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Il cambio di rotta di Ankara e la questione curda

Caos in Turchia, elezioni anticipate e accordo anti IS. Il cambio di rotta di Ankara e la questione curda che si riapre dopo anni e torna a essere una spina nel fianco

SITUAZIONE CAOTICA – Mentre si attende con ansia il 1° novembre 2015, giorno delle elezioni, la situazione in Turchia si fa sempre più rovente. Le urne si erano già aperte il 7 giugno, ma il tutto si era concluso con un nulla di fatto, dato che nessun partito era riuscito a ottenere la maggioranza necessaria per governare. Al momento la situazione è molto controversa ed è difficile prevedere il futuro, dato che l’unica certezza è che il partito del Presidente Recep Tayyip Erdogan ha perso consensi e che la possibile alleanza tra AKP, il partito di Erdogan, e CHP (Partito Repubblicano del Popolo) è sfumata. Il Primo ministro incaricato Davutoglu non ha potuto che accettare il risultato, indicendo nuove elezioni. Risulta quindi necessario capire cosa è accaduto e quali sono, e quali saranno, le conseguenze.

Fig. 1 – Il presidente turco Erdogan con una sostenitrice

IL PUNTO DELLA SITUAZIONE – Gli ultimi mesi sono stati difficili per la nazione, caratterizzati da alti e bassi e, soprattutto, dal sostanziale cambio di rotta del Governo Erdogan, che – spiazzando la comunità internazionale – ha deciso di dare il suo appoggio alla lotta all’ISIS. Il motivo di questo cambio di rotta va ricercato in quello che sta accadendo. La Turchia è in balìa di attacchi da parte di gruppi violenti che rischiano di far saltare quel precario equilibrio che si cerca di costruire dall’inizio del processo di pace con i curdi (2011). Dopo l’attacco – che ha causato la morte di 32 civili e oltre un centinaio di feriti – avvenuto a Suruc il 22 giugno e rivolto contro l’SGDF, associazione giovanile molto vicina alla minoranza curda e impegnata nella ricostruzione di Kobane, la situazione è radicalmente cambiata. Sebbene l’attentato non sia stato formalmente rivendicato dall’IS ed è, con molta probabilità, da attribuire a frange del nazionalismo estremo turco, il Governo di Erdogan ha colto la palla al balzo cavalcando l’onda della minaccia jihadista e chiedendo a gran voce la convocazione di un vertice straordinario della NATO al fine di tutelare la sicurezza della nazione contro gli attacchi dei miliziani dello Stato Islamico.

Fig. 2 – Combattente dell’IS

IL CAMBIO DI ROTTA DI ANKARA – Analizzando la situazione, quindi, si nota un’inversione di tendenza da parte del Governo di Ankara, che ha modificato la propria posizione nei confronti dell’IS – sino a quel momento abbastanza accondiscendente. La Turchia, infatti, ha da sempre considerato lo Stato Islamico una risorsa indiretta per cacciare i curdi siriani residenti nei territori di frontiera. Del resto il progetto autonomista di una nazione curda è da sempre la spina nel fianco del Governo turco, e l’atteggiamento di non contrasto all’IS è sembrato, in un primo momento, strategico. Con l’attacco degli F-16 di Ankara contro le posizioni dell’IS nel nord della Siria la connivenza sembrava essere arrivata al termine, ma il governo Erdogan ha traballato subito dopo, decidendo univocamente di attaccare i campi del PKK nel nord dell’Iraq – cosa che non accadeva dall’ormai lontano 2011, anno del tanto agognato accordo tra Erdogan e Abdullah Ocalan, leader del partito curdo. L’attacco è stato giustificato dalla volontà della Turchia di espandere in tutti i modi la sua influenza nella zona, partecipando in maniera attiva finanche alle azioni volte a destituire Bashar Assad in Siria.  Tuttavia non si è sortito l’effetto desiderato, ma si è piuttosto arrivati alla nascita di nuove sacche di dissenso nei territori curdi nel nord della Siria, che – supportati dall’Unione Democratica del Kurdistan (PYD) – chiedono l’autonomia. Inoltre, le operazioni finalizzate a destituire Assad sono fallite a causa del supporto che russi, cinesi, Hezbollah e Iran hanno dato al Governo siriano e al fronte lealista. Chi ne ha fatto le spese è stata la Turchia, che a causa delle sue azioni ha riaperto la piaga curda. In reazione il Governo di Ankara ha deciso di non contrastare l’IS nell’attacco a Kobane, città che, però, ha resistito anche grazie agli aiuti curdi. Perfino questa scelta si è ritorta contro la Turchia, dato che ha provocato l’indignazione della comunità internazionale. A questo punto il Governo Erdogan ha capito di dover definitivamente cambiare rotta, per evitare le spiacevoli ripercussioni che si sarebbero palesate continuando a non assumere una postura apertamente anti-IS. Ecco quindi che Ankara ha accettato di cedere qualcosa sotto la pressione degli Stati Uniti, che hanno inviato in loco una delegazione, guidata da John Allen, per portare a casa il risultato.

