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Il secondo panel - foto dell'autore

Il futuro della Libia

Il 7 maggio scorso si è svolto al CASD a Roma una tavola rotonda incentrata sulla situazione in Libia e su quale strategia potrebbe tenere l’Italia, in particolare rispondendo a una domanda: che fare se la diplomazia fallisce nell’ottenere un accordo i governi di Tobruk e Tripoli?

INCONTRO AL MINISTERO – Il 7 maggio 2015 si è svolto a Roma la tavola rotonda “La Libia e il futuro della sicurezza del Mediterraneo”, presso il Centro Alti Studi della Difesa (CASD), al quale hanno partecipato numerosi esponenti del mondo politico arabo e italiano oltre a membri delle Forze Armate. L’evento ha rappresentato l’occasione per un franco scambio di vedute sulla critica situazione della sponda sud del Mediterraneo. I singoli interventi infatti hanno dato una serie di interessanti indicazioni sulle posizioni dei vari attori coinvolti.

DIFFERENZE DI VEDUTE – Una cosa è apparsa subito netta: la differenza di visione tra chi, tra i presenti, era intenzionato a vedere l’Italia prendere decisioni di appoggio al legittimo governo di Tobruk, e il governo italiano, che spingeva per la soluzione diplomatica tra Tobruk e Tripoli.

Le posizioni dei partecipanti rappresentavano queste due idee sulla strategia: da un lato la forte richiesta dei paesi dell’area di una maggiore collaborazione con il legittimo governo di Tobruk, dall’altro la posizione del governo italiano, fermo nel considerare il dialogo tra le parti come strategia fondamentale. E’ però l’analisi degli interventi a fornirci qualche indicazione e spunto di riflessione in più.

“AIUTATE IL GOVERNO LEGITTIMO” – Gli esponenti dei Paesi arabi hanno sostanzialmente tutti affermato lo stesso principio: l’Europa in generale e l’Italia in particolare non dovrebbero trattare il governo legittimo di Tobruk e quello concorrente di Tripoli allo stesso modo, bensì appoggiare più apertamente il primo. Da qui da un lato l’uso di diplomazia ma senza mettere tutti sullo stesso piano. Dall’altro però è stato menzionato più volte la necessità di appoggiare in maniera più forte l’esercito libico guidato da Khalifa Haftar, tramite la fornitura di mezzi, fondi, addestramento. Nessuno ha richiesto un intervento diretto europeo – giudicato potenzialmente dannoso – perché la parola d’ordine è stata: i problemi in Libia devono essere risolti sul campo dai Libici. Questo messaggio è stato espresso sia in maniera diplomatica sia, da alcuni, in maniera molto esplicita.

L'intervento di Mohammed Dahlan - foto dell'autore
L’intervento di Mohammed Dahlan – foto dell’autore

Del resto la cosa non deve stupire. Se da un lato un maggiore appoggio ad Haftar e a Tobruk è considerato necessario (nessuno si illude possa farcela da solo ora), dall’altro non c’è alcun interesse nell’avere una forte presenza occidentale nel Paese – perché questo rischierebbe di alterare troppo l’influenza di altri Paesi nel futuro della Libia. A tal riguardo molti sono stati i riferimenti (impliciti ma chiari) contro l’appoggio esterno di Turchia e Qatar alle milizie di Misurata e a Tripoli, ma altrettanto chiaro è stato il non considerare l’influenza egiziana o degli Emirati Arabi Uniti detrimente allo stesso modo – comprensibilmente visto che gli intervenuti rappresentavano gli interessi di questi ultimi Paesi.

“PREFERIAMO IL DIALOGO” – L’Europa stessa non è interessata a intervenire direttamente su suolo libico anche se la maggiore divergenza rimane proprio sul lato diplomatico, come espresso dal sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova. E’ stato infatti rimarcato l’impegno al dialogo tra Tripoli e Tobruk, con un chiaro riferimento al fatto che questa sia considerata ora la via principale da perseguire, chiudendo di fatto la porta ad altre alternative. Certamente è da comprendere come questa sia la posizione ufficiale dell’Italia e come, in tale sede, non potesse essere espressa altra linea se non questa proprio per non compromettere gli sforzi diplomatici.

Il sottosegretario Della Vedova illustra la posizione italiana - foto dell'autore
Il sottosegretario Della Vedova illustra la posizione italiana – foto dell’autore

CHE FARE SE L’ACCORDO NON ARRIVA? –  Il punto chiave però è stato quello espresso dagli altri partecipanti alla Tavola Rotonda, in particolare il Presidente del comitato Atlantico Italiano (e dell’Atlantic Treaty Association) Fabrizio W. Luciolli, dall’onorevole Fabrizio Cicchitto e dall’onorevole Gea Schirò: se da un lato è vero che la linea del dialogo tra le parti è sicuramente molto importante, davanti al proseguire dello stallo negoziale quanto ancora bisogna essere pazienti? In altre parole, come ha indicato Cicchitto, quando la pazienza da virtù si trasforma in difetto, cioè consente alla situazione di peggiorare oltre modo?

