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Scozia, un anno dopo il referendum

Il 18 settembre 2014 gli scozzesi decisero di restare nel Regno Unito. Oggi, un anno dopo, i sondaggi sostengono invece che la maggioranza sia a favore dell’indipendenza, tanto che il dibattito su una nuova consultazione comincia a scaldarsi. Tra promesse di maggiore autonomia, rischio Brexit e timori economici, c’è davvero qualcosa che bolle in pentola? E l’incognita Corbyn?

UN ANNO DOPO – Secondo alcuni recenti sondaggi oggi gli scozzesi voterebbero “sì” all’indipendenza dal Regno Unito per il 53%, un risultato diametralmente opposto al 55,3% di “no” registrati al referendum del 18 settembre 2014. Tuttavia nell’anno appena trascorso molto è cambiato in Scozia, a cominciare dall’ascesa di Nicola Sturgeon, che è subentrata ad Alex Salmond nel ruolo di Primo Ministro e guida dello Scottish National Party (SNP). Il panorama, però, è mutato radicalmente anche a Londra: a maggio David Cameron e i conservatori hanno vinto con forza le elezioni politiche, mentre i laburisti e i liberaldemocratici sono crollati – e con loro i rispettivi segretari Ed Miliband e Nick Clegg. A trarre vantaggio dalla situazione nelle urne è stato invece lo SNP, che ha conquistato 56 seggi sui 59 disponibili e ha aumentato i propri iscritti da 25mila a 100mila, segno che l’esperienza referendaria non è stata transitoria. In Scozia infatti si continua a parlare dell’indipendenza e dell’opportunità di indire una nuova consultazione, ufficialmente non nel breve periodo, ma nei prossimi 5 o 10 anni, come dichiarato da Nicola Sturgeon: «È solo questione di tempo», ha commentato Sean Connery, uno dei simboli della campagna per il “sì”.

Fig. 1 – Nicola Sturgeon, primo ministro della Scozia e leader dello SNP

VERSO UN NUOVO REFERENDUM? – Le variabili che potrebbero incidere sul dibattito scozzese sono comunque molteplici, a cominciare dalle elezioni per il Parlamento di Edimburgo del 5 maggio 2016. Il primo ministro Sturgeon ha già anticipato che per l’occasione presenterà un nuovo manifesto politico, nel quale saranno indicati condizioni e limiti temporali di un secondo referendum. La strategia politica degli indipendentisti si basa su una serie di questioni che tengono attivamente banco in Gran Bretagna, a cominciare dal voto sulla permanenza di Londra nell’Unione europea, previsto entro la fine del 2017. A suo tempo lo SNP affermò che, in caso di indipendenza, la Scozia avrebbe subito avviato le pratiche per diventare uno Stato membro, tanto che molti osservatori ritenevano automatico il nesso tra vittoria del “sì” e Brexit. Sturgeon, però, nella campagna elettorale per le politiche dello scorso maggio assunse una posizione molto oculata in risposta a chi le chiedeva della possibilità di tornare alle urne. Il Primo Ministro, ben sapendo che non sarebbe stato opportuno riaprire il discorso in sede di elezioni generali – il rischio era polarizzare nuovamente gli scozzesi a distanza di qualche mese e i risultati le hanno dato ragione – si limitò ad annunciare l’elaborazione di un manifesto per il maggio 2016 e a dichiarare che Edimburgo proporrebbe ancora una consultazione solo se ci fossero «cambiamenti materiali nelle circostanze o nell’opinione pubblica». A questo punto le motivazioni che potrebbero permettere un’accelerazione sono essenzialmente tre: il processo di devolution; l’eventuale Brexit; il contrasto sul welfare tra Scozia e Regno Unito. In ogni caso Sturgeon e lo SNP non hanno alcuna fretta: il Governo Cameron ha di fronte banchi di prova che potrebbero tornare utili alla causa di Edimburgo, soprattutto perché la maggior parte degli scozzesi che nel 2014 votò per il “no” fu convinta dai timori per l’economia del futuro Stato. Ma gli indipendentisti sanno di aver perso una grande occasione e adesso preferiscono muoversi senza fretta, almeno finché i sondaggi non saranno nettamente a loro vantaggio.

Fig. 2 – I militanti di ‘Better Together’ festeggiano la vittoria del ‘no’

