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Zimbabwe, esiste un’opposizione a Mugabe?

Formalmente indipendente dal 1980, lo Zimbabwe, come tanti altri Paesi africani (e non solo), costituisce un luogo in cui i partiti politici faticano a svolgere il ruolo che spetterebbe loro in una società democratica. Quali sono le motivazioni?

L’INDIPENDENZA: INSIEME CONTRO IL NEMICO COMUNE – Lo Zimbabwe arrivò all’indipendenza potendo contare su una rappresentatività della propria classe dirigente e una stabilità politica relativamente buone, conseguenze di due fattori centripeti. Da un lato, infatti, le principali comunità etniche del Paese (shona e ndebele, cioè l’80% della popolazione) erano tendenzialmente contrarie al dominio della minoranza bianca sia prima che durante la guida di Ian Smith (il Paese, in passato noto come Rhodesia, proclamò l’indipendenza “unilaterale” dal Regno Unito nel 1965, ma il riconoscimento a livello internazionale giunse solo con gli accordi di Lancaster House del 1979). Dall’altro lato, sempre a nome del supremo interesse per l’indipendenza, i principali partiti neri, lo Zimbabwe African National Union (ZANU) e lo Zimbabwe African People’s Union (ZAPU) costituirono nel 1976, nel pieno della guerra civile, un’unione militare e politica, il Patriotic Front (PF), per lottare e abolire il Governo minoritario di Smith. Tutto ciò a prescindere sia dalle loro differenze ideologiche e di posizionamento internazionale, che da quelle di matrice etnica (lo ZANU era a maggioranza shona e filo-cinese, lo ZAPU a maggioranza ndebele e filo-sovietico).

Fig.1 – Robert Mugabe stringe la mano al ministro degli Esteri britannico Lord Carrington durante la conferenza del 1979 che sancì l’indipendenza dello Zimbabwe

INCOMPATIBILITÀ POST-INDIPENDENZA – Tuttavia, i primi contrasti politici tra i due alleati e tra lo ZANU e Smith, che prediligeva il dialogo con gli ndebele, emersero già all’indomani degli accordi del 1979. Con la sconfitta dello ZAPU di Joshua Nkomo nelle prime elezioni del 1980, vinte dallo ZANU, Robert Mugabe salì al potere, divenendo capo del Governo alla luce della Costituzione dello stesso anno. Nonostante l’alleanza del passato, i due movimenti (che in vista delle elezioni decisero di separarsi, riprendendo le designazioni di ZANU-PF e PF-ZAPU) si scontrano duramente dopo tre anni per le accuse di un presunto tentativo di colpo di Stato da parte di Nkomo nei confronti di Mugabe. Ne seguirono cinque anni di guerra civile, al termine della quale i due partiti si fusero nella denominazione di ZANU-PF. Contestualmente si assisté anche all’uscita dalla scena politica di Ian Smith e del suo Fronte repubblicano, creato per distanziarsi dal Fronte delle Rhodesia (che evocava l’inconveniente passato), nonché di altri piccoli partiti e di quelle personalità che in passato si allearono con la minoranza bianca (come ad esempio lo United African National Council-UANC dell’arcivescovo Muzorewa). Smith si ritirò definitivamente in Sudafrica dopo l’abrogazione del sistema che assicurava i seggi in Parlamento per gli zimbabwani bianchi. Al contrario, Robert Mugabe emergeva sempre più come “indiscusso” leader del Paese, posizione rafforzata nel 1987, quando allo scadere del mandato del presidente Canaan Banana, abolì la carica di Primo ministro e si nominò capo dello Stato.

Fig.2 – Morgan Tsvangirai, leader dell’MDC

L’MDC E LO SGUARDO ALL’OCCIDENTE – In un contesto caratterizzato da un’opposizione debole, da accuse di violazioni dei diritti umani e da un potere accentrato che egemonizzava la vita politica e istituzionale del Paese, Mugabe fu riconfermato nel 1990 e nel 1996. La fine degli anni Novanta vide però la nascita del Movimento per il cambiamento democratico (MDC) guidato da Morgan Tsvangirai, che si poneva come seria alternativa allo ZANU-PF. Rappresentativo delle aspirazioni liberali dei giovani, degli intellettuali e di parte dei contadini, per certi settori conservatori della società zimbabwana, ma anche di altri Paesi dell’Africa meridionale, l’MDC è, invece, un partito “pupazzo” delle potenze esterne, anti-democratico e anti-patriottico. La ragion d’essere di tali aggettivazioni si basa sia sulla campagna (vittoriosa) per il “no” nel referendum del 2000, che proponeva la rottamazione della Costituzione scritta nel periodo dell’indipendenza e ritenuta ormai superata dal Governo, sia sui rapporti con l’Occidente di Tsvangirai, favorevole all’imposizione di sanzioni contro lo Zimbabwe, come per esempio quelle approvate dall’Unione europea nel 2008 ai danni di Mugabe, definito leader di «un regime di fatto illegittimo».

