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Il Brunei e la crisi del petrolio

Il Sultanato del Brunei ha costruito la sua fortuna economica e geopolitica sui ricchi giacimenti di petrolio presenti sul proprio territorio. Ora, però, tale preziosa risorsa energetica comincia a non essere più redditizia per la piccola monarchia del Sud-est asiatico, sia per l’attuale crollo dei prezzi petroliferi sui mercati mondiali che per il graduale esaurimento dei giacimenti locali. Il Sultano Hassanal Bolkiah deve quindi affrontare una difficile e complessa fase di transizione verso un nuovo sistema economico e sociale, carica di incognite e minacciata dalla tentazione del rigorismo religioso.

UN “PARADISO” IN DIFFICOLTÀ – Indipendente dal 1984, il Brunei è uno dei Paesi più stabili e ricchi del Sud-est asiatico, governato dal sessantanovenne Sultano Hassanal Bolkiah, famoso anche in Occidente per il suo stile di vita opulento e stravagante. La maggior parte della popolazione locale – composta da musulmani malesi – gode infatti di un alto tenore di vita e di efficienti servizi pubblici, garantiti dalle ricche rendite provenienti dal commercio del petrolio, principale risorsa dell’economia bruneiana. Inoltre non ci sono tasse sul reddito e lo Stato offre condizioni agevolate alle famiglie per l’acquisto della casa. Non stupisce quindi l’atmosfera rilassata e relativamente benestante della capitale Bandar Seri Begawan, così diversa dal caos ricco di contrasti di altre metropoli regionali come Giacarta e Bangkok. Il Governo del Paese, gestito direttamente dalla famiglia del Sultano, provvede praticamente a tutto, inclusi posti di lavoro e sussidi per i disoccupati, mentre il richiamo continuo alla religione islamica – con obbligo di presenza alle preghiere del venerdì – mantiene una solida disciplina sociale tra i sudditi.

Fig. 1 – Hassanal Bolkiah, ventinovesimo Sultano del Brunei

Non c’è dubbio che tale situazione apparentemente idilliaca debba molto allo sfruttamento intensivo delle risorse petrolifere locali, considerate tra le più importanti della regione. Con 167.000 barili al giorno, il Brunei è infatti il quarto produttore mondiale di petrolio e le esportazioni di tale preziosa materia prima coprono circa il 90% del suo PIL nazionale. I consistenti ricavi del settore petrolifero hanno quindi consentito al Sultano di instaurare un morbido regime autoritario, basato più sul welfare che sulla coercizione, e di adottare uno stile di vita estremamente lussuoso e filo-occidentale. Negli ultimi anni, però, tale sistema comincia a scricchiolare, soprattutto a causa del pesante ribasso dei prezzi petroliferi sui mercati mondiali. Dal 2014 il Paese è in recessione e il tasso di disoccupazione è salito al 6,9%, con punte di oltre il 20% tra giovani e donne. Al crollo dei prezzi petroliferi internazionali, che ha ridotto considerevolmente le entrate nelle casse dello Stato, si aggiunge anche il graduale esaurimento dei giacimenti locali, con la produzione nazionale in calo del 40% rispetto al 2006. E le autorità bruneiane fanno fatica a scoprire nuove fonti di idrocarburi, gettando pesanti ombre sul futuro economico del Sultanato. Secondo un rapporto della British Petroleum citato dall’Economist, i pozzi petroliferi del Brunei si esauriranno completamente nei prossimi vent’anni, privando il Paese della sua principale fonte di benessere economico e limitandone l’influenza politica nell’area del Sud-est asiatico.

MODELLO SINGAPORE – Per scongiurare questo scenario preoccupante, il Sultano e i suoi collaboratori più stretti hanno da tempo elaborato un’ambiziosa strategia di diversificazione economica nota come Wawasan Brunei 2035, volta a trasformare il loro Paese in un grande hub finanziario e commerciale simile a Singapore. Il Governo mira infatti a investire considerevoli somme nello sviluppo infrastrutturale della nazione e ad attirare cospicui investimenti esteri per il rilancio del settore manifatturiero, finora monopolizzato dall’industria petrolifera. Inoltre, il Principe Al-Muhtadee Billah, figlio maggiore del Sultano ed erede al trono, vorrebbe incentivare la crescita del settore turistico e di quello scientifico-tecnologico, agevolando l’ingresso di stranieri nel  Paese e promuovendo lo sviluppo di una knowledge-based economy sul modello di Taiwan e Singapore. Hassanal Bolkiah, però, sembra puntare più su una stretta collaborazione con le monarchie del Golfo Persico e su una maggiore integrazione del Brunei all’interno dell’ASEAN, intensificando soprattutto i rapporti con la vicina Malesia.

