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Dalla Libia può passare il futuro del jihad globale

Miscela Strategica – Due tendenze interne allo Stato Islamico (IS) fanno della Libia un osservato speciale, un Paese in cui è possibile vedere in anticipo l’evoluzione di meccanismi successivamente riversabili su scala globale: notiamo da una parte il progressivo divenire hub regionale da parte di IS Libia, e dall’altra i primi segni di cedimento di quella macchina perfettamente centralizzata che è IS. Come vedremo, l’intersezione di queste due dinamiche può avere effetti sorprendenti, ma all’interno e all’esterno del Paese altri attori possono ridisegnare il futuro del Paese

I TRE CERCHI GEOSTRATEGICI – Negli ultimi mesi si sono rese evidenti tre sfere operative, tra loro concentriche, che caratterizzano i piani strategici del gruppo Stato Islamico in Libia.

  1. L’Emirato libico e i tentativi di hub regionale. È il quadro operativo più ampio: consiste nella satellizzazione delle diverse province africane di IS attorno al cardine libico. Le tre wilayat libiche (Tarabulus, Fizzan, Barqa), già virtualmente riunite in un Emirato con capitale Sirte (l’annuncio è di Hasan al-Karamy, khatib e mufti della provincia tripolitana), fungono da piattaforma organizzativa per il resto dell’environment regionale, fornendo logistica (verso sud), armi (in direzione Egitto), uomini (in direzione Tunisia) e know-how verso l’esterno e nelle aree periferiche della Libia (ad esempio, un convoglio della provincia dell’Africa occidentale –Wilaya Gharb Ifriqiya, composta soprattutto da Boko Haram- si è recato a maggio nell’allora controllata Derna).
  2. L’oil crescent. È l’anello intermedio: area costiera del Golfo di Sirte, la mezzaluna petrolifera della Libia rappresenta l’obiettivo a medio termine di IS. Con alcune cellule già presenti nell’area di Ajdabiya, e il core del gruppo che arriva sino all’area di Binjawad, è probabile che IS tenti di prendere nei prossimi mesi al-Sidr e Ras Lanuf, città dagli importanti porti petroliferi. L’eventuale controllo di queste zone garantirebbe al gruppo ingenti risorse economiche (decrescenti).
  3. La striscia di Sirte. Con circa 120 km di lunghezza (grosso modo da Sirte a Nawfaliyya), la striscia di Sirte è la base operativa primaria di IS, su cui il gruppo detiene pieno controllo grazie ad accordi con le comunità locali. Seppur presieduta da un’unica linea di comando e controllo integrata, su tale zona insistono due diverse Wilaya (Tarabulus da Buqarin a Sirte, Barqa da Harawa a Binjawad). La striscia non gode di profondità strategica: il punto di massima penetrazione pienamente controllato è Bir al-Amira (circa 25 km dalla costa). Tuttavia, questo non è un problema per IS: per evitare dispersioni di forza e sindromi di sovra-estensione, il gruppo ha progressivamente imparato ad utilizzare il desert-power in maniera del tutto analoga al sea-power, lasciando dunque ad altri attori quote di autorità e detenendo esclusivamente il controllo delle linee di comunicazione (in questo campo è determinante l’aiuto di Wilaya Fizzan).

Fig.1 – Elementi della brigata misuratina che si oppone allo Stato Islamico

 NUMERI

  • 2: le macro-aree in cui è nominalmente divisa la Libia, facenti capo a Tubruq e Tarabulus (Tripoli).
  • 3: le aree in cui IS, nel mondo, ha creato in maniera più o meno evidente confederazioni di province (Caucaso, Yemen, Libia); ma si parla di Emirato solo in Libia.
  • 6: i Paesi che confinano con la Libia. In due di questi abbiamo prolungamenti ufficiali dello Stato Islamico (Egitto e Algeria), in uno si trovano cellule informali (Tunisia) e nei restanti tre (Ciad, Niger, Sudan) sono stati registrati casi di cooperazione logistica e protezione a opera di bande locali.
  • 166: il numero della brigata misuratina che maggiormente si è impegnata nella lotta contro IS, e nel mese di marzo ha diffuso una tabella (qui la traduzione) circa la top leadership del gruppo a Sirte (eccetto alcune correzioni, essa è ancora valida).
  • 3.000: i combattenti a disposizione dello Stato Islamico libico.

