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L’incubo afghano diventato realtà a Kunduz

In 3 sorsi – La presa di Kunduz da parte dei Talebani il 28 settembre non solo ha dato al gruppo un successo materiale, ma sembra aver cancellato ogni speranza di soluzione politica. Partire da Kunduz per far luce in tre sorsi su…

1. IL GOVERNO GHANI – Il crollo di Kunduz, all’alba del primo anniversario di Ghani al Governo dell’Afghanistan, ha rappresentato per il Presidente il più duro colpo finora subito. La capacità con cui i Talebani sono entrati a Kunduz e hanno preso controllo della città ha proiettato, in Afghanistan e fuori, l’immagine di un Presidente debole, vittima della sua stessa strategia di tentativo di dialogo con un gruppo con cui probabilmente il dialogo non è mai potuto esistere.
A questo punto poco stupiscono le manifestazioni svoltesi a Kabul il primo ottobre per chiedere le dimissioni del Presidente, o la proposta dell’ex ministro degli Interni di ricorrere a elezioni anticipate. E poco conta che Ghani abbia dichiarato che Kunduz è stata quasi interamente rioccupata dall’Esercito regolare afghano. Non solo perché di fatto i Talebani continuano a controllare parte della città, ma perché ormai il popolo afghano ha perso fiducia in un altro dei suoi leader e in un altro dei suoi Governi – sentimento cui gli afghani sono ormai abituati – come lo sono alla guerra, alla neve sulle montagne del Panshir, alle piantagioni di oppio a Sud.
E in effetti il giudizio sul Governo di Ghani a un anno dall’elezione non può che farci chiedere che cosa sia davvero cambiato in Afghanistan e per l’Afghanistan, e se la sua politica incentrata sul riavvicinamento al Pakistan per indurre i Talebani a negoziare non sia stata un mero abbaglio.
Nonostante le speranze che i dialoghi tenutisi a Murree (in Pakistan) avevano inizialmente acceso, da lì è iniziata una spirale viziosa di eventi che hanno rivelato come, forse, l’idea del tavolo negoziale con il gruppo che da quasi tre decenni è parte innegabile della vita politica afghana avesse valore solo per Ghani – non per l’alleato pakistano, né per i Talebani.
A un anno dall’esito delle elezioni presidenziali, la caduta di Kunduz potrebbe arrivare a simboleggiare la caduta del supporto interno per un Presidente che era arrivato a scombinare le carte del gioco delle alleanze nel Sud Asia – allontanandosi dal tradizionale alleato indiano e avvicinandosi a Cina e Pakistan – per scommettere sulla possibilità di coinvolgere in una qualche forma di dialogo politico i Talebani del Mullah Omar.
Scommessa che il gabinetto Ghani sembra però ora aver perso.

Fig.1 – Il Presidente afghano Ashraf Ghani incontra il Primo Ministro pachistano Nawaz Sharif