Fig. 3 – Una scena di guerra nella città di Kobane

PROBABILI SCENARI FUTURI – Chi conosce la storia turca sa che Erdogan farà qualsiasi cosa per cercare di sfruttare la situazione a suo vantaggio, manipolando la nuova posizione per portare avanti la sua personale guerra contro il PKK, che – lo ricordiamo – è riuscito a fare inserire nella lista delle organizzazioni terroristiche. In passato il Presidente aveva chiesto alla NATO il via libera ad agire contro il partito curdo in nome della integrità e della sicurezza nazionale, ma il permesso è stato negato. Del resto si tratta di una minaccia ridicola se si pensa che la Turchia ha, attualmente, l’esercito più forte della zona. Ciò non toglie che Ankara cercherà di sfruttare a suo favore l’accordo anti-IS, tentando di ottenere qualcosa in cambio. Al momento, però, chi esce vincente da questa situazione sono gli Stati Uniti, che sono riusciti ad acquisire una nuova facility nella zona, la base aerea di Incirlik, zona strategica per colpire l’IS attraverso raid aerei. Altra conseguenza riguarda il popolo curdo, che vede in tutto questo caos che sta investendo la nazione una chiara e imperdibile possibilità per vincere la battaglia per l’indipendenza. Alla luce di quanto detto sarà molto interessante tenere d’occhio i risvolti futuri, soprattutto considerando l’importanza di tali pedine sullo scacchiere geopolitico.

Serena Marigliano

Un chicco in più

Recep Tayyip Erdoğan nasce nel febbraio del 1954 a Rize. La sua carriera politica incomincia negli anni Novanta, quando milita in partiti di stampo islamista per poi diventare, nel 1994, sindaco di Istanbul. È però nel 2002 che incomincia la sua ascesa al potere grazie al successo dell’AKP, e, ad oggi, governa incontrastato la Turchia da oltre dieci anni, forte dell’appoggio di un elettorato che ne sostiene le scelte in campo di politica interna ed estera.  

Foto: cvrcak1

2 comments
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Non male l'articolo... ma ce l'hai ancora The Global Cold War, di Westad? Te lo spedii. Ma non era un regalo. Puoi tenerlo, ormai. 

Paoluccio Anafesto
Paoluccio Anafesto

Penso che Erdogan possa essere definito un opportunista senza troppi scrupoli e credo che anche in Turchia cominci a delinearsi come personaggio piuttosto imbarazzante, mentre opera per defenestrare Assad credo che più di qualcuno sarebbe felice di vededre lui defenestrato; quindi credo che l'enturage stia consigliandolo di contenersi, anche se, a una certa ètà, l'incontinenza deve essere messa in conto.

Sulla sua volontà di combattere l'IS ci sarebbe molto da obbiettare, credo che le sortite dell'aeronautica turca abbiano creato molti più problemi ai curdi che non ai tagliagole che sottobanco sponsorizza.

L'intervento russo in Siria sembra aver definitivamente spezzato le sue bramosie di creare una no-fly-zone nel territorio siriano al confine con la Turchia e parallelamente decretato l'impossibilità di colpire i kurdi senza rischi, da qui le stridule contumelie per un probabile sconfinamento di aerei russi (batterie di missili Patriot e aeronautiva turca, giustamente, si sono ben guardate da interventi minacciosi), e la minaccia di recedere dalla Turkish Stream (anche se sa benissimo che sarebbe molto simile all'evirazione per far dispetto alla moglie).

Qualcuno magari continua a soffiare sull'ego mortificato di Erdogan, come ad esempio il viscido Stoltenberg, ma credo che oramai in Siria i giochi si siano già fatti ed Erdogan è fuori, come fuori e mortificati sono Arabia Saudita e Qatar, che in un paio di giorni si sono viste dimmezzati gli investimenti sostenuti nell'IS.

La russia sembra intenzionata a non demordere e il Ministero della Difesa russo alle contumelie americane perché la loro aviazione colpiva anche i "terroristi buoni" (ovvero quelli addestrati e foraggiati da loro) ha seccamente risposto: “Non possiamo discriminare tra le diverse sfumature di ‘merda’. Quindi pesteremo tutti coloro che sparano ai soldati del governo legittimo della Siria, su richiesta del quale siamo qui, Erdogan è avvertito ....