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Iraq e Siria dopo Ramadi e Palmira

Dopo la presa di Ramadi in Iraq e Palmira in Siria, lo Stato Islamico ha di nuovo attirato l’attenzione internazionale. Ma qual è la situazione sul terreno? Vediamola in 10 punti.

1. MEDIA IN TRAPPOLA – Dopo settimane nelle quali lo Stato Islamico (Daesh) veniva definito “in difficoltà” in Iraq e Siria a causa delle notizie sulla sorte dei suoi leader (al-Baghdadi gravemente ferito, il suo vice e prima ancora il tesoriere uccisi…) e delle avanzate dei Curdi in territorio siriano, oltre che della perdita di Tikrit, due colpi hanno invece fatto ritornare l’attenzione dei media sui suoi successi. Ramadi e Palmira, infatti, oltre all’effettivo significato strategico, hanno anche un valore propagandistico, che ha permesso di riportare il discorso dalle debolezze dello Stato Islamico alla sua pericolosità. Nella battaglia mediatica, esso è riuscito nuovamente ad attirare i media occidentali “in trappola”, facendoli parlare di ciò che voleva.

2. PALMIRA – Palmira non è solo un centro utile per dirigersi verso Damasco, ma anche sede di un carcere dove erano detenuti numerosi oppositori del regime di Bashar Assad e, soprattutto, bersaglio dall’altissimo impatto mediatico a causa delle rovine archeologiche di epoca romana. Infatti, l’attenzione al riguardo da parte dei media internazionali è stata massima (in effetti, anche superiore a quella normalmente accordata a stragi ben più gravi…), cosa che ha permesso, appunto, di distogliere lo sguardo dalle difficoltà dello Stato Islamico. Più prosaicamente, la conquista di un sito archeologico consente il recupero e la vendita di reperti al mercato nero, oggi un’importante fonte di finanziamento per gli uomini di al-Baghdadi.

Syria Army foto
I combattimenti in Siria spesso si concentrano nelle zone abitate

3. RAMADI – Ramadi è invece una città dove si combatteva già da tempo, e la cui caduta non era per nulla imprevedibile. Le truppe irachene erano demotivate, male armate e non ricevevano cambio o rinforzi da mesi. In più lo Stato Islamico ha usato massicciamente la sua “artiglieria” – veicoli corazzati casalinghi imbottiti di esplosivo, potenti abbastanza da distruggere interi isolati. Vengono usati per sfondare i punti fortificati avversari e sono difficili da fermare. Finora solo i Curdi avevano armi anticarro idonee che, non a caso, venivano fornite dall’Occidente, e che gli USA intendono ora inviare anche al Governo iracheno.

4. FORTE CON I DEBOLI, DEBOLE CON I FORTI – Gli eventi di Ramadi e Palmira non devono infatti distogliere dalla realtà globale della situazione. Lo Stato Islamico è ancora un nemico temibile, ma appare capace di avanzate solo contro avversari già indeboliti: il regime di Assad – le cui forze armate sono sempre più provate, più isolate tra loro e più a corto di soldati (tanto da avere sempre più bisogno delle milizie sciite controllate dall’Iran, come Hezbollah) – o il Governo iracheno, le cui forze armate hanno ancora forti problemi di organizzazione ed efficienza. Sta invece affrontando forti difficoltà contro i Curdi, che continuano a respingerlo e a recuperare posizioni sia in Siria sia in Iraq. Per questo cerca in ogni modo di spostare l’attenzione mediatica altrove: per nascondere i propri insuccessi.

5. ORA TOCCA A BAGHDAD? – Risulta tuttavia fuori luogo la paura, paventata da molti media, che «ora tocchi a Baghdad». La capitale irachena subisce spesso attacchi terroristici, ma lo Stato Islamico, per avanzare, dovrebbe affrontare le cinture di sicurezza create con l’aiuto iraniano, sconfiggere le più motivate milizie sciite (si parla di 60.000 uomini, più di quanti l’Isis ne schieri in totale, anche se con qualità da verificare) e, probabilmente, fronteggiare una maggiore opposizione dell’aviazione alleata. Semplicemente, oggi lo Stato Islamico non ne ha la forza militare. Questo anche perché, bisogna ricordarlo, Ramadi era una città sunnita, mentre Baghdad ospita milioni di sciiti, molti dei quali non accetterebbero la sconfitta, ma combatterebbero casa per casa. Per lo Stato Islamico, dunque, minacciare Baghdad ha un valore mediatico più forte del provare davvero una conquista che sarebbe impossibile.

Bashar Assad foto
Quanto ancora può resistere Bashar Assad?

