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Il Sudan tra diritti e diritto

Costretto tra un Nordafrica in cerca di nuove identità verso auspicate – seppur lente – transizioni democratiche e un Corno d’Africa ancora lacerato dai conflitti dello scorso secolo e dalla carestia del 2011,  il Sudan è forse – dopo la Siria – il Paese al mondo in cui le istanze umanitarie sono più pressanti.
Ma le influenze delle grandi potenze globali e regionali sono minori rispetto allo scenario siriano, e i riflettori della comunità internazionale appaiono assai meno attenti alla tragedia sudanese. E in questa assenza di pubblicità si innesta la capacità di un Presidente condannato dalla Corte Penale Internazionale di sfuggire continuamente all’arresto.

UN NUOVO PAESE, TENSIONI DI LUNGO CORSO − La democrazia è forse tra le massime conquiste e aspirazioni di una società organizzata, ma non sempre rappresenta la panacea di tutti i mali. Come già affermato in precedenza, non può esistere accordo territoriale duraturo che prescinda da una seria e approfondita analisi della composizione etnica della popolazione che sta andando a interessare. E questo a maggior ragione in un continente come quello africano, dove il rispetto del senso d’appartenenza alle proprie radici culturali è un’esigenza fortemente avvertita. Ecco allora come il referendum del gennaio 2011 che, con un autentico plebiscito popolare, ha dato vita al 196° Paese del mondo, nonché 193° membro delle Nazioni Unite – il Sud Sudan – ha temporaneamente costituito un output di matrice occidentale (e caldeggiato da USA e Regno Unito) di temporanea efficacia, sfociato però dopo pochi mesi in un conflitto forse ancor più cruento del precedente. Vero è che si venne subito a creare un contenzioso con il “vecchio” Sudan in ordine alla gestione dei profitti derivanti dalle risorse petrolifere (in sostanza, a sud si trovano i maggiori giacimenti, ma solo a nord vi sono capacità infrastrutturali atte a rendere possibile l’esportazione del greggio), eppure non si sarebbe arrivati a un’escalation di violenze di questa portata se anche in Sudan del Sud non vi fossero state laceranti tensioni su base etnica tra i dinka e i nuer. Lasciare che questo genere di conflitti esploda è doppiamente grave, poiché è difficile intravedere soluzioni stabilizzatrici o attori “terzi” che possano intervenire efficacemente. Si rischiano ondate anche pluridecennali di massacri adagiati su attriti latenti e sotterranei, un po’ come in Burundi  e prima in Rwanda. Nel Sudan del Sud i mancati proventi dovuti a falliti accordi sul petrolio hanno aggravato una situazione economica già precaria, che a sua volta ha inasprito le rivalità fra gruppi sociali, con guerre che hanno portato a dichiarare il Paese pressoché fallito a soli quattro anni dalla sua costituzione. Una spirale difficile da bloccare, e a maggior ragione da invertire. A oggi, 5 dei 12 milioni di abitanti del Sudan del Sud sono gravemente malnutriti, senza contare tutti coloro che risultano portatori di quella che la FAO definisce “fame nascosta”, individuata da carenza di micronutrienti essenziali come vitamine e sali minerali. Nell’anno di EXPO2015, della Carta di Milano e dei “nuovi” Sustainable Development Goals (SDGs), questa è una delle tante sfide ancora da vincere. Probabilmente, la più irrinunciabile. Altra piaga da estirpare sarebbe quella dei bambini-soldato, prezzati come schiavi e utilizzati alla stregua di carne da macello (in particolare facendo loro attraversare per primi i campi disseminati di mine anti-uomo, che nonostante il Trattato di Ottawa vengono ancora prodotte e commercializzate, alimentando un business di proporzioni globali). La United Nations Mission in Sudan (UNMIS), in questo come in altri casi, non riesce da sola ad arginare i fenomeni. Per il New York Times «lo scontro politico ed etnico tra il Presidente Salva Kiir e il suo ex vicepresidente Riek Machar è arrivato a essere una delle guerre più crudeli, ingestibili e senza senso di tutto il continente africano».