I PROBLEMI DELL’MDC – Tsvangirai, comunque, divenne Primo ministro (la carica fu ripristinata per l’occasione) nel 2009, nell’ambito del Global Political Agreement, l’accordo raggiunto tra i partiti dello Zimbabwe per mettere fine alle violenze elettorali dell’anno precedente. Durante il suo Governo, durato fino alla nuova vittoria di Mugabe nel 2013 e alla seconda abolizione della figura del premier, Tsvangirai ha operato tra molte difficoltà, cercando soprattutto di arginare Mugabe e di contrastare la crisi economica aggravata da una riforma agraria basata sugli espropri a danno dei bianchi e degli avversari dello ZANU-PF. Il Movimento di Tsvangirai rimane tuttora il maggiore partito (su un totale di circa quindici) quanto a opposizione e alternativa al regime di Mugabe, nonostante le lotte interne per la leadership e le scissioni siano una seria minaccia alla sua credibilità. Per esempio, oggi, in Zimbabwe ci sono ben quattro formazioni che si chiamano MDC: MDC-Tsvangirai, MDC-Biti, MDC-Mutambara e MDC 99. Tutte circostanze che indeboliscono il partito e rafforzano l’egemonia dello ZANU-PF.

Fig.3 – Robert Mugabe e la moglie Grace

LOTTE INTESTINE PER L’EREDITÀ DI MUGABE – A differenza dell’MDC, oramai lacerato in tante fazioni (a volte addirittura per intervento diretto di Mugabe, altre per l’immaturità politica dei suoi membri), lo ZANU-PF rimane un partito solido in confronto alle divisioni delle opposizioni.
Ciò comunque non significa che esso sia del tutto coeso e che non sperimenti a sua volta degli scontri interni. La successione a Mugabe, infatti, è un argomento all’ordine del giorno per vari motivi. Innanzitutto la questione anagrafica: il Presidente ha 91 anni. In secondo luogo, lo ZANU-PF andrà probabilmente a congresso nel 2017, in vista delle elezioni del 2018, per le quali Mugabe (che all’epoca avrà 94 anni) si è intanto già candidato alla fine del 2014.
In questa vicenda spuntano tra i contendenti due donne: Joice Mujuru, vicepresidente dal 2004 al 2014, e Grace Mugabe, la first lady. Analogamente a quanto accadde negli anni Ottanta con Nkomo, Mujuru è stata accusata da Robert Mugabe di tramare per ucciderlo, subendo così l’allontanamento da ogni carica proprio mentre Grace emergeva come capo della lega femminile del partito, nomina che in molti ritengono una mossa del Presidente per spianare la strada alla moglie.

Issau Quintas Agostinho

Un chicco in più

Per restare informati sullo Zimbabwe c’è Zimbabwe Situation, un sito che dal marzo del 2000 raccoglie quotidianamente articoli e analisi sui principali avvenimenti del Paese.

 

Foto: By U.S. Navy photo by Mass Communication Specialist 2nd Class Jesse B. Awalt/Released (DefenseImagery.mil, VIRIN 090202-N-0506A-411) [Public domain], via Wikimedia Commons

 

1 comments
Carmine Fabio Attanasi
Carmine Fabio Attanasi

finché pretenderanno di essere opposizione a Mugabe la Regina d'Inghilterra, Tony Blair, le ONG pagate dal Foreign Office, il figlio di Margareth Thatcher, il cugino di Ian Smith e tutta la conventicola di ex coloni, la Shell, la nonna di Cameron e l'arcivescovo di Canterbury... non ci potrà essere opposizione a Mugabe e ascolteremo ancora con malcelata soddisfazione: "Long life, Mr. Mugabe!"