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Come si ferma la guerra in Siria?

L’iniziativa russa in Siria e la ripresa del dialogo internazionale ripropongono una domanda che abbiamo evitato per troppo tempo: come si ferma, concretamente, la guerra in Siria? Senza la pretesa di avere la risposta, vediamo però dieci punti chiave necessari per ogni soluzione

Cosa si ferma la guerra in Siria? In tanti chiedono che si faccia qualcosa ma, concretamente, cosa è necessario fare? Senza alcuna pretesa di conoscere la risposta, crediamo sia necessario ricordare dieci punti fondamentali che a nostro avviso vanno tenuti in estrema considerazione ogni volta che si parla di tale argomento, per evitare soluzioni teoricamente valide ma impossibili da applicare nella realtà.

1) Comprendere che non esiste un nemico singolo da sconfiggere per avere la pace

A volte si pensa che per risolvere la questione in Siria basti poco: un aumento dello sforzo militare, la sconfitta di un singolo attore considerato il responsabile, e così via… Non è così però. Se è vero che da un lato il problema militare causato da alcune parti coinvolte è rilevante, il vero problema consiste in come dovrebbe essere il Paese dopo un’eventuale cessazione del conflitto. Chiediamoci questo: se domani finisse il conflitto, quale sarebbe l’organizzazione del Paese? Unito o diviso? Chi comanderebbe? Tutti i gruppi etnico-religiosi sarebbero tutelati? E come? E così via… risolvere il conflitto significa porsi – e trovare una risposta –  a queste domande e altre simili. A partire dal fatto che i vari attori esterni in gioco devono essere coinvolti perché sono loro ad avere la maggiore influenza su quello che accade.

2) Prendere coscienza che tutti vogliono che la guerra termini…ma alle proprie condizioni

Spesso si pensa che quattro anni di conflitto indichino che nessuno vuole la pace… ma non è così. Come ho scritto a dicembre 2013 sulla rivista “Il Regno”, in realtà tutti vogliono che il conflitto termini. Il problema è che ciascuno vuole che termini alle proprie condizioni, le quali sono spesso opposte a quelle di un avversario. È proprio il tentativo di spingere il conflitto verso il proprio risultato desiderato a scapito degli avversari che rende la Siria, come altri conflitti mediorientali odierni, una guerra per procura, dove potenze regionali si sfidano contribuendo a infiammare la situazione. Questo costruisce una matassa di interessi sovrapposti, che vanno capiti per poterla districare.

3) La Russia vuole Tartous

Perché la Russia ha voluto intervenire? Principalmente perché ha un’importante base navale sulla costa siriana, a Tartous, sua unica base rimasta nel Mediterraneo, unica presenza visibile nell’intero scacchiere mediorientale e per questo estremamente importante. Putin non ha alcuna intenzione di rinunciarvi. Finché il regime siriano appariva ancora abbastanza capace di sopravvivere non era necessario intervenire, ma nell’ultimo anno Bashar Assad ha perso molte posizioni, molti uomini e mezzi e appare sempre più debole. Vicino o lontano che fosse un collasso del regime, Mosca non voleva correre rischi e ha mandato le sue truppe a proteggere il suo “tesoro”. Al di là di qualsiasi accordo possa crearsi ora, qualsiasi soluzione del conflitto includerà il continuo controllo russo sulla base navale… o semplicemente i russi non accetterebbero di aiutare. Non guasta, dal loro punto di vista, che l’intervento imbarazzi gli USA e l’Occidente e apra la strada alla riduzione dell’isolamento internazionale, oltre a riproporre la Russia come attore importante in Medio Oriente.

Fig. 1 – Putin tende una mano ad Assad: riuscirà a ridare stabilità alla Siria?

4) Gli Alawiti vogliono sopravvivere

Per questo motivo la posizione russa si lega a quella della minoranza alawita che controlla Tartous, gran parte della zona costiera occidentale e una striscia di terra verso Damasco. Piaccia o no Assad per tutto ciò che ha fatto e fa ancora, non è pensabile una soluzione che non tuteli la minoranza sciita a cui appartiene e che, ovviamente, teme una rappresaglia mortale da parte dei sunniti in caso di crollo del regime. E gli alawiti ancora hanno Assad come punto di riferimento, e con lui, volenti o nolenti, oggi serve parlare. Però lo stesso Assad di fatto è oggi solo una pedina, utile per dialogare con gli alawiti, ma sacrificabile (dai suoi alleati russi e iraniani) se un eventuale accordo con l’Occidente fosse possibile solo a patto di toglierlo dalla scena (ad esempio trovando un sostituto). Per questo gli USA parlano di “periodo di transizione”: possono anche mandare giù il boccone amaro di dover dialogare con lui per un futuro assetto del Paese, ma non rinunceranno a chiederne la testa, prima o poi. E prima o poi lui non sarà più necessario, nemmeno ai suoi alleati.