EVOLUZIONI SULL’ARCO ESTERNO – Algeria, Nigeria ed Egitto, ai margini dell’anello terroristico libico, hanno a loro volta conosciuto trasformazioni considerevoli per quanto riguarda il loro panorama jihadista interno.
La fazione algerina di IS (Wilayat al-Jaza’ir), seppur rimasta ancora silente, ha più che raddoppiato le proprie dimensioni, raccogliendo adesioni da una serie di gruppi e di individui staccatisi da al-Qa‘ida nel Maghreb Islamico (nell’ultimo mese ad aggiungersi al gruppo sono state Humat al-Da‘wa al-Salafiyya e una parte di Katibat al-Ansar). Il Presidente algerino Bouteflika non è rimasto a guardare, operando un cambio di guida al dipartimento di sicurezza nazionale.
In Egitto invece, dove il mainstream islamista è ancora fortemente allineato al versante qaidista, Wilayat Sinai, seppur rinforzatosi nella penisola sinaitica, ha perso capacità operative considerevoli nel mainland egiziano, dove l’ambiente jihadista non ha gradito il suo cambio di fronte pro-IS. Non a caso gli ultimi attentati di matrice “baghdadista” avvenuti al Cairo non hanno visto la rivendicazione da parte della provincia del Sinai, ma di un generico Stato Islamico in Egitto.
Tuttavia è la Nigeria il Paese della mezzaluna esterna alla Libia in cui IS è maggiormente cresciuto: con l’istituzione della Wilaya Gharb Ifriqiya Boko Haram è riuscito a riguadagnare l’appoggio di alcuni network di gruppi Ansaru precedentemente restii a giurare fedeltà a Shekau (leader di Boko Haram) integrandoli nella provincia. Si sarebbero poi uniti al gruppo sahiliano anche i combattenti del MUJAO che, con la bay’a a Baghdadi da parte del loro leader Adnan Abu Walid al-Sahrawi, si sono definitivamente scissi da al-Murabitun (gruppo precedentemente istituito alleandosi con la Brigata Mascherata di Belmokhtar), seppur formalmente conservandone il nome all’atto del giuramento di fedeltà.

Fig.2 – Boko Haram continua a mietere vittime in Nigeria. Nella foto corpi allineati dopo un attentato dinamitardo occorso a luglio

VERSO RIVALITÀ INTERNE? – Il ruolo di hub regionale assunto dalla fazione libica di IS potrebbe a lungo andare innervosire il core siraqeno dell’organizzazione, soprattutto se i miliziani libici proseguono in attività decentralizzate che non sembrano emanare direttamente da Raqqa. In agosto sono state lanciate da IS Libia due campagne propagandistiche informali che hanno riscosso vasto successo in rete e sono tuttora in vita. “Al-Nafir ila Libia”(letteralmente: “la mobilitazione verso la Libia”) è il nome della prima campagna, tesa ad accrescere il numero di combattenti in Libia provenienti dal resto dell’Africa: con tale hashtag siti e social network hanno diffuso informazioni su come compiere il viaggio di emigrazione al meglio, e la campagna sembra aver contribuito a portare diverse nuove reclute soprattutto dal Sahel. La seconda si chiama “la via verso le porte di Roma è la Libia”, e ha prodotto una lunga serie di contenuti mediatici facenti riferimento all’invasione dell’Italia. Una trovata che forse ha innervosito il Califfato centrale, geloso del proprio ruolo nello sconfiggere i “romani” nella battaglia di Dabiq. Il vero giallo fra IS centrale e IS libico, ad ogni modo, è quello relativo alla kill-list emanata e condivisa da alcuni elementi libici, in cui si faceva riferimento anche all’uccisione di Zawahiri e Belmokhtar. Presto rinnegata dai suoi stessi sostenitori, è probabile che la lista abbia di fatto conosciuto la disapprovazione del gruppo centrale e la richiesta da parte di quest’ultimo di farla sparire. A ben vedere alcuni segni di risentimento potrebbero già essere giunti da Raqqa. A fronte dei poteri e della popolarità in Libia del già citato Hasan al-Karamy (predicatore nella provincia di Tripoli, ma anche giudice nella provincia confinante di Cirenaica e persino decisore di un’esecuzione avvenuta a Bengasi), nell’ultimo numero della rivista Dabiq è presente un’intervista al “delegato per le province libiche” (non un emirato) di IS. L’uomo, che a giudicare dalla nisba non è libico (i Qahtan sono una tribù yemenita), potrebbero essere stato inviato appositamente per ripristinare la piena subordinazione alla centrale. In un’ottica simile può essere letta la rivendicazione diretta da parte di IS (senza province intermediarie) dei suddetti attentati al Cairo: un invito a ricordare chi è il capo, insomma. Da prima dell’estate, inoltre, si vocifera in Egitto circa la prossima apertura di una provincia continentale di IS, che potrebbe appunto servire a ristabilire la supremazia levantina nell’area. Il nome è dibattuto: wilaya al-Sa’id (dal nome della regione dell’Alto Egitto), ma anche wilaya Masr (seppur sia la traduzione di Egitto, il nome è tutt’altro che laico, visto che gli Amsar –plurale di Masr- erano le città baluardo dell’arabità nelle periferie dell’impero Omayyade) o wilaya Ard al-Kinana (appellativo preso dalla storiografia islamica).

