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La manifestazione contro il terrorismo alla quale hanno partecipato decine di migliaia di tunisini.

La Tunisia contro il terrorismo

A distanza di venti giorni dall’attentato che ha scosso il Paese, la Tunisia, culla della Primavera Araba, cerca di proseguire lungo il percorso iniziato quattro anni fa. Tuttavia, tra fattori interni e esterni, la strada non sembra priva di difficoltà.

LA RIAPERTURA DEL MUSEO – Il 30 Marzo, a soli dodici giorni dall’attentato che ha scosso il Paese, le autorità tunisine hanno stabilito la riapertura del museo del Bardo. La rapidità con cui questa decisione è stata presa dev’essere interpretata alla luce della posizione governativa, che fin da subito si è dichiarata contro ogni forma di terrorismo e estremismo. I visitatori – pochi a dir la verità – che in questi giorni hanno sfidato i rigidi controlli e la paura di nuovi attacchi, hanno potuto accedere nuovamente alle sale dove il 18 Marzo un commando di tre terroristi – di cui due uccisi dal blitz delle forze speciali tunisine – aveva creato il panico uccidendo 22 persone. Il danno economico e d’immagine che quest’attentato ha causato al Paese non è ancora calcolabile, ma le agenzie turistiche registrano già numerose cancellazioni e le navi da crociera hanno sospeso la Tunisia dalle tappe previste.

LA MARCIA CONTRO IL TERRORISMO – Sulla scia della reazione agli attacchi alla redazione del giornale satirico di Charlie Hebdo in Gennaio, il 29 Marzo è stata indetta una manifestazione contro il terrorismo alla quale hanno partecipato decine di migliaia di cittadini tunisini. Insieme a loro numerosi leader politici internazionali – tra cui il Presidente francese François Hollande il Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi – si sono schierati in sostegno al governo del Primo Ministro Habib Essid. Al grido di “Le monde est Bardo” (Il mondo è Bardo) e “Je suis Bardo” (“Io sono Bardo”), i manifestanti hanno sfilato per le vie della capitale. Un mare di bandiere bianche e rosse ha invaso la città per mostrare al mondo intero che, come il presidente della Repubblica tunisina Caid Essebsi ha affermato, il Paese non ha paura del terrorismo e che la popolazione tunisina è unita e decisa nel combattere ogni forma di violenza. Una marcia per rassicurare la popolazione, ma anche l’Unione Europea, che per ovvi motivi geopolitici non può restare indifferente. Una possibile deriva dello stato tunisino rischierebbe di mettere in serio pericolo la sicurezza dell’intero bacino mediterraneo e, vista la vicinanza con le coste italiane, non è da escludere una possibile penetrazione di potenziali terroristi nel continente europeo.

Il presidente francese Hollande alla marcia contro il terrorismo che si è svolta a Tunisi

LE INDAGINI SULL’ATTENTATO – Quest’attentato, uno dei peggiori in termini di perdita di vite umane negli ultimi anni della storia del Paese, rischia di mettere a dura prova la fragile democrazia tunisina. Secondo gli investigatori che si occupano del caso, i terroristi che hanno compiuto il massacro al museo del Bardo farebbero parte del gruppo terroristico tunisino Katibat Okba Ibn Nafaa, che pochi mesi fa avrebbe giurato fedeltà allo Stato Islamico (ISIS) e sarebbe stato legato ad Al Qaeda in Maghreb (AQIM). Questo gruppo, che già in passato si è macchiato di violenti attacchi contro le Forze Armate tunisine (Luglio 2013 e Luglio 2014) avrebbe formato i terroristi in alcuni campi d’addestramento in Libia, al confine con la Tunisia. Nonostante l’attacco sia stato rivendicato anche dallo Stato Islamico, il Primo Ministro Essid ha confermato che le Forze Armate hanno compiuto un blitz nel sud del Paese in una base del gruppo Okba Ibn Nafaa, in cui sono stati uccisi alcuni dei leader. A lato di questa operazione delle forze speciali, si registrano numerosi arresti di individui presumibilmente legati all’attentato del museo del Bardo.

LA SITUAZIONE POLITICA – Tunisi vuole proseguire per la strada intrapresa all’indomani della Primavera Araba. Tra tutti gli stati del Maghreb e del Mashrek, il processo democratico messo in atto in Tunisia è il più riuscito e compiuto dell’area. A differenza di Libia, Siria, Yemen, dove la violenza ha portato a conseguenze disastrose, con guerre civili e migliaia di morti, in Tunisia il cambiamento politico è stato pressoché pacifico, lo spargimento di sangue minimo e la situazione socio-politica è molto diversa rispetto al caos che si registra altrove. Dopo la caduta del regime di Ben Ali, sono state indette libere elezioni democratiche ed è stata redatta una nuova Costituzione. L’attenato del 18 Marzo rischia però di compromettere tutti gli sforzi compiuti in questi quattro anni. La fragilità della democrazia tunisina avrà bisogno del sostegno degli alleati – europei in primis – per evitare un eventuale fallimento dello Stato. A questo proposito, il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha confermato l’impegno italiano sia dal punto di vista economico che sul fronte sicurezza. L’Italia ha infatti cancellato il debito di circa 25 milioni di euro che la Tunisia aveva contratto negli anni e annuncia la possibilità di stringere accordi per uno sfruttamento energetico dell’area nord-africana che coinvolga anche la Tunisi. In secondo luogo, il Ministro Gentiloni conferma che la fragilità della Libia è un problema comune con Tunisi, in particolare per gli scarsi controlli delle frontiere e la presenza di gruppi autoproclamatisi parte dello Stato Islamico. Per questo motivo, è stata già instaurata « una collaborazione tecnica di sorveglianza alla frontiera tra Tunisia e Libia, a cui l’Italia fornisce assistenza tecnica attraverso sistemi di visori ».

LA GEOPOLITICA ATTUALE – La situazione politica della regione è altamente instabile. L’avanzata dello jihadismo internazionale è arrivata fino in Libia. Dopo aver guadagnato terreno in Iraq e Siria, l’ISIS ha sfruttato la debolezza dello stato libico per infiltrarsi in piccoli, ma rilevanti spazi fisici e politici lasciati dai due contendenti principali, incapaci di garantire il controllo pieno del territorio. Alla luce dell’annunciato sostegno italiano e europeo, la battaglia da vincere sembra essere quella che si sta svolgendo attualmente in Libia che, assieme alla Tunisia, è la porta di entrata del Mediterraneo centrale verso l’Europa. La porosità delle frontiere libiche è causa di numerosi problemi che rischiano di scatenare il caos anche in Tunisia. Al problema delle milizie jihadiste locali, si deve aggiungere quello dei cosiddetti foreign fighters, combattenti che si sono recati nelle zone di guerre siriane e che hanno nel frattempo fatto ritorno in patria. Secondo alcune fonti, la Tunisia ospiterebbe ad oggi circa 3 mila foreign fighters che possono potenzialmente creare seri problemi di sicurezza in patria, ma non solo. I tragici eventi di Parigi dello scorso Gennaio ne sono una conferma.

Carlo Bottacini

Un chicco in più

La complessa serie di trasformazioni politiche cominciate a cavallo tra il 2010 e il 2011, nota con il nome di Primavera Araba, è  nata proprio in Tunisia. Un singolo evento, come l’immolazione di Mohamed Bouazizi, é stata la scintilla che ha scatenato rivolte più o meno pacifiche nell’intera regione medio-orientale.

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