Fig. 1 – Un incontro tra il il Presidente sudafricano Zuma e l’omologo sudanese al-Bashir

QUATTROCENTOMILA MORTI, MILIONI DI SFOLLATI Gli attriti al confine meridionale non sono gli unici che il Sudan si trova a fronteggiare. L’Algeria risulta oggi il Paese più esteso del Continente nero, ma prima della secessione del 2011 tale primato apparteneva al Sudan: su un territorio di tale immensità, con un esercito governativo tutt’altro che ammodernato negli equipaggiamenti e nelle tecniche d’addestramento, sono andate stratificandosi isole di vuoto di potere sostanzialmente indipendenti. A livello macroscopico, una deriva della succitata questione si è avuta dal 2003 in Darfur, regione sudanese occidentale al confine con il Ciad. In questa regione i miliziani arabi janjāwīd appartenenti alle tribù semi-nomadi dei Baggara si contrappongono alle popolazioni residenti (dedite principalmente all’agricoltura) – fur, zaghawa, denka e masalit. I janjāwīd sono milizie filo-governative a cavallo armate di carabina, la cui estrazione è per la comunità internazionale difficile da definire. Le prime denunce delle loro razzie, compiute in primis ai danni di animisti e cristiani, risalgono agli anni Ottanta. I rapporti stilati dai servizi segreti di molti Paesi concordano sull’ipotesi che il Governo sudanese abbia ufficiosamente supportato attacchi congiunti e sistematici compiuti insieme ai janjāwīd, macchiandosi di gravissimi crimini contro l’umanità (doveroso citare almeno la persecuzione delle minoranze religiose, gli stupri di gruppo anche su bambine, le impiccagioni sommarie, le torture, la dispersione forzata di intere comunità, la tratta di giovani ridotti in schiavitù, l’incendio di interi villaggi). Recentemente Khartoum ha reso ancor più esplicita la propria connivenza, ribattezzando tali predoni Rapid Support Forces e dotandoli così di un carattere di formalità militare. Sulle cifre della catastrofe umanitaria in Darfur si registra una discrepanza anche notevole (nell’ordine delle centinaia di migliaia) tra le diverse fonti – caratterizzabili per una certa dose di “ufficialità”: è ragionevole, comunque, ritenere intorno a quattrocentomila il numero dei morti e intorno ai 5 milioni il numero di sfollati interni/esterni dall’inizio del conflitto a oggi. E se dietro questi numeri non si agitano solo cifre, ma necessità, sogni e speranze, individuali e collettive, situazioni come questa ci ricordano come l’Africa sia un continente in movimento. Verso l’esterno, certamente, ma anche e soprattutto al proprio interno. Parafrasando quanto accade con un’immagine, potremmo definire le ondate migratorie cui assistiamo nel Mediterraneo come il tappo ormai “stappato” di una bottiglia dal collo lungo e dal fondo piuttosto largo. Queste ondate migratorie d’incredibile portata rendono così ingiustificabile il disimpegno internazionale, e miope l’azione esterna dell’UE: intervenire nei conflitti africani è complesso e spesso non risolutivo, ma se ai milioni di sfollati che essi producono sommiamo la previsione di una duplicazione della popolazione africana entro i prossimi 30 anni, lo scenario che ci appare è piuttosto chiaro. Il desiderio di raggiungere il Vecchio continente aumenterà in maniera esponenziale, e ci troveremo a gestire migrazioni ben più importanti di quelle odierne.