Fig. 2 – Un impianto petrolifero della Shell in Brunei

E finora è la linea del Sultano ad aver prevalso, con lo sviluppo di una grossa industria di cibi halal diretta verso i Paesi del Medio Oriente e la firma di importanti accordi economici con Kuala Lumpur. Durante un recente vertice bilaterale in Brunei, per esempio, Hassanal Bolkiah e il Primo ministro malese Najib Razak hanno concordato lo sfruttamento congiunto di giacimenti petroliferi sul proprio confine marittimo e la creazione di strutture comuni per la produzione e l’esportazione di olio di palma. I due capi di Stato, inoltre, hanno cercato di smorzare le annose dispute sul confine terrestre tra le loro nazioni, estendendo i tempi di transito ai check-point tra il distretto bruneiano di Kuala Belait e quello malese di Miri. Continua a mancare, però, una risoluzione definitiva di tali dispute, che potrebbe portare a una maggiore cooperazione tra i due Paesi nell’importante area strategica del Mar Cinese Meridionale.  Nel frattempo il Principe Al-Muhtadee Billah sta supervisionando la costruzione di un gigantesco complesso petrolchimico sull’isola di Pulau Muara Besar, realizzato dalla cinese Hengyi Industries, che dovrebbe agevolare la cooperazione con la Malesia nel settore degli idrocarburi e generare un giro d’affari di due miliardi di dollari l’anno, anche grazie alle numerose attività commerciali previste intorno alla struttura. Collegato alla terraferma da un ponte di quasi tre chilometri, il complesso dovrebbe aprire i battenti nel 2018, dando una scossa positiva all’asfittico PIL bruneiano.

Fig. 3 – Il distretto finanziario di Bandar Seri Begawan, capitale del Brunei

LA TENTAZIONE DELLA SHARI’A – Ma c’è un’ombra che grava pesantemente sulle possibilità di rilancio economico del Brunei, ed è quella della shari’a, adottata ufficialmente dalle autorità del Sultanato nella primavera del 2014. A suo tempo tale clamorosa decisione aveva provocato vaste proteste internazionali, e persino il boicottaggio di una catena alberghiera di proprietà del Sultano negli Stati Uniti. Poi la vicenda ha perso il suo carattere di novità mediatica e le proteste si sono gradualmente spente, con il Brunei impegnato tranquillamente a implementare l’applicazione del famigerato codice penale islamico. Per adesso, comunque, il Governo bruneiano ha solo applicato le prescrizioni meno severe della shari’a, proibendo la vendita pubblica di cibo durante il Ramadan e l’esposizione di simboli religiosi non musulmani. Poche persone sono state condannate al carcere per infrazioni a tali disposizioni e la popolazione sembra avere accettato passivamente la decisione del Governo, smussandone le asperità con un’attitudine generale di “vivi e lascia vivere”. Ma il clima è comunque cambiato per le minoranze religiose del Paese, soggette spesso agli interventi arbitrari della polizia e preoccupate per il proprio futuro nel Sultanato. Il Governo ha infatti promesso di adottare prescrizioni molto più severe nei prossimi mesi, inclusa l’amputazione degli arti ai ladri e la lapidazione delle adultere, valide sia per i musulmani che per i non musulmani. Una promessa che minaccia di modificare per sempre l’ordinamento politico, legale e sociale del Brunei, trasformandolo di fatto in una monarchia islamica ultra-conservatrice simile all’Arabia Saudita. E che potrebbe spingere all’emigrazione di massa delle locali minoranze etnico-religiose, soprattutto quella cristiana e quella cinese, impoverendo il tessuto economico del Paese e scoraggiando vitali investimenti dall’estero.

