che vedesse contrapposto l’Iran all’Occidente avrebbe risvolti geopolitici ed economici negativi per Pechino. La Cina ha inoltre annunciato il finanziamento di non meno di 40 miliardi di dollari per iniziare a costruire la Silk Road Economic Belt e la 21st Century Maritime Silk Road. Una complessa rete di infrastrutture ferroviarie ad alta velocità, oleodotti, porti, cavi in fibra ottica e telecomunicazioni che la Cina sta già costruendo al fine di creare una rete di interconnessioni tra sei regioni: Russia (nazione chiave del continente eurasiatico sin dai tempi di Sir Halford Mackinder), Asia centrale, Medio Oriente, Caucaso, Europa orientale ed Europa occidentale, diramandosi fino a Venezia, Rotterdam, Duisburg e Berlino.
Tramite la Silk Road Plus sono inoltre previste potenziali espansioni verso l’Afghanistan, il Pakistan e l’India, che collegherebbero il corridoio economico Bangladesh-Cina-India-Birmania al corridoio economico Cina-Pakistan, fornendo a Pechino un doppio accesso privilegiato verso l’Oceano Indiano. La Cina è presente nel porto di Gwadar in Pakistan, e fra le due nazioni è in vigore un accordo di libero scambio.

Fig. 3 – Un’immagine di Teheran

I BENEFICI PER TEHERAN – Da parte sua, l’Iran sta lavorando sulla creazione parallela del corridoio Nord-Sud – un progetto di collegamento stradale e ferroviario tra l’Europa e l’India attraverso la Russia, l’Asia centrale, l’Iran e il Golfo Persico. Si stima che a progetto ultimato i tempi massimi di transito tra l’Europa e la Cina passeranno dai due mesi attuali del percorso via mare a 11 giorni via terra.
Il porto di Neka sul Mar Caspio verrà rimodernato anche grazie a investimenti cinesi. Sembrerebbe, paradossalmente, che la recente politica di isolamento occidentale nei confronti dell’Iran abbia reso il Paese mediorientale più appetibile agli investitori cinesi, russi ed indiani, che riescono ad ottenere condizioni più favorevoli dalle proprie controparti iraniane.
Da quanto raccontato finora si intuisce perciò come la Cina sia fortemente intenzionata a mantenere il proprio “posto al sole” in Iran e, conseguentemente, a incrementarlo in Medio Oriente. Se è vero che la Cina, pur essendo fortemente presente, è ancora indietro rispetto alle posizioni statunitensi e russe nella regione, tuttavia ha dalla sua il fattore “novità”, tramite il quale potrebbe contribuire gradualmente a cambiare gli equilibri di potere.
Se i russi e gli americani sono “schierati” all’interno dei vari conflitti regionali, la Cina ha finora giocato da “acrobata”, essendo in grado di parlare sia con Riyadh che con Teheran e rispettandone le particolarità del sistema. Grazie alla sua equidistanza, Pechino sta sviluppando una strategia regionale di successo che le permette di avere contemporaneamente rapporti proficui sia con l’Iran che con il Consiglio di Cooperazione del Golfo, e anche con Israele. Al contempo la Repubblica popolare è ben consapevole del fatto che l’importanza della sua economia la rende un partner indispensabile per qualsiasi equilibrio regionale. Pesa a suo favore anche la vicinanza geografica, assieme alla capacità e alla facilità di attuare rapidamente progetti su larga scala. Ad esempio, quando gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno tentato di far naufragare il cosiddetto Gasdotto della pace (Iran-Pakistan-India) per favorire il TAPI (Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India) – progetto da loro sponsorizzato -, la Cina si è offerta di far terminare il gasdotto in patria. Il Gasdotto della pace, partendo dal giacimento di South Parsi in Iran avrebbe raggiunto l’India passando per il Pakistan. Il nome derivava dal fatto che tale opera avrebbe collegato economicamente e politicamente le due arci-nemiche Pakistan e India.
La Cina, pragmaticamente e in accordo ai principi fondanti delle Nazioni Unite, non ha le velleità occidentali di intervenire direttamente nelle situazioni interne ai singoli Paesi in nome di sedicenti “diritti umani” o della “instaurazione della democrazia”. A Pechino interessa la stabilità della regione, che le permetterebbe un transito stabile ed economico di energia in grado di garantirne la crescita socio-economica.

Nima Baheli
(Analista Geopolitico)

Un chicco in più

Questo articolo è stato pubblicato nell’ambito dello speciale “Comprendere la Cina – Oltre la prospettiva occidentale“, curato da Fabio Massimo Parenti.

Alcuni riferimenti di approfondimento

  • J.W. Garver, China & Iran. Ancient Partners in a Post-Imperial World, University of Washington Press, 2012.
  • Nazemroaya, The globalization of NATO, Clarity Press, 2012.
  • F.M. Parenti, Mutamento del sistema-mondo. Per una geografia dell’ascesa cinese, Aracne, 2010.
  • UNCTAD database <http://unctadstat.unctad.org/wds/ReportFolders/reportFolders.aspx>.
  • Yuan M., New Silk Road. A Journey Restarts, China Intercontinental press, 2014.

Foto: FreedomHouse

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