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Se il dragone tira il freno: le sfide economiche per Pechino

L’economia cinese sta rallentando il suo ritmo di crescita e la decisione del Governo cinese di deprezzare la moneta si traduce in incentivo economico. Tuttavia le sfide economiche per Pechino sono molteplici: difficoltà nel settore immobiliare e delle costruzioni, e soprattutto una popolazione da convincere che un minore tasso di crescita non significa stagnazione

Il DEPREZZAMENTO DEL RMB – In un precedente articolo avevamo illustrato l’attuale situazione economica della Cina e le sue sfide, ovvero il rallentamento dell’economia e una necessaria transizione verso un’economia di consumo. La notizia del deprezzamento della moneta cinese da parte del Governo di Pechino lo scorso agosto costituisce il primo passo verso un cambiamento di politica volto a mitigare gli effetti avversi del rallentamento dell’economia. Il renminbi ha subito un crollo del 4.4% creando fluttuazioni nei mercati di tutto il mondo. In seguito è caduta la borsa di Shanghai, con una perentoria risposta da parte del Governo: sospensione della maggior parte delle quote, obbligo per le aziende di comprare quelle da loro emesse e stampa di moneta per incrementare gli acquisti. Questa sequenza di eventi e la risposta del Governo hanno causato una ritirata globale di quote di partecipazione e snervato molti investitori. Ma l’obiettivo di Pechino è semplicemente quello di incentivare la crescita economica del Paese facendo diventare più convenienti le esportazioni e più competitive sui mercati globali. Tuttavia la “nuova” politica monetaria cinese dovrebbe essere regolata maggiormente dai meccanismi del mercato e meno controllata dal Governo. In passato la Cina ha permesso allo yuan di essere scambiato intorno a un punto medio, fissato da Pechino, per massimo 2% in più o in meno. Questa manovra, invece, vedrà il mercato e non più il Governo stabilire il punto medio. In questo modo il renminbi potrà anche essere accumulato come moneta di riserva – già prerogativa di yen,  dollaro e euro.

Fig. 1 – La svalutazione del renminbi ad agosto ha sollevato il panico nei mercati internazionali

NON A COSTO DELLA CRESCITA – Il cambiamento della politica monetaria cinese sembra delineare un nuovo futuro per l’economia del Paese. La Camera di commercio dell’UE in Cina sostiene che l’economia cinese sta andando incontro ad un permanente rallentamento. Il PIL cresce al 7% ed è in conformità con gli obiettivi di Pechino, ma il declino del tasso di crescita ha causato la fuga di ben 700 miliardi di euro dal Paese nell’ultimo anno, e il rapporto debito/PIL è aumentato. Questa situazione alimenta il nervosismo delle autorità di Pechino. Un Governo che ha eccelso nella sua missione di risollevare il Paese dalla situazione di povertà, ma che adesso deve giustificare il perché del rallentamento e rassicurare sulle implicazioni domestiche. In un articolo della rivista Foreign Affairs, Thomas Christensen sostiene che «la Cina è emersa dalla crisi finanziaria globale spavalda nello scenario internazionale ma insicura in casa». La crisi finanziaria ha permesso alla Cina di acquisire un posto importante nello scenario internazionale: è diventata partner strategico di molti Stati e un particolare punto di riferimento per i Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, a partire dallo stesso periodo, il Governo cinese è diventato più nervoso e sensibile alla situazione politica interna. Per evitare proteste e scontento sociale, il Governo deve fare uno sforzo per rassicurare la sua popolazione su una continua crescita e, quindi,  su continue possibilità di impiego per i suoi cittadini. «La gente è abituata alla crescita e continui miglioramenti delle condizioni di vita» ha affermato Jonathan Fenby, autore e co-fondatore dell’azienda di ricerca Trusted Sources. «Ma adesso sono nel mondo “reale”, e la dirigenza deve convincere che una crescita più lenta fa parte degli interessi di lungo periodo e che sia sotto controllo». Il Governo, quindi, sceglierà sempre la crescita economica del proprio Paese sullo status di moneta di riserva e sulla base di riforme di mercato. Lo dimostra la sua risposta al crollo della borsa di Shanghai, con l’intervento per fermare la brusca discesa dei suoi titoli invece di lasciare che il mercato faccia il suo corso.