LA VARIABILE AUTONOMIA – Alla viglia del referendum gli allora tre leader dei maggiori partiti britannici, Cameron, Miliband e Clegg, sottoscrissero un “voto”: garantire alla Scozia maggiore autonomia, in senso quantitativo e qualitativo. A ottobre fu istituita un’apposita commissione guidata da Lord Smith che in un mese elaborò una serie di raccomandazioni, tra le quali un ampliamento dei poteri quanto a imposizione fiscale, gestione delle tasse e del welfare, autonomia per l’elezione del Parlamento di Edimburgo e delle amministrazioni locali. Dal documento Smith è derivato il progetto di riforma, lo Scotland bill, tuttora all’esame del Parlamento britannico e sottoposto a critiche spesso taglienti, sia dagli indipendentisti, sia dagli “unionisti”. In sostanza, al di là delle differenze nei toni, l’aspetto più contestato è la percezione che le proposte per l’autonomia scozzese non vadano in profondità, limitandosi a riconoscere quello che già avviene oppure favorendo singole misure a discapito di un quadro più vasto. Un argomento caldo, per esempio, è la formula Barnett, cioè il metodo attraverso il quale si calcola come deve essere modificata la spesa pubblica in Galles, Irlanda del Nord e Scozia in base alla spesa pubblica in Inghilterra e nel Regno Unito – tiene di conto della popolazione delle regioni e del livello di devoluzione delle competenze. Per fare un esempio, la formula Barnett serve a chiarire di quanto deve essere aumentata la spesa per i trasporti in Scozia se l’Inghilterra aumenta la propria spesa per i trasporti. Il motivo della contesa è semplice: se Edimburgo ottenesse la massima autonomia possibile, vale a dire decidendo su tutto tranne che su politica estera e Difesa, la formula Barnett non avrebbe più ragione di essere applicata e i trasferimenti da Londa diminuirebbero drasticamente. La conseguenza a livello puramente politico-costituzionale sarebbe una riduzione del numero e dei poteri dei parlamentari scozzesi a Westminster, tanto che Cameron ha proposto che questi siano esclusi dal voto quando l’aula esamina provvedimenti inerenti alla sola Inghilterra. Resta da capire come si muoveranno Nicola Sturgeon e lo SNP, cioè se premeranno per una revisione più radicale dello Scotland bill o se manterranno un profilo più basso per poi invocare il mancato rispetto del “voto” tripartito del 2014. Di sicuro c’è che la strategia degli indipendentisti preveda una fase di quiete fino alle elezioni locali del maggio 2016, nelle quali peserà anche l’incognita Jeremy Corbyn, con i laburisti che hanno perso tutti i seggi in Scozia a vantaggio dello SNP. Per sua ammissione Corbyn non conosce la realtà scozzese e, al netto del suo carisma e dell’onda d’entusiasmo che ha generato, sarà difficile contrastare il partito di Sturgeon (oggi al 60%) senza prima ricostruire il Labour.

Fig. 3 – Alex Salmond, predecessore di Nicola Sturgeon alla guida del Governo scozzese e dello SNP

LA VARIABILE BREXIT – Il calcolo del Primo Ministro di Edimburgo potrebbe essere calibrato sul referendum per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, forse convocato entro il 2017. Il programma di medio periodo dello SNP prevede un 2016 infuocato, con la presentazione del nuovo manifesto, le elezioni di maggio e, se i risultati saranno positivi, l’avvio di una prova di forza con Londra, per una maggiore autonomia diretta o indiretta. La Scozia vuole restare in Europa: è stato dichiarato durante la campagna del 2014. Se il Regno Unito prendesse un’altra strada rispetto a Bruxelles, gli scozzesi potrebbero invocare quel «cambiamento materiale» che rimette in gioco l’ipotesi dell’indipendenza. Analogamente, un altro motivo di profonda rottura potrebbe essere un eventuale coinvolgimento britannico in scenari geopolitici complessi, per esempio una guerra impopolare o una modifica del ruolo all’interno della Nato – ipotesi improbabili, ma da prendere in considerazione. Già l’anno scorso emerse tra gli scozzesi il problema dei rapporti con l’Alleanza atlantica, perché se da un lato il cuore indicava la via della neutralità, dall’altro lato il realismo imponeva il confronto con la presenza di importanti basi militari e con il posizionamento storico-geografico del nuovo Stato. Tuttavia, nel caso di un’operazione militare non gradita, il Governo scozzese potrebbe opporre delle serie obiezioni e affidarsi al parere dei cittadini.

Fig. 4 – Nicola Sturgeon con il premier britannico David Cameron

LA VARIABILE ECONOMIA – Poco sopra si è fatto riferimento alla formula Barnett e al sistema di trasferimenti da Londra a Edimburgo. Citando i dati del Governo locale, gli scozzesi nel biennio 2013-2014 hanno ricevuto £800 (circa €1.100) in più di quanto abbiano pagato in tasse – e la media pro capite dei tributi a nord del Vallo di Adriano è comunque maggiore che nel resto del Regno. Il problema è che molti di coloro che votarono “no” furono mossi da motivazioni economiche, piuttosto che nazionalistiche: la sensazione era che la Scozia non potesse sopravvivere da sola, nonostante il petrolio e il sistema finanziario – tra i vari dubbi c’era quello della valuta, che sarebbe rimasta la sterlina. Uno dei punti cardine per Edimburgo è il welfare, ma su questo è aperto lo scontro con il premier britannico Cameron, sostenitore di un modello opposto nella gestione del bilancio e dei servizi pubblici. Per portare un esempio, il rapporto deficit/Pil in Gran Bretagna nel 2013-2014 è stato del 5,6%, mentre in Scozia dell’8,1%. Il fulcro della questione è tutto qua: il 18 settembre 2014 l’incertezza sulle prospettive economiche prevalse sulla voglia di indipendenza, ma oggi l’ordine delle priorità sarebbe sempre lo stesso? È possibile che proprio le divergenze sulla gestione delle finanze pubbliche conducano alla frattura? Specularmente, però, il ragionamento può essere ribaltato qualora tra gli scozzesi prevalesse la scelta del mantenimento dello Stato sociale a prescindere dall’indipendenza, il che sarebbe un’ottima notizia più per Jeremy Corbyn che per Nicola Sturgeon.

Beniamino Franceschini

Un chicco in più

I sondaggi cui si fa riferimento nell’articolo sono stati realizzati da Ipsos Mori e TNS.

Foto: Leanne Boulton

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