5) L’Arabia Saudita teme l’asse sciita

Gli USA hanno fatto l’accordo con l’Iran sul nucleare. Ora gli USA potrebbero fare un accordo con la Russia (e l’Iran) per salvare Assad. C’è qualcosa che possa dare fastidio ai sauditi più di questo? L’Arabia Saudita è uno dei principali attori di questa guerra per procura, assieme ai suoi alleati, e non ha alcuna intenzione di vedere i suoi nemici sciiti uscirne vincenti e consolidare una presenza che va dall’Iran al Libano passando per Siria e Iraq. Per questo motivo ogni soluzione per la Siria deve vedere una riduzione dell’influenza iraniana sul Paese, una riduzione cioè delle paure saudite – altrimenti molti gruppi armati potrebbero continuare a ricevere armi, denaro e incoraggiamento a continuare a combattere. In quest’ottica va visto l’intervento francese contro l’ISIS e l’opposizione ad Assad. Oltre a dinamiche di tipo interno e a opportunità commerciali (la Francia sta vendendo molte armi a Paesi alleati dell’Arabia Saudita e vorrebbe incrementare), Parigi svolge anche il ruolo del “poliziotto cattivo” che mostra ai Paesi del Golfo la vicinanza di parte dell’Occidente permettendo ad altri (USA in primis) di portare avanti le vere fila del dialogo. È già successo per il nucleare iraniano, quando parole di fuoco in pubblico contro Teheran da parte dei ministri francesi si combinavano ad atteggiamenti più dialoganti dietro le quinte.

Fig. 2 – Barack Obama parla all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite

6) La Turchia teme i curdi

Come per l’Arabia Saudita il vero nemico è l’Iran, così per la Turchia il vero avversario sono i curdi e in particolare il timore che i curdi siriani decidano di unirsi anche politicamente ai loro vicini iracheni e magari provochino una rivolta più vasta nella stessa Turchia. La Turchia è stata accusata più volte di chiudere un occhio (o anche entrambi, o anche peggio) davanti ai traffici di persone e materiale bellico verso i gruppi estremisti e perfino l’ISIS in Siria… e anche di aver barattato una base aerea concessa alla coalizione internazionale in cambio di zero critiche verso la repressione dei curdi. In altre parole, è improbabile che Ankara accetti soluzioni in Siria nelle quali i curdi abbiano troppa autonomia o addirittura possano vantare una autodeterminazione. Per quanto essi siano popolari tra l’opinione pubblica occidentale, le loro aspirazioni oggi rischiano di essere contrarie al cammino verso un accordo, una tragica testimonianza di quanto la realpolitik possa essere crudele nei confronti di alcuni anche quando serve per fermare un conflitto. Trovare un accordo (ad esempio federativo, come in Iraq) che soddisfi la Turchia e garantisca la sicurezza curda, entro i limiti suddetti, sarà necessario per garantire almeno in parte gli interessi di tutti.

7) Gli USA non vogliono perdere la faccia

Sembra banale, ma a volte ce ne scordiamo. Al contrario di tanti Paesi mediorientali e perfino della Russia (dove gli oppositori hanno vita molto difficile, per usare un eufemismo), gli USA sono una democrazia, abituata ad avere un ruolo di primo piano nel mondo. Giusto o meno che sia quest’ultimo punto, i politici USA (in primis l’amministrazione attuale, ma anche i candidati di tutti gli schieramenti che, per esempio, l’anno prossimo correranno per la Presidenza) non vogliono e non possono permettersi di perdere la faccia internazionalmente e davanti ai propri elettori mostrandosi deboli, fallimentari o indecisi. Al di là degli errori passati, gli USA non accetteranno di sembrare semplicemente “al traino” della Russia né rinunceranno ad alcuni dei loro punti fermi, come vedere Assad andare via. Il loro ruolo ne esce sicuramente ridimensionato, ma non accetteranno mai di essere umiliati.