Fig. 2 – Xi Jinping con Barack Obama: riusciranno i due principali leader globali a ridare stabilità all’economia?

PROPOSITI FUTURI – Il deprezzamento della valuta cinese ha sorpreso tutti gli osservatori internazionali, e in primis i numerosi investitori che avevano riposto fiducia nell’economia. Sono emerse quindi diversi ipotesi e prospettive sull’evoluzione del mercato cinese, alcune ottimiste, altre pessimiste. Quelle ottimiste affermano che la temporanea chiusura delle industrie nel nord della Cina per alleviare i livelli di inquinamento a Pechino abbia avuto ripercussioni negative sul settore manifatturiero, che dovrebbe però riprendersi nei prossimi mesi e rassicurare i mercati. Recentemente il Governo ha adottato diverse misure per incrementare la domanda, come un’accelerazione dei progetti infrastrutturali, una riduzione dei tassi di interesse e il deprezzamento del Renminbi. Il primo ministro Li Keqiang ha rassicurato i cittadini che il Governo avrebbe aumentato i suoi sforzi per raggiungere il suo obiettivo della crescita del PIL del 7% – anche se molti economisti al di fuori della Cina reputano la crescita al 7% un dato artificiale. Alcuni comparti dell’economia, infatti, affrontano grandi difficoltà: il settore delle costruzioni è sempre più debole e il settore immobiliare sta combattendo una grande battaglia per stare a galla; la spesa per consumo, che sarebbe dovuta aumentare, non è così alta; i servizi finanziari, significativi incentivi per la crescita economica quando la borsa era alle stelle, si stanno indebolendo. È difficile quindi stimare se alcune province siano addirittura già in fase recessiva. Viktor E. Szabo, un esperto manager di investimenti alla Aberdeen Asset Management, afferma che «C’e stato sicuramente un rallentamento, si può discutere a quale livello sia, ma non siamo al 7%». Dire che la crescita è al 7%, quindi, appare come una manovra politica di Pechino per non gettare panico tra la gente. L’interpretazione pessimista sostiene infatti che queste forze negative nell’economia cinese (lo scoppio della bolla della Borsa, il rallentamento della crescita anche in Paesi partner) minaccino di compromettere gli sforzi del Governo per la stabilità economica. Allo stesso tempo. però, la Cina ha dei vantaggi che altri Paesi in via di sviluppo come l’Argentina e il Messico non avevano quando sono giunte le prime difficoltà, come un relativamente basso livello di debito pubblico e grandi riserve di moneta estera. Infine ci sono altre caratteristiche dell’economia cinese che fanno presagire una crescita sostenuta nel lungo periodo. Prima di tutto, anche se il ritmo di crescita è diminuito, si dovrebbe stabilizzare intorno al 5%, un tasso elevato per un’economia che si sta avvicinando sempre più a quelle più sviluppate. Inoltre molti cinesi stanno diventando sempre più ricchi e McKinsey, una società di consulenza, stima che entro il 2020 la proporzione delle famiglie urbane con un reddito annuo tra i 14.000 e i 30.000 euro costituiranno il 59% contro l’8% del 2010. Anche Jörg Wuttke, il capo della Camera del commercio dell’UE in Cina, è ottimista: «l’economia cinese attraverserà uno o due anni difficili, ma le prospettive per gli affari nel lungo periodo rimangono positive. I nostri membri rimangono qui investendo nella crescita futura della Cina»Il settore dell’economia responsabile per circa due terzi dell’output economico della Cina e dei 250 mila posti di lavoro che ha creato dal 1978 è quello privato, non quello pubblico, e su questo il Governo dovrebbe puntare per superare l’attuale fase di incertezza. Il settore privato è anche responsabile per il 90% delle esportazioni e attira più investimenti del settore pubblico. Una maggiore elasticità e un maggiore dinamismo nel settore privato permetteranno alla Cina di incrementare la sua perfomance economica anche ad un tasso di crescita strutturalmente più basso.

Martina Desogus

Un chicco in più

La politica monetaria cinese è stata uno dei principali elementi di critica da parte degli Stati Uniti. Il Governo ha mantenuto il renminbi a un tasso di cambio più basso rispetto al dollaro per favorire le relazioni economiche e commerciali tra i due Paesi.   

Foto: songallery

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