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TTIP, rischi e opportunità per l’agroalimentare europeo

Il negoziato ha preso avvio nel 2013, e da allora ha suscitato un acceso dibattito nell’opinione pubblica europea per le conseguenze che potrebbe avere nel Vecchio continente. In particolare, l’Italia si sente chiamata in causa perché il comparto dell’agroalimentare è incluso nella trattativa. 

DA DOVE VIENE IL TTIP – Il Transatlantic Trade and Investment Partnership è un tentativo di accordo tra Stati Uniti e Unione Europea finalizzato a ridurre le barriere commerciali che esistono tra i due continenti, e che limitano lo scambio di prodotti e servizi come, ad esempio, quello automobilistico e quello agroalimentare. L’avvio dei negoziati è in gran parte dovuto al persistere della crisi economica. Secondo le stime che si ricavano da un documento ufficiale rilasciato dall’UE si ritiene che l’apertura al libero commercio e agli investimenti tra le due maggiori economie al mondo possa dare impulso alla crescita e all’occupazione. L’UE valuta che il beneficio apportato all’economia europea grazie al TTIP potrebbe arrivare fino a 119 miliardi di euro l’anno, mentre la valutazione per gli USA si aggira intorno a 95 miliardi euro l’anno. Questi benefici sarebbero la conseguenza dell’eliminazione delle tariffe doganali e della soppressione delle norme amministrative che rendono difficili gli scambi commerciali oltreoceano.

Fig. 1 – Navi cargo. Il traffico via mare aumenterà in caso di approvazione del TTIP.

Benché le tariffe tra l’UE e gli Stati Uniti siano già basse, in media sono al 4%, i costi derivati dalla burocrazia possono far aumentare i prezzi dei beni importati del 10-20%, costi che vengono poi posti a carico del consumatore. Nel settore agricolo, ad esempio, le normative fitosanitarie statunitensi vietano l’importazione delle mele europee, e molti formaggi europei (sono vietati i formaggi fatti con latte crudo) non possono essere importati per questioni legate alla differente legislazione in materia di sicurezza alimentare. Secondo i sostenitori dell’accordo, con l’eliminazione degli ostacoli al commercio tra i due continenti si consentirebbe ai produttori europei di incrementare le vendite agli americani e viceversa. Pertanto, negli intenti delle due parti vi è la semplificazione e la riduzione dei costi nello scambio delle merci e dei prodotti “senza sacrificare la sicurezza dei consumatori”.

QUALI SONO I DUBBI? – Perché il TTIP solleva tanti dubbi e polemiche? Un tema scottante, come abbiamo accennato, riguarda senz’altro l’agroalimentare. Le criticità sono legate alle regole e alla legislazione utilizzata tra le due parti su temi importanti, come la somministrazione di anabolizzanti negli allevamenti bovini e la commercializzazione indifferenziata di prodotti OGM. La normativa europea offre tutele maggiori sull’uso di pesticidi, l’obbligo di etichettatura del cibo e la protezione dei brevetti farmaceutici, per citarne solo alcuni. Si deve considerare poi la diversa struttura normativa in materia di sicurezza alimentare applicata nel Vecchio e nel Nuovo continente, luoghi in cui l’attenzione per gli effetti sulla salute umana e animale degli alimentari presenta sensibilità divergenti. Ad esempio, in alcuni Stati del Nord America è obbligatorio arricchire la pasta con vitamine, ci sono limiti nella vendita di carne e prodotti derivati e l’olio d’oliva deve essere privo di residui del pesticida clorpirifos etile, che invece è consentito in Europa.
L’UE dunque ha interesse a eliminare dazi e vincoli per l’esportazione di prodotti finiti, come il prosciutto e alcuni formaggi, ma anche per alimenti come mele e pere, che riscontrano normalmente numerosi ostacoli non tariffari. Obiettivi non meno importanti sono le esportazioni di prodotti alimentari come alcolici, vino, birra e cioccolato. Per contro gli Stati Uniti sono interessati a vendere una quota maggiore di prodotti agricoli come il granturco e la soia.
In termini geopolitici, l’Europa cerca nuovi sbocchi commerciali per fronteggiare la sovrapproduzione e liberarsi degli stock dovuti al protrarsi dell’embargo russo. Obama, persa influenza in America Latina, cerca mercati più remunerativi. Le basi, come detto, sono politiche ma anche economiche.

