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Una veduta aerea di Antananarivo, capitale del Madagascar

Madagascar: crisi politica e influenza cinese

Reduce dal drammatico colpo di Stato del 2009, il Madagascar fatica a trovare una nuova stabilità politica e istituzionale, restando ai margini della recente crescita economica dell’Africa orientale. Solo la Cina investe regolarmente nell’isola, ma la massiccia presenza finanziaria e commerciale di Pechino è vista con ostilità dalla popolazione malgascia, che si sente vittima dello spietato neocolonialismo economico del gigante asiatico.

UN PRESIDENTE DEBOLE – Lo scorso maggio l’Assemblea Nazionale del Madagascar ha votato a larga maggioranza la destituzione del Presidente Hery Rajaonarimampianina, accusato di incompetenza e tendenze autoritarie. Si tratta di una decisione assai grave perchè Rajaonarimampianina è il primo capo di Stato eletto democraticamente nel Paese dal gennaio 2009, quando una rivolta popolare sostenuta dall’Esercito mise bruscamente fine alla discussa presidenza di Marc Ravalomanana, sospendendo l’ordinamento costituzionale della Repubblica malgascia per più di quattro anni. Nonostante le continue promesse del Governo ad interim di Andry Rajoelina, un vero e proprio ritorno a pratiche democratiche è avvenuto infatti solo alla fine del 2013, provocando la sospensione degli aiuti economici dell’Unione Europea e una drammatica fuga di capitali esteri dall’isola. Nel dicembre 2013 l’elezione di Rajaonarimampianina, avvenuta tramite regolari consultazioni popolari certificate da osservatori internazionali, ha consentito la formazione di un nuovo Governo democratico e il parziale ripristino degli aiuti economici europei. Ex Ministro delle finanze sotto Rajoelina, il neo-Presidente ha cercato subito di riportare cospicui investimenti esteri in Madagascar, ma l’incapacità di stabilizzare un quadro politico estremamente frammentato e conflittuale ha reso vani tali sforzi, bloccando la crescita economica del Paese a un misero 3% nel 2014. Da qui la crescente insoddisfazione di molti deputati dell’Assemblea Nazionale, sfociata poi in aperta rivolta con il voto di sfiducia del maggio scorso, avvenuto in circostanze tese e confuse.

Fig. 1 – Hery Rajaonarimampianina, attuale Presidente del Madagascar

La decisione dell’Assemblea Nazionale è stata poi rovesciata dalla Corte Costituzionale, che ha riconfermato Rajaonarimampianina nelle sue funzioni presidenziali a inizio giugno. Tuttavia la posizione del Presidente resta fragile e precaria: le opposizioni parlamentari, guidate da Rajoelina, hanno infatti rigettato il verdetto della Corte e minacciano di bocciare costantemente le misure prese dal Governo del Primo ministro Jean Ravelonarivo, rendendo di fatto impossibile la pacifica prosecuzione della vita istituzionale del Paese. Allo stesso tempo l’ex Presidente Ravalomanana, rientrato in patria dopo un lungo esilio in Sudafrica, sembra intenzionato a voler riprendere un ruolo politico attivo a livello nazionale, sfruttando soprattutto la recente elezione della moglie Lalao a sindaco della capitale Antananarivo. Caldeggiato da numerosi imprenditori malgasci, il probabile ritorno di Ravalomanana rappresenta un’ulteriore minaccia per la traballante autorità presidenziale di Rajaonarimampianina e promette di prolungare il pesante clima di instabilità politica nel Paese, tenendo alla larga vitali investimenti esteri e complicando il pieno reintegro del Madagascar all’interno della comunità internazionale.

PROBLEMI ECONOMICI – Ma è soprattuto l’economia malgascia a soffrire per la persistente incertezza nei palazzi del potere di Antananarivo. L’industria turistica, per esempio, stenta a raggiungere i livelli del periodo pre-golpe (circa trecentottantamila presenze nel 2008) e deve anche affrontare la persistente crisi di Air Madagascar, la compagnia di bandiera nazionale con il monopolio sui costosi voli interni verso le principali bellezze naturalistiche dell’isola. Con i bilanci in perdita e soggetta a molteplici interferenze politiche, Air Madagascar è stata infatti protagonista, nelle scorse settimane, di un lunghissimo sciopero del proprio personale che ha sostanzialmente isolato il Paese dal resto del mondo, provocando la cancellazione di oltre il 75% dellle prenotazioni turistiche nell’isola. Un autentico disastro per albergatori e commercianti, già provati dalla spietata concorrenza del vicino Kenya, e uno schiaffo imbarazzante per il Governo, che mira a ospitare oltre un milione di turisti l’anno entro il 2020, diventando di fatto una delle principali mete balneari e naturalistiche dell’Africa orientale. Non a caso il Ministro del turismo Ulrich Andriantiana ha intavolato subito trattative con grandi compagnie internazionali come Air France per aprire nuovi collegamenti aerei con l’estero e per rompere il monopolio di Air Madagascar sulle tratte interne. Ma sinora i risultati di tali colloqui sono stati abbastanza interlocutori, minacciati anche da ulteriori azioni di protesta del personale di Air Madagascar, furioso sia per i bassi salari che per le continue intrusioni politiche nella gestione dell’azienda.