6. E DAMASCO? – Diversa la questione di Damasco. Il problema qui non è tanto che lo Stato Islamico si stia rivelando particolarmente forte, quanto che Assad si sta mostrando sempre meno capace di controllare il proprio territorio. L’esercito siriano ha subito perdite enormi in questi anni, oltre alle varie defezioni, e se non fosse per la milizia sciita Hezbollah il regime sarebbe probabilmente già caduto. Gli uomini di Assad sono generalmente molto scoraggiati, gli ufficiali demotivati e la difesa male organizzata, soprattutto quando si scontra con avversari decisi come i miliziani dello Stato Islamico. Damasco non è ora in pericolo diretto, ma è il regime in sé ad essere progressivamente meno capace di difendere le zone sotto il proprio controllo.

7 . NIENTE “RISVEGLIO”? – Perché in Iraq e in particolare nella provincia di Anbar (la cui capitale è proprio Ramadi) non si è avuto nuovamente quel “risveglio”, cioè la sollevazione delle tribù sunnite locali che nel 2009-2011 aveva permesso di sconfiggere quasi completamente l’allora al-Qaeda in Iraq? Perché le condizioni oggi sono diverse e racchiudono quella che risulta essere una delle problematiche principali della lotta contro lo Stato Islamico nel Paese.

8. IL PROBLEMA DIETRO RAMADI – I Sahwa (Consigli del Risveglio, ovvero le milizie sunnite) di Anbar avevano ricevuto dagli USA fondi, armi e soprattutto convincenti promesse di una fine di quella che era stata l’emarginazione dei sunniti dopo la caduta di Saddam Hussein, proponendo, dunque, una maggior inclusione sociale, politica ed economica nel Paese (ad esempio una partecipazione al Governo, la possibilità di tornare al lavoro e nelle Forze armate, una fetta dei proventi del petrolio). Ma l’ex-premier Nouri al-Maliki, sciita, si era poi rimangiato tali promesse e aveva ripreso una politica settaria a danno dei sunniti. Se a questo aggiungiamo la presenza di così tante milizie sciite in appoggio al Governo di Baghdad e la loro tendenza a compiere rappresaglie contro l’intera comunità sunnita, e non solo contro i miliziani dello Stato Islamico, allora capiamo bene come mai le promesse del premier Haydar al-Abadi suonino di dubbia credibilità. Per quanto il Governo dello Stato Islamico sia infatti negativo, l’alternativa a volte pare peggio. Questo rende difficile costruire un nuovo fronte comune anti-terrorismo anche tra i sunniti di Anbar.

Suleimani foto
Il generale iraniano Qassem Suleimani

9. INTERFERENZA IRANIANA – E’ indubbia l’interferenza iraniana nell’intera questione. Teheran appoggia i suoi alleati sciiti, Assad in Siria e il governo di al-Abadi in Iraq, tramite l’invio diretto di truppe o l’appoggio a milizie locali sotto la propria influenza; il generale Suleimani (a capo della Forza Qods dei Pasdaran iraniani) è spesso visto sul campo per ispirare le truppe e per motivi di propaganda. In altre parole, l’Iran non è interessato necessariamente alla stabilizzazione e al ripristino della concordia, ma principalmente a mantenere la propria influenza su questi Paesi. I suoi rivali (in particolare l’Arabia Saudita e la Turchia) vogliono il contrario. Davanti a Paesi che, come in Libia, vedono lo scontro come un gioco a somma zero, risulta difficile formulare strategie che portino a quei compromessi necessari per uno sforzo unito contro lo Stato Islamico.

10. CONFLITTO? NO, CONFLITTI – Ne deriva una conclusione chiara e al tempo stesso di difficile realizzazione. Per sconfiggere lo Stato Islamico e, soprattutto, evitare che dalle sue ceneri possa successivamente rinascere qualcosa di simile, come già successo, il conflitto settario va risolto. Questo, però, implica fermare o limitare in primo luogo il conflitto regionale tra i due Paesi che maggiormente lo fomentano: Iran e Arabia Saudita. Non un obiettivo facile.

Lorenzo Nannetti

Un chicco in più

Per approfondire sulle nostre pagine:

Per una spiegazione più dettagliata delle cause che hanno portato alla caduta di Ramadi, specchio dei problemi che le Forze di sicurezza irachene affrontano nel combattere lo Stato Islamico, suggeriamo il seguente articolo, ben documentato:

http://musingsoniraq.blogspot.it/2015/05/why-did-iraqs-ramadi-fall-to-islamic.html 

Foto: Jose Javier Martin Espartosa

Foto: AslanMedia

Foto: Dimashqi Lens ( Take a look on Syria)

Foto: © Libyan Soup

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