Questa domanda non è per nulla banale nel momento in cui si pensa alla necessità, per l’Italia e l’Europa, di avere una strategia che non sia unicamente limitata alla gestione dell’immigrazione nel Mediterraneo (sulla quale, come è stato detto durante l’incontro riprendendo proprio quanto da noi espresso al riguardo, il discorso è ben più complesso del solo Mediterraneo) e si teme, come avvenuto in Siria, che una strategia attendista (o una sua mancanza) non faccia altro che peggiorare la situazione sul campo.

LA POSIZIONE EGIZIANA – Cosa fare allora? Sicuramente esiste un forte interesse degli attori regionali a risolvere la partita a proprio modo. Lo ha espresso bene l’ambasciatore egiziano el-Orabi: l’Egitto è già intervenuto ed è disposto ad intervenire ancora. Del resto la sicurezza dei confini contro le infiltrazioni estremiste è fondamentale per un paese che è già pesantemente impegnato nel Sinai contro gli affiliati locali allo Stato Islamico e vuole fermare eventuali minacce analoghe provenienti dalla Libia. Non a caso l’Egitto sta cercando di mediare un’intesa tra le tribù libiche per contrastare le milizie islamiste, sta raccogliendo una coalizione regionale e, apertamente, sta cercando l’assenso ONU a un intervento più plateale.

SCELTE DIFFICILI – Eppure la lezione irachena insegna che l’appoggio a solo una delle parti in un contesto socio-politico così complesso rischia di peggiorare le cose sul lungo periodo. Per l’Italia quindi la necessità di spingere sulla via diplomatica, come i maggiori analisti del Paese hanno spiegato, ma anche verificare la possibilità di “aiutare la diplomazia” e di garantirsi nel caso fallisca o lo stallo si protragga all’infinito, perché ad oggi non esiste alcun piano definito su questa eventualità.

Il logo del Comitato Atlantico Italiano
Il logo del Comitato Atlantico Italiano

A tal proposito è bene ricordare il punto centrale dell’intera vicenda. Esiste una differenza fondamentale tra la visione italiana – che vuole la stabilizzazione anche a prezzo di qualche compromesso – e quella di molte potenze regionali – che vogliono la stabilizzazione ma alle loro condizioni, primariamente nessun compromesso con le potenze regionali rivali (Turchia principalmente, parzialmente Qatar) in quella che oggi è una grande partita di ridefinizione delle influenze nell’intera regione mediorientale e nordafricana. In uno scenario che non vede così scontata la vittoria della fazione di Tripoli anche se appoggiata dagli alleati, ma con la necessità di agire e non solo reagire agli eventi, l’Italia deve evitare di diventare strumento degli interessi altrui, ma anche non permettere che l’instabilità continui così tanto da fornire ulteriori spazi per la crescita di gruppi terroristi.

Lorenzo Nannetti

 

Un chicco in più

La tavola rotonda è stata organizzata dal Comitato Atlantico Italiano, in cooperazione con “Abhath” al Thuraya Consultancy and Researches e Mediterranean-Gulf Forum. Tra i partecipanti:

 

Primo panel: Chairman S.E. Michael Frendo (Presidente del Parlamento e già Ministro degli Affari Esteri di Malta)

S.E. Abdul Ilah Khatib (già Inviato Speciale ONU in Libia e Ministro degli Esteri di Giordania)

S.E. Mohammed Dahlan (già Ministro di Stato per la Sicurezza Interna e Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’ANP, ex- uomo forte di Fatah a Gaza e ora in esilio negli Emirati Arabi Uniti, ai quali è considerato molto vicino)

On. Abdelaziz Kotti (membro dell’Assemblée des Représentants du Peuple di Tunisia)

Dr. Noman Benotman (Presidente della Quilliam Foundation)

 

Secondo panel: Chairman Prof. Fabrizio W. Luciolli (Presidente del Comitato Atlantico Italiano e dell’Atlantic Treaty Association)

Sen. Benedetto Della Vedova (Sottosegretario agli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale)

On. Fabrizio Cicchitto (Presidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati)

On. Gea Schirò

Ambasciatore Mohammed el-Orabi (già Ministro degli Affari Esteri di Egitto)

Min. Plen. Mustafa Ali Rugibani (Incaricato d’Affari, Ambasciata di Libia presso la Santa Sede)

I Panelists
I Panelists – Da sinistra a destra: ?, Cicchitto, Rugibani, Luciolli, Dahlan, Khatib, Schirò, el-Orabi, Frendo, Kotti, Benotman (foto del’autore)
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