Fig. 2 – Un impianto petrolifero a Tsimiroro, nel Madagascar occidentale

Alle difficoltà del settore turistico si sommano poi quelle dell’agricoltura, danneggiata recentemente da violenti fenomeni alluvionali e dall’antica piaga delle locuste, che ogni anno mette a rischio circa il 40% dei raccolti. E va male anche il settore minerario, colpito duramente dal crollo del prezzo dei metalli (ferro, cobalto, nichel) sui mercati mondiali e dall’incapacità di sviluppare un’industria nazionale capace di soddisfare le crescenti richieste dei Paesi asiatici. La crescita anemica del PIL malgascio negli anni scorsi (+2,4% nel 2013 e +3% nel 2014) non sorprende affatto, quindi, e tiene il Paese ai margini dell’attuale boom economico dell’Africa orientale, contribuendo ad alimentare ulteriormente il clima di incertezza politica ad Antananarivo. Indebolito dall’ostilità parlamentare, il Governo di Ravelonarivo fatica a trovare cospicui finanziamenti esteri per il rilancio dell’economia e per lo sviluppo infrastrutturale del Paese, ancora privo di un sistema stradale moderno e di una rete elettrica efficiente e sostenibile. Con il 92% della popolazione che vive con meno di 2 dollari al giorno, il Madagascar resta una delle nazioni più povere del mondo e le sue richieste economiche vengono spesso ignorate dai Paesi occidentali, poco interessati al futuro di questa grande isola nell’Oceano Indiano.

madagascar foto

Fig. 3 – Campi di riso devastati dalle locuste, che minacciano periodicamente la produzione agricola malgascia

OMBRE CINESI – Il vuoto lasciato dall’Occidente, però, è stato riempito massicciamente dalla Cina, che è diventata negli ultimi anni il principale partner economico di Antananarivo, soprattutto a livello agricolo e minerario. Grandi compagnie alimentari come SUCOMA hanno persino stabilito un vero e proprio monopolio sulla locale produzione di zucchero e vaniglia, mentre il gigante minerario WISCO ha ottenuto importanti licenze per lo sfruttamento di depositi di ferro nel distretto di Soalala, poco lontano dal grande Parco Nazionale di Namoroka. Nel 2011, la piccola comunità cinese locale – presente sull’isola sin dal XIX secolo – ha raggiunto le centomila unità, ingrossata da una massa di businessmen e migranti temporanei provenienti dalla madrepatria in cerca di fortuna. Il flusso annuo di persone dalla Cina è talmente grande che sono stati persino istituiti dal 2008 voli regolari da Antananarivo a Guangzhou, rendendo la capitale del Madagascar uno dei principali aeroporti di riferimento per la Cina in Africa orientale.

Non c’è dubbio che la massiccia presenza cinese ha tenuto a galla l’economia malgascia, stimolando anche il commercio di beni di consumo a basso costo tra la popolazione locale. E a livello finanziario Pechino ha pure investito parecchio per lo sviluppo delle infrastrutture del Paese, donando trecentomila dollari per le vittime delle alluvioni dello scorso febbraio e costruendo un grande ospedale moderno alla periferia di Antananarivo. Tuttavia la maggior parte dei malgasci vede con estrema diffidenza, se non addirittura ostilità, questo crescente coinvolgimento cinese nella propria vita economica, interpretandolo non a torto come una forma spietata di neocolonialismo.

Fig. 4 – Un’immagine del disboscamento intensivo delle foreste malgascie, promosso spesso da compagnie cinesi

L’afflusso costante di prodotti a basso costo dalla Cina ha infatti rovinato la locale industria manifatturiera, mentre i salari pagati dalle aziende cinesi nel settore agricolo sono estremamente bassi, provocando le aperte rimostranze di contadini e lavoratori stagionali. Nel dicembre del 2014 queste rimostranze sono sfociate in una vera e propria sommossa a un impianto per la lavorazione dello zucchero della SUCOMA, repressa poi dall’Esercito con metodi abbastanza brutali. L’evento ha imbarazzato il Governo malgascio e ha provocato le irate proteste dell’Ambasciata cinese ad Antananarivo, preoccupata per la sicurezza dei propri connazionali nell’area dell’impianto. Ma le successive scuse del Governo di Ravelonarivo non hanno fatto altro che alimentare la crescente rabbia di molti agricoltori malgasci verso l’arroganza dei cinesi e i metodi insostenibili fatti da loro adottare nelle campagne. Metodi che privilegiano la produzione di massa a spese della qualità del prodotto, violando le tradizioni locali e rendendo il terreno sempre meno fertile con il passare dei raccolti.