POSIZIONE AMERICANA ED EUROPEA – Negli Stati Uniti i controlli su una serie di prodotti alimentari sono effettuati soltanto a valle della filiera produttiva. La valutazione della nocività è a carico del consumatore, non del produttore. La valutazione viene fatta in un secondo momento ed è accompagnata dalla garanzia di presa in carico delle conseguenze di eventuali problemi legati alla messa in circolazione del prodotto (possibilità di ricorso collettivo o class action, indennizzazione monetaria). In pratica non ci sono verifiche intermedie sulle modalità di produzione del cibo che arriva nel piatto, e se non danneggia immediatamente l’organismo è considerato vendibile. In caso di problemi, sarà a carico del consumatore dimostrare – passati 20 anni – che quell’alimento o quel materiale è dannoso. Nel frattempo il produttore può venderlo indisturbato, com’è successo con la carne agli ormoni.
Contrariamente a quanto accade negli Stati Uniti, in Europa vige il principio di precauzionese esiste il sospetto che un alimento possa essere dannoso sta al produttore rimuoverlo immediatamente dal mercato. L’autorizzazione al commercio di un prodotto, dunque, avviene dopo una valutazione dei rischi sulla salute dei consumatori.

DIVIETI E CONCESSIONI – Altro nodo chiave, che fine faranno le certificazioni di qualità? Ne usciranno valorizzate da quest’accordo o si rinuncerà alla qualità messa sul piatto dai produttori europei? Se da un lato si prevedono dei ricavi in rialzo per il nostro agro-business e per l’industria alimentare italiana, dall’altro sembra che a soffrire maggiormente sarà quella componente agricola di base. Come spesso accade, dunque, i piccoli rischiano di essere schiacciati dai giganti. Infatti, vi è un gran timore che questo accordo sia sostenuto in particolare dalle multinazionali che trarrebbero un gran vantaggio dalla liberalizzazione dei mercati. Il danno ricadrebbe sui più deboli (o almeno più piccoli) perché si troverebbero a competere su un mercato globale. I prezzi dei prodotti alimentari potrebbe abbassarsi, ma obbligherebbe i contadini a riconvertire le loro produzioni o a investire in tecnologia per ridurre i costi di trasformazione o lavorazione delle materie prime.

Fig. 2 – Europarlamentari esprimono la propria posizione sul TTIP

OGM – Non rientreranno nei negoziati le leggi sugli OGM. Alcuni prodotti alimentari OGM sono approvati per l’alimentazione umana e animale o per la semina e sono già venduti nell’UE. Le domande di riconoscimento sono valutate dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (EFSA), quindi inoltrate agli Stati membri UE che esprimono il loro parere. Finora sono stati autorizzati 52 OGM in Europa. Per lo più si tratta di mais, cotone, soia, colza usati sia per l’alimentazione umana che animale. Non vi sarà nemmeno un’armonizzazione delle norme e regolamentazioni tra Europa e USA. Qualora esse divergano, potrebbero causare costi supplementari a carico dei fabbricanti, ad esempio imponendo loro di mettere in campo linee di produzione separate. In ultima analisi, tali costi verranno poi trasferiti al consumatore. Convincere l’altra parte a cambiare il rispettivo sistema non è l’obiettivo del TTIP, ma piuttosto trovare modalità per far funzionare meglio i sistemi soprattutto nell’ambito dei veicoli, dei dispositivi medici e dei prodotti farmaceutici dove esistono numerose possibilità di convergenza normativa.

Un chicco in più

Interessante approfondimento sul TTIP che viene direttamente dal sito della Commissione Europea.

 

Foto: The S&D Group in the European Parliament

1 comments
Bob Fabiani
Bob Fabiani

Non ci sono opportunità garantite con il TTIP anzi tutt'altro. #NoTTIP