Fig. 2 – La sede della Corte penale internazionale, L’Aia

LA CONDANNA INTERNAZIONALE – Sulla testa di Omar Hasan Ahmad al-Bashīr, attuale Presidente del Sudan, pesano due mandati di cattura internazionale spiccati dalla Corte penale internazionale (2009 e 2010). Quest’ultima, le cui radici sono da rinvenire nelle corti di guerra di Norimberga e Tokyo e successivamente nei tribunali speciali istituiti per i crimini nell’ex-Jugoslavia e in Rwanda, non fa parte del sistema ONU (a differenza dell’International Court of Justice, che ha sede sempre all’Aia) ed è preposta al giudizio di individui, non di Stati. Ha competenza complementare ai Paesi e giurisdizione sovranazionale, con intenti universalistici. Lo statuto di dettaglio sul funzionamento della Corte è stato stipulato a Roma nel 1998, e può essere considerato un vanto italiano: Emma Bonino, esponente di primo piano del Partito radicale e allora Commissario europeo per gli Aiuti umanitari e la Tutela dei consumatori, fu tra i principali sostenitori e ispiratori – insieme all’ambasciatore canadese Philippe Kirsch, che divenne il primo Presidente, nonostante il pesante ostruzionismo del Governo statunitense – del complesso processo politico e diplomatico che portò alla fondazione della Corte. Sono 123 i Paesi che hanno riconosciuto la facoltà della Corte di giudicare i c.d. crimina iuris gentium, quali il genocidio, la pulizia etnica, i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra (come l’utilizzo di armi non convenzionali, l’abbattimento di sedi diplomatiche, lo sterminio di civili) e – recentissima novità – i crimini contro i patrimoni culturali dell’umanità, quali musei o monumenti di straordinaria rilevanza e unicità. Possono essere condannati cittadini residenti nel Paese firmatario o che abbiano compiuto gli atti criminosi nello stesso. Il Paese in questione, inoltre, ha nella sostanza il diritto/dovere di procedere all’arresto di qualunque ricercato transiti sul proprio territorio. Di contro, il Paese non firmatario non è tenuto all’estradizione verso un Paese firmatario, e al momento non si osservano strumenti coercitivi per costringere un ricercato a consegnarsi in custodia alla Corte. Su espresso mandato del Consiglio di Sicurezza ONU, la Corte penale internazionale ha indagato e processato il summenzionato al-Bashīr per aver fomentato le stragi in Darfur, fino a condannarlo – come richiesto dall’accusa, sostenuta dal procuratore generale Luis Moreno-Ocampo, eccellente avvocato argentino.

TRA DIRITTO E ‘QUIETO VIVERE’ − Il Sudan, con l’avallo indiretto dell’Unione africana, ha sostanzialmente ignorato la condanna, sostenendo che la Corte propenderebbe sempre per incriminare i leader africani non comprendendo la complessità che la gestione di un Paese richiede in certe aree del mondo. Se è fatto incontrovertibile che la quasi totalità delle indagini della Corte si siano concentrate sull’Africa e sui suoi leader politici, altrettanto indiscutibile è il fatto che l’80% dei conflitti più cruenti del pianeta sono lì localizzati, e che la mancata collaborazione delle Organizzazioni regionali africane con la Corte rappresenta a oggi la maggiore violazione in essere del diritto internazionale e dei suoi rappresentanti. Non meraviglia allora ricordare come il Kenya e il Sudafrica abbiano recentemente mancato di procedere all’arresto del leader sudanese, transitato all’interno dei loro confini. Il caso sta ponendo in luce una lacuna giuridica su cui sarà bene che la dottrina discuta al più presto: quali limiti porre alle immunità diplomatiche e affini? O meglio, possono esistere eccezioni al fatto che un Capo di Stato che partecipa a consessi internazionali è considerato alla stregua di un ambasciatore del proprio Paese, e gode dunque di immunità diplomatica Quale diritto deve prevalere? Quesiti che al momento non trovano soluzione condivisa. Probabilmente, come spesso capita, incertezza interpretativa e sovrapposizione di diritti sono comode allo status quo per continuare a tutelare il proprio “quieto vivere”.

Riccardo Vecellio Segate

Un chicco in più

Riferimenti normativi essenziali: 

Sitografia per approfondimento:

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Franco Mardini
Franco Mardini

Un'altra tragedia dimenticata: 400.000 morti e milioni di sfollati. Anche qui per il petrolio e le altre risorse minerarie!