A tali dispute agricole si aggiungono poi gli espropri spesso illegali – compiuti dalla WISCO a supporto delle proprie attività minerarie nel Soalala – e la massiccia pesca di frodo condotta da pescherecci cinesi e coreani al largo delle coste orientali del Madagascar, che sta mettendo a rischio la sopravvivenza economica di numerose comunità locali. Per non parlare infine del lucroso commercio illegale di legname pregiato verso i porti di Hong Kong e Shanghai, condotto in spregio delle convenzioni internazionali a difesa del patrimonio forestale malgascio e dell’impatto devastante di tale traffico sul delicato ecosistema dell’isola. Non stupisce quindi la crescente ostilità della popolazione locale verso la Cina, alimentata anche da incomprensioni e pregiudizi culturali. Da parte sua il Governo di Antananarivo non sa come gestire tale situazione e sembra al momento oscillare tra arrendevolezza nei confronti di Pechino e ricerca di partner economici alternativi. Ma senza una chiara risoluzione dell’attuale crisi politica del Paese quest’ultima opzione appare di difficile realizzazione, soprattutto nel breve periodo. Per adesso il Madagascar non può quindi fare a meno dell’invadente “abbraccio” cinese, a dispetto delle sue molteplici ambiguità e pericolose contraddizioni.

Un chicco in più

Per approfondire alcuni temi dell’articolo, si segnalano un interessante reportage del Guardian sul traffico illegale di legname malgascio verso la Cina e una dettagliata infografica del sito Environmental Justice Atlas sul fenomeno della pesca di frodo nelle acque del Madagascar. 

Foto: FAOemergencies

Foto: Hugo90

2 comments
Salvatore Zoroddu
Salvatore Zoroddu

Buonasera Sign. Simone Pelizza, 

  mi chiamo Salvatore Zoroddu, sono un Geografo Nuorese nato a Brescia. 

Per passione, studio quello che io definisco il Continente Austronesiano, termine che dovrebbe essere sinonimo di Oceania ( dico così, perchè confrontandomi ho sentito anche opinioni diverse al riguardo ). 

In questo periodo, mi sto occupando delle relazioni storiche tra Madagascar, isole vicine, Indonesia e Malesia. 

Ho letto con molto interesse il Suo articolo, ritengo che la Cina imperialista abbia, in maniera nociva, allungato i propri tentacoli su vari territori ( vedi caso Penisola Indocinese ), creando non pochi problemi.  

A parer mio, l'unico modo affinchè questa terra bellissima riacquisti sovranità, è recuperare le proprie radici e la propria identità, reimpostando un sistema economico e sociale basato sulla tradizione ( vedi la cooperazione tra le varie tribù Malgasce, tipo i Merina ), e sulla solidarietà nazionale. Una mossa iniziale per la salvaguardia e valorizzazione della sua essenza e del suo patrimonio, potrebbe essere geopolitica, cioè riallacciare rapporti con Paesi facenti parte l'Insulindia, poichè la storia di quest'isola, nodo cruciale tra Africa ed Oceania, è altamente correlata con le popolazioni Maleo - Polinesiane. Non a caso, l'Australia lo sta capendo, visto che ha moltissimi interessi nell'Oceano Indiano, ove sta giocando un ruolo da protagonista.

Quindi concludo affermando che l'unico futuro per il Madagascar è la ricerca di un nazionalismo solidale all'interno dell'Austronesia.  

Grazie per avermi lasciato esprimere! 

Salvatore Zoroddu. 

Simone Pelizza
Simone Pelizza

@Salvatore Zoroddu  Gentile Signor Zoroddu,

La ringrazio molto per il bel commento al mio articolo sul Madagascar. Confesso di non essere un esperto della storia etnografica e culturale dell'isola, ma concordo piu' o meno con le sue conclusioni. Per uscire dalla crisi il Madagascar deve cercare una maggiore integrazione nell'area dell'Oceano Indiano, puntando successivamente a una possibile proiezione verso il Pacifico. Il problema e' che il paese e' estremamente debole, sia a livello politico che economico, e la sua posizione relativamente periferica lo rende un partner poco interessante per le maggiori potenze della regione, incluse India e Australia. Al momento l'unica opzione realistica per il governo di Antananarivo sembra essere un riavvicinamento con l'Occidente in modo da bilanciare la massiccia (e spesso invasiva) presenza cinese sul proprio territorio. Ma i rapporti con la Francia, ex potenza coloniale, sono abbastanza conflittuali al momento ed e' difficile attirare l'attenzione economica di Stati Uniti e UE verso l'isola, soprattutto dopo l'esperienza del colpo di stato del 2009.  Insomma, il governo malgascio si trova in una posizione molto fragile e incerta, cosa che rende difficile lo sviluppo di una strategia di ampio respiro come quella suggerita nel suo interessante commento. 

Cordiali saluti, 

Simone Pelizza