8) Israele vuole garanzie

Israele in questi anni si è sentito relativamente sicuro, quasi felice che i vicini si combattessero tra loro. Ma teme sopra ogni altra cosa che movimenti come Hezbollah (legati all’Iran) possano guadagnare posizioni chiave in Siria, o ricevere armi sofisticate dalla Russia. Per questo quando i Russi hanno iniziato il movimento di truppe in Siria il premier Benjamin Netanyahu e i suoi collaboratori sono volati a Mosca: russi e israeliani sono in buoni rapporti, vogliono evitare incidenti (ad esempio tra aerei e contraeree reciproche) e, soprattutto, Bibi vuole assicurazioni che il nemico iraniano non ne sia in alcun modo avvantaggiato. Per questo Israele non protesta troppo se la Russia guadagna terreno (soprattutto se lo toglie, di fatto, ad Hezbollah) e la Russia non protesta troppo se ogni tanto Israele bersaglia le milizie sciite che si fanno troppo spavalde. Come per l’Arabia Saudita, un calo dell’influenza iraniana in Siria anche a favore della Russia è preferibile.

Fig. 3 – Il Primo Ministro israeliano Netanyahu: anche Tel Aviv è coinvolta nella questione

9) Senza appoggi, è più facile opporsi a gruppi non dialoganti

Forse vi sarete accorti che non abbiamo citato molto l’ISIS, né Jabhat al Nusra, né Ahrar ash-Sham o altri gruppi. Con loro il dialogo è sostanzialmente impossibile, almeno in maniera diretta, e contro di loro, realisticamente, l’azione militare non è evitabile. Piaccia o meno, contro certi attori non è possibile evitare di combattere per respingerli e sconfiggerli se rifiutano il dialogo. Ma è il come arrivarci che cambia l’intera situazione. Sconfiggerli militarmente senza un accordo sul futuro del Paese significa non risolvere davvero nulla e aprire la porta a nuovi conflitti dopo, quando le questioni non risolte torneranno ad affacciarsi inevitabilmente. Una soluzione condivisa da tutti o quasi tutti gli attori regionali e internazionali sul futuro della Siria significa invece togliere a questi gruppi estremisti gran parte del loro appoggio esterno e, contemporaneamente, costruire una coalizione capace di opporsi in maniera concentrata e focalizzata contro di loro. Come mostra l’azione dei curdi in tanti casi, un’opposizione ferma è sufficiente a ottenere buoni risultati. Allora chi è disposto a trattare troverà modo di farlo all’interno di un accordo globale già pronto, e chi non è disposto si troverà isolato e in difficoltà. L’accordo – qualunque esso sia e in qualunque forma si concretizzi – sarà sicuramente difficile, di lungo periodo e pieno di insidie, ma fornirà la base sulla quale costruire un diverso rapporto tra le varie parti della popolazione. Anche in quest’ottica, “sacrificare” Assad per placare alcuni gruppi ribelli potrà essere un’opzione possibile.

10) Non è un gioco a somma zero!

Tutto questo si ottiene solo in un modo. Per molti attori locali e regionali questo conflitto (come altri nella regione) è, come dicono gli anglosassoni, un gioco a somma zero: o vinco io o vinci tu, non esiste una soluzione intermedia accettabile, perché se tu mantieni qualche posizione/vantaggio/presenza allora sicuramente è a discapito mio. È come avere una torta troppo piccola: dividerla non sfama nessuno, perciò tutti provano a mangiarla tutta togliendola agli altri. La chiave di tutto, a tutti i livelli diplomatici è quella che viene definita “allargare la torta, renderla più grande e quindi permettere a tutti di sfamarsi. In termini reali e concreti questo significa innanzi tutto che nessuno deve risultarne “umiliato” (a eccezione dei gruppi estremisti, naturalmente), perché nessuno accetta accordi umilianti: piuttosto che accettare qualcosa di umiliante è preferibile continuare a lottare. Sarà quindi necessario formulare e costruire ogni proposta di soluzione in termini che mostrino a ogni attore (locale, regionale e internazionale) come essa costituisca un vantaggio maggiore, soprattutto a lungo termine, rispetto al proseguimento di un conflitto che, a dispetto delle illusioni di tanti, altrimenti non avrebbe fine ancora per molti anni.

Lorenzo Nannetti

 

Un chicco in più

I negoziati tra un gruppo ristretto di attori regionali e internazionali (USA, Russia, Iran, Turchia, Egitto e Arabia Saudita) sono previsti, secondo indiscrezioni, il mese prossimo. Per quanto riguarda l’Iran, il Paese si trova oggi in una situazione molto diversa dagli anni scorsi in seguito al riuscito accordo sul nucleare: ora che tale accordo consente un certo grado di legittimità internazionale e dunque di sicurezza, l’alleanza con Assad risulta meno fondamentale – la Siria non è più infatti un utile mezzo per rompere l’isolamento internazionale. Questo significa che Teheran potrebbe vedere di buon grado un ritiro di Hezbollah in Libano ed eventualmente anche la rimozione di Bashar Assad a patto che gli sciiti alawiti siano tutelati e che gli estremisti islamici (considerati strumenti dei rivali sunniti) vengano sconfitti.

 

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