2. I TALEBANI DI AL-MANSOUR – Smentendo quanti negli ultimi anni, ma soprattutto negli ultimi mesi – dopo l’annuncio della morte del Mullah Omar e lo scoppio di discussioni e rivalità interne relativamente alla successione nella leadership – avevano considerato i Talebani gruppo condannato all’implosione, alla divisione e alla dispersione, il 28 settembre ha segnato il più grande successo ottenuto dal 2001.
Non solo il gruppo è stato in grado di prendere Kunduz e dare un duro colpo alla credibilità di Ghani, dell’Esercito e della Polizia nazionale afghana, ma è riuscito a fare tutto ciò in poche ore, sfruttando l’effetto sorpresa, la scarsa organizzazione dell’Esercito – che si è visto costretto a battere in ritirata -, e capacità di attacco chiaramente non in declino.
Aver preso Kunduz – il primo grande centro urbano di cui i Talebani siano riusciti a impossessarsi negli ultimi 14 anni – è importante per il gruppo per due motivi.
Innanzitutto perché Kunduz era stata, fino al 2001, roccaforte dei Talebani a Nord, ed è una delle più grandi città dell’Afghanistan (con una popolazione stimata di 300,000 abitanti) nonché importante transport hub – grazie alla sua posizione che la collega facilmente a Kabul a Sud, a Mazar-e-Sharif a Ovest, al Tagikistan a Nord – e perno della rotta di traffico illegale di oppiacei che dal Sud dell’Afghanistan raggiunge l’Asia Centrale.
Ma soprattutto, la presa di Kunduz ha proiettato l’immagine di un gruppo ancora coeso e dinamico, ancora capace di offensive importanti. Ha insomma rafforzato l’immagine dei Talebani a spese di Ghani, delle forze dell’Esercito e della Polizia afghana, così come della NATO e degli Stati Uniti  – che quelle forze hanno cercato di addestrare e organizzare per 14 anni. Realtà, questa, che potrebbe portare Washington a ripensare il piano statunitense di ritiro totale entro il 2017 – ripensamento che darebbe ai Talebani (che dichiarano di combattere per il ritiro delle forze straniere) il pretesto per nuove e brutali offensive.
La presa di Kunduz, inoltre, fa luce su quella che è stata la vera molla dell’azione talebana nell’ultimo anno. Con gli attacchi nelle aree rurali del Paese protrattisi per tutta l’estate, e con quest’ultima manifestazione di capacità operativa e offensiva, sembra difficile pensare che il gruppo sia mai stato sinceramente intenzionato a negoziare con Ghani. Sembra piuttosto che il senso dell’azione talebana sia stato quello di sfruttare il ritiro NATO e la diminuzione delle forze USA presenti nel Paese, le divisioni in materia di politica e sicurezza all’interno del Governo di unità nazionale, così come la posizione di ambiguità del Pakistan nel voler effettivamente modificare la propria politica afghana per supportare l’iniziativa di Ghani allo scopo di riorganizzarsi sotto la nuova leadership e meglio pianificare la propria azione.
L’obiettivo finale per i Talebani, a cavallo tra nostalgia per il passato e speranze per il futuro, resta pur sempre prendere Kabul. Non scendere a patti con Kabul.

Fig.2 – Soldati dell’Esercito nazionale afghano

3. IL FUTURO DELL’AFGHANISTAN – Con un gruppo terroristico come quello talebano, che controlla numerose aree rurali del Paese e gode in non poche di esse del sostegno delle tribù locali, è difficile immaginare uno scenario di sicurezza per il Paese.
Crollata definitivamente anche la debole speranza dell’apertura di un tavolo negoziale con i Talebani, l’unica via per resistere alla minaccia che incombe sul Paese passa attraverso due elementi cruciali: il rafforzamento delle forze dell’Esercito e della Polizia afghana, e il rafforzamento del rapporto – debole e logorato decenni fa – tra Kabul e la popolazione rurale.
Relativamente al primo punto, non si tratta solo di un addestramento più specifico e coerente, che tenga conto delle specificità del Paese in termini di territorio, di capacità tecnologiche e di dinamiche tribali, ma si tratta soprattutto di una lotta alla defezione, al fenomeno dei ghost soldiers. Questo può essere fatto creando un maggiore senso di unità tra i membri dell’Esercito e della Polizia, stimolando un sentimento di appartenenza e di fratellanza su cui ogni esercito coeso dovrebbe fondarsi, e rafforzando l’immagine dell’Esercito e della Polizia presso la popolazione attraverso il coinvolgimento diretto e costante in opere e attività sociali.
Relativamente al secondo punto, il Governo di Kabul dovrebbe incentrare i propri sforzi nell’instaurare un rapporto diretto con la popolazione delle zone rurali –soprattutto del Sud-est – attraverso una presenza costante a livello politico e civile, e non solo militare. Fornire alla popolazione servizi come sanità e istruzione è fondamentale per evitare che i Talebani sfruttino la mancanza del Governo in quelle aree per proporsi come alternativa, per legittimarsi agli occhi della popolazione attraverso la creazione di istituzioni alternative (il cosiddetto shadow government), di cui le madrassa di radicale ispirazione Deobandi sono solo un esempio.

Fino a che questo lento ma essenziale processo non sarà attuato è difficile sperare in un futuro più sicuro.

Un chicco in più

I Talebani godono di una significativa presenza in numerose province intorno a Kabul, tra cui Kunduz, Baghlan, Badkhsan, Kunar, Nagarhar, Logar, Zabul, Helmand, e Herat. In totale controllano 70 dei 398 distretti in cui l’Afghanistan è diviso.

Foto: scrolleditorial

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