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Cartello indicante un'area a rischio tsunami
Cartello indicante un'area a rischio tsunami

L’impegno dell’Asia nel ridurre i rischi di disastri naturali

In 3 Sorsi – L’Asia è tra i principali responsabili dell’inquinamento mondiale e, contemporaneamente, il più soggetto a devastanti disastri naturali. Nell’ultimo decennio, l’impegno dei governi del continente nel prevenire le calamità e minimizzarne gli impatti è progressivamente aumentato e una maggiore sensibilizzazione al problema del cambiamento climatico pare stia prendendo piede tra la popolazione locale. Da Bangkok a Sendai, un’analisi della strategia asiatica di prevenzione e riduzione dei rischi 

1. AL DI LÀ DEL PIL– Si fa spesso riferimento al continente asiatico come alla “locomotiva” dell’economia globale per via del suo rapido sviluppo che ha avuto inizio al principio del nuovo millennio. Eppure, come molte volte è accaduto nel corso della storia, una crescita economica galoppante deve fare prima o poi i conti con le sue inevitabili conseguenze. Il processo di urbanizzazione incontrollato e l’incremento dei livelli di inquinamento della terra, delle acque e dell’aria fanno il paio con l’aumento delle calamità naturali, le quali continuano con maggior intensità a devastare intere regioni e mettere in ginocchio centinaia di migliaia di persone in Asia. Se è vero che negli ultimi dieci anni sono stati fatti enormi progressi nel ridurre i rischi di disastri naturali, è altrettanto corretto rilevare come gli Stati asiatici – in particolar modo, quelli con alti tassi di crescita – non abbiano ancora compreso appieno le potenziali incognite derivanti da uno sviluppo economico sconsiderato che non tiene conto delle esigenze ambientali. Non si tratta soltanto di un problema sociale o idrogeologico, bensì economico: il disastro naturale non è di per sé uno shock esterno, ma risulta essere un fattore determinante nell’influenzare in negativo le politiche di sviluppo che alimentano i motori delle economie asiatiche. Il riconoscimento di tale tesi ha trovato un primo riscontro ufficiale nello Hyogo Framework for Action 2005-15 (HFA), documento delle Nazioni Unite redatto nel 2005 che dava assoluta priorità alla riduzione dei rischi di disastri naturali nel mondo, con particolare attenzione alle zone generalmente più colpite dalle devastazioni. In concreto, la strategia ivi contenuta si proponeva di minimizzare il più possibile gli impatti derivanti da terremoti, tsunami, tifoni, inondazioni e si fondava su due importanti elementi: la prevenzione ex ante (risk disaster prevention) e l’intervento ex post (risk disaster management). Lo HFA sanciva di fatto una condivisione di intenti tra gli Stati partecipanti sul tema della gestione dei disastri ambientali, dichiarazioni di principio che tuttavia proprio a causa del loro carattere generale non hanno trovato concreta applicazione.

2. LA RISPOSTA DEI GOVERNI ASIATICI – Nonostante siano ancora irraggiungibili gli standard occidentali di prevenzione e gestione dei rischi, lo HFA ha avuto se non altro il merito di dare una scossa a molti governi dell’Asia-Pacifico sulla necessità di allestire piani di intervento nazionali attivabili in caso di calamità naturali. Ne è prova l’Indian Ocean Tsunami Warning System, un sistema congiunto di allerta tsunami istituito all’indomani del devastante maremoto che colpì il sud-est asiatico nel Dicembre 2004. Tale meccanismo può essere considerato un’eccezione in un’area del globo che deve fare i conti con seri problemi di povertà e disuguaglianza, nondimeno la volontà di garantire condizioni di vita accettabili alle popolazioni si è manifestata nel corso della “VI Conferenza ministeriale asiatica sulla riduzione dei rischi di disastri naturali nella regione Asia-Pacifico”, tenutasi a Bangkok nel Giugno dello scorso anno. In questa sede, le delegazioni di alcuni Stati dell’area (con la pesante assenza della Repubblica Popolare Cinese) hanno lavorato assieme ad organizzazioni regionali, ONG, centri universitari e vari altri soggetti interessati alla redazione di un documento finalizzato ad apportare un notevole contributo ai negoziati per un nuovo accordo di riduzione dei rischi di disastro naturale. Nello schema disposto dalla Conferenza di Bangkok compaiono sette linee-guida, due delle quali hanno carattere di novità: una fa riferimento al miglioramento delle risposte di intervento a livello sia nazionale che locale, prestando particolare attenzione ai soggetti più deboli quali donne, bambini, anziani e disabili; l’altra, invece, auspica una partnership pubblico-privato per la ricostruzione di case, ospedali, scuole e altre infrastrutture di interesse strategico devastate dalle calamità, secondo il principio del “building back better”. Oltre a ciò, strettamente collegato al progresso scientifico e tecnologico, l’Asia-Pacific input document considera prioritario l’impegno volto a sensibilizzare ed informare le popolazioni locali dei rischi derivanti da disastri naturali (c.d. understanding disaster risks). Tuttavia, tale azione richiederebbe preparazione, trasparenza e libero accesso alle informazioni, cose di cui le comunità rurali spesso non dispongono.

sendai

Ban-Ki Moon alla Conferenza di Sendai

3. DA BANGKOK A SENDAI – Il documento di Bangkok è stato presentato alla “III Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla riduzione dei rischi di disastri naturali”, svoltasi a Sendai lo scorso Marzo. Al termine dei lavori, è stata adottato il Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015-30 (SFDRR), un accordo non vincolante approvato dall’Assemblea Generale dell’ONU che rimpiazza lo HFA. Rispetto a quest’ultimo, il SFDRR innova su una serie di importanti questioni: anzitutto, la condivisione del rischio tra i governi e i vari portatori di interesse nazionali, sia pubblici che privati; in secondo luogo, una risposta univoca ad un problema globale; in terzo luogo, lo sviluppo di strategie congiunte di coordinamento e monitoraggio tra i Paesi. In aggiunta, il documento presenta sette obiettivi di massima da raggiungere entro quindici anni. In questo senso, il SFDRR è visto dagli esperti come un progetto ambizioso, ma destinato a cozzare con la realtà dei fatti: ad esempio, è subentrato il problema di chi contribuirà effettivamente al finanziamento del fondoper la prevenzione dei rischi di calamità. Attualmente, solo il Giappone– Paese all’avanguardia in tema di risk governance– ha promesso di mettere sul tavolo 4 miliardi di dollari nei prossimi quattro anni. Proprio il Paese del Sol Levante potrebbe offrire un modello replicabile in ogni angolo del continente asiatico.

Raimondo Neironi

Un chicco in più 

Secondo Axel van Trotsenburg, vicepresidente dell’ufficio della World Bank per l’Asia-Pacifico, negli ultimi trent’anni le calamità naturali hanno provocato 2,5 milioni di vittime e danni per un totale di 4 mila miliardi di dollari.

 

 

 

 

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