Fig.3 – Resti di un’autobomba nei pressi di Tripoli

SVILUPPI ALTERNATIVI – Non è possibile pronosticare un irrobustimento di IS Libia senza fare i conti con gli attori interni ed esterni in grado di interferire con il suo sviluppo. Di seguito due ipotesi.

Intervento dall’interno. Il Paese potrebbe avere da sé gli anticorpi necessari ad arginare lo Stato Islamico. In questo senso, la battaglia si gioca in Cirenaica, precisamente a Derna e Bengasi, due città che sembrano ruotare sempre di più attorno al governo di Tripoli. Quest’ultimo, infatti, ha recentemente espresso il suo gradimento per il miglioramento della sicurezza nelle due città, e ha offerto sostegno materiale alla causa anti-IS. È soprattutto Ansar al-Sharia (AS), gruppo vicino ad al-Qa‘ida e presente in entrambe le città, ad avere rapporti con Tripoli. Un’eventuale cooptazione delle fazioni AS nel Governo tripolitano porterebbe a una rapida escalation contro IS, che si trova nella periferia est di Derna e nei quartieri a sud di Bengasi (a livello di cellule, massimo 70 persone). La cooptazione, inoltre, polarizzerebbe il sostegno a Tubruq da parte dell’Egitto, dato che uno dei suoi massimi ricercati, Hisham al-Hashmawy, gode proprio della protezione degli islamisti di Derna. L’uomo, fortemente ancorato ad al-Qa‘ida, è stato in passato anche nelle fila dello Stato Islamico e perciò sarebbe una pedina fondamentale proprio in funzione anti-IS.
Intervento dall’esterno: Senza entrare nel tema, qui ci limiteremo a ipotizzare che l’intervento di una coalizione internazionale in Libia avrebbe probabilmente un effetto di appiattimento delle differenze in ambito jihadista, portando quindi la fazione libica a rallentare il processo di hubbing regionale, forse arrivando persino a forme di cooperazione con altre fazioni e milizie.

Fig.4 – L’inviato speciale delle Nazioni Unite, Bernardino León, continua a lavorare ad una soluzione politica alla crisi

 RISCHI

  • Progressiva erosione, defezione e vampirizzazione degli altri gruppi islamisti a favore di IS.
  • Nuovo vacuum istituzionale in conseguenza di un mal programmato intervento militare occidentale.
  • Ulteriori frammentazioni territoriali in conseguenza di un definitivo allontanamento da Tripoli da parte delle milizie di Misurata.
 VARIABILI

  • Intervento di una coalizione internazionale in Libia.
  • Cooptazione di Derna e Bengasi nel Governo di Tripoli.
  • Isolamento dal resto dell’universo IS.

Marco Arnaboldi 

Un chicco in più

Per ulteriori considerazioni su un eventuale impegno italiano in Libia consigliamo questa interessante lettura

Foto: BharatavarshaNews

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