Fig. 4 – Manifestazione di protesta a Hollywood contro l’introduzione della shari’a in Brunei (maggio 2014)

I motivi della scelta pro-shari’a di Hassanal Bolkiah sono molteplici e rivelano la fragilità interna della monarchia bruneiana, indebolita dalla crisi economica e spaventata dai trend socio-culturali della globalizzazione. Innanzitutto il Sultano teme il malcontento delle fasce più giovani della popolazione, colpite duramente dalla disoccupazione e irritate dall’eccessiva rigidità dell’ordine sociale bruneiano. Finora questo malcontento si è espresso principalmente sui social media, con post su Facebook e Twitter estremamente critici della famiglia reale, ma il rischio è che il perdurare della crisi economica possa renderlo più radicale, con proteste pubbliche e scontri di piazza con la polizia. L’adozione della shari’a, soprattutto nelle sue prescrizioni meno severe, serve quindi a controllare il dissenso interno e a rafforzare l’immagine della famiglia reale come pilastro di ordine e moralità presso le generazioni più anziane. Allo stesso tempo il Sultano intende usare la shari’a come un mezzo per attirare l’attenzione delle monarchie del Golfo e incentivare i loro investimenti finanziari in Brunei. Presentandosi come un sovrano austero e religioso, lontano dagli scandali della sua spensierata gioventù occidentale, Bolkiah spera di legare strettamente il Brunei agli Stati più ricchi del mondo islamico e di trasformarlo in un hub finanziario-commerciale di primaria importanza per le nazioni del Medio Oriente. La shari’a appare quindi come uno strumento volto a rilanciare l’economia del Brunei sulla scena internazionale senza i rischi politico-sociali di un’apertura eccessiva al mondo esterno, soprattutto a quello occidentale.

Fig. 5 – Un imam prega in una moschea di Bandar Seri Begawan

Ma è uno strumento pericoloso, che potrebbe ottenere effetti contrari a quelli desiderati. Oltre a scoraggiare investimenti e turismo dall’estero, minando alla base il progetto di diventare una nuova Singapore, un’applicazione rigorosa della shari’a potrebbe infatti rinfocolare i motivi di malcontento popolare verso la monarchia, scatenando proprio quelle grandi contestazioni pubbliche tanto temute dal Governo del Sultanato. Dopotutto il Brunei non è un Paese mediorientale, e fa parte del Sud-est asiatico, una delle regioni più pluraliste e multiculturali del pianeta. L’Islam è sempre stato praticato nell’area in forme relativamente moderate e tolleranti, assai lontane dalla rigida ortodossia delle monarchie della Penisola arabica. Un tentativo di imitare tali monarchie potrebbe risultare indigesto sia ai bruneiani che ai Paesi vicini, che hanno finora resistito alle sirene dell’integralismo religioso, accentuando la fragilità interna del Sultanato e condannandolo a un pesante isolamento politico-culturale. Inoltre non è detto che l’ortodossia islamica possa portare davvero la ricca finanza delle monarchie del Golfo nel Paese: secondo molti analisti, infatti, gli investitori di Arabia Saudita, Qatar e Emirati Arabi Uniti sono molto più attratti dai grandi mercati di Malesia e Indonesia che da quello piccolo del Brunei, poco integrato nei circuiti finanziari internazionali. Insomma, con la scelta della shari’a il Sultano rischia di far cadere il suo Paese in una situazione di crisi politico-economica ancora peggiore di quella attuale.

Simone Pelizza

Un chicco in più

Padre dell’attuale Sultano Hassanal Bolkiah, Omar Ali Saifuddien III (1914-1986) è stato il principale artefice della stabilità politica e economica del Brunei nella seconda metà del XX secolo. Salito al trono nel 1950, Saifuddien negoziò infatti con successo la graduale indipendenza del Paese dalla Gran Bretagna e promosse l’adozione di una Costituzione relativamente liberale nel 1959. Egli lanciò anche una serie di importanti Piani di Sviluppo Nazionale che contribuirono alla graduale affermazione del Sultanato come produttore internazionale di petrolio. Dopo aver fallito nel tentativo di federare il Brunei con la Malesia, Saifuddien abdicò nel 1967 a favore del figlio Hassanal Bolkiah, ricoprendo però ancora diversi incarichi diplomatici negli anni successivi. 

Foto: hapulcu

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