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Hot Spot: l’Italia in Libia

Hot Spot – La crisi libica ha stimolato un vivace dibattito nelle ultime settimane, ma il nostro Paese è di fatto impreparato ad affrontare le complesse sfide internazionali a causa dell’incapacità di pianificare nel lungo periodo. Questo speciale si propone di illustrare quali sono le principali criticità che l’Italia dovrà affrontare suo malgrado e quali le possibili prospettive

I contenuti seguenti sono anche alla base di un prodotto più complesso, l’analisi previsionale “The Libyan crisis and Italy’s national security“, nata nell’ambito del partenariato tra Il Caffè Geopolitico e Hozint – Horizon Intelligence, una società di consulenza specializzata in raccolta e monitoraggio di informazioni su sicurezza e stabilità di tutti i Paesi con metodologie dedicate basate su fonti open source.
I nostri autori hanno trattato tre temi principali: le minacce dell’ISIS per il nostro Paese, il dibattito istituzionale a livello nazionale e internazionale, le conseguenze di un possibile intervento militare italiano. Per ogni tema sono state identificate le principali problematiche, analizzandone il contesto, le dinamiche e le prospettive.

L’Italia e la minaccia dell’ISIS

Il recente successo dello Stato Islamico in Libia – di M. Arnaboldi

  • Contesto 
  • Dinamiche 
  • Prospettive 
Mentre il sedicente Stato Islamico prosegue le sue operazioni in Iraq e Siria, diversi gruppi sparsi nella regione MENA (e all’infuori di essa) stanno giurando fedeltà all’organizzazione. Il primo territorio esterno ad essere stato annesso all’autoproclamatosi Califfato è stato quello della città di Derna. Un gruppo jihadista chiamato Majlis Shura Shabab al-Islam (MSSI, il Consiglio Consultivo della Gioventù Islamica) ha preso il controllo della città ad aprile, ed è stato formalmente riconosciuto a ottobre come una provincia del Califfato, venendo rinominato Wilaya Barqa, come da usuale modello di suddivisione territoriale di IS. Seguendo la scia di MSSI, alcuni gruppi e individui sparpagliati in Libia hanno giurato fedeltà a IS e iniziato a cooperarci. Soprattutto, alcuni membri di Ansar al-Sharia a Bengasi e diverse milizie jihadiste nei pressi di Tripoli hanno portato avanti attività di da‘wa e rilasciato materiali propagandistici seguendo l’esempio operativo dello Stato Islamico e sostenendolo. Inoltre, negli ultimi mesi due città (Sirte e Naufaliyya) sono state annesse al Califfato: risultato, questo, di una progressiva infiltrazione di cellule legate a IS provenienti dai Paesi confinanti con la Libia. Sembra inoltre che alcune figure di rilievo dello Stato Islamico Centrale quali il giurisperito dello Shura Council Turki al-Bin’ali e il precedente Amir della provincia di Anbar Abu Nabil al-Anbari si siano recati in Libia, per dare ai gruppi locali istruzioni dal core dell’organizzazione. Nonostante l’ampia frammentazione libica, IS sostiene di aver istituito tre province nel Paese, ossia Wilaya Barqa (Cirenaica), Wilaya Tarabulus (Tripoli) e Wilaya Fezzan. 
L’improvvisa espansione dello Stato Islamico in Libia scaturisce un impulso potenzialmente in grado di spingere tutto l’ambiente jihadista regionale ad allinearsi con o verso esso. A ben vedere, esempi di alleanze di successo comporrebbero un feedback prezioso sia per i gruppi locali (che riescono ad aumentare il proprio appeal e la propria membership), sia per lo Stato Islamico (che guadagna legittimità e prestigio). Non a caso, parte dell’autorità di IS è giustificata dalle sue vittorie militari e dalle conquiste territoriali. Inoltre, l’espansione del Califfato in Libia ha condotto all’acquisizione di nuovi safe havens, in grado di attrarre nuovi combattenti stranieri e convincerli a raggiungere il fronte. Il rischio di un rapido aumento dei numeri dei foreign fighters è la principale minaccia posta all’Europa. Per di più, dei possibili attacchi perpetrati da cani sciolti e self-starter su suolo italiano ed europeo delineano una seria minaccia a cui i Paesi europei devono farsi trovare preparati già nel breve periodo.  Oltre a questioni legate al jihadismo, è individuabile un insieme di altre minacce, convenzionali, lanciate dalla crisi libica alla comunità internazionale (alcune riguardano in particolar modo l’Italia). Aumento dell’immigrazione (con possibili infiltrazioni jihadiste) e dei traffici umani, contrabbando di droghe e armi, perdite economiche, vulnerabilità dei cittadini impiegati in Libia e atti di pirateria sono tutti temi caldi che preoccupano i Paesi nella regione. 
La fase propedeutica all’espansione di IS in Libia è iniziata con la raccolta di consenso ideologico, e l’istituzione di alleanze con dei gruppi jihadisti locali. Sfruttando il caos generale e il vuoto istituzionale presente nel Paese, i gruppi legatisi a IS possono ora avanzare ed espandersi con manovre militari, facendo la guerra con altre milizie e aprendo canali di cooperazione con le tribù locali, proprio come IS Centrale fa in Siria ed Iraq. Inoltre, c’è una chiara presenza di foreign fighters in Libia (circa il 20% dei combattenti), soprattutto provenienti da Marocco, Sudan, Tunisia ed Egitto. Questa quota è destinata a crescere rapidamente, dal momento che IS Centrale invierà sempre più combattenti verso le sue province libiche, in modo tale da rinforzare i gruppi che vi operano e testarne la fedeltà. Ad ogni modo, il potere di IS in Libia non va sopravvalutato. A meno che non si unisca con altri gruppi o attragga in massa disertori di organizzazioni ostili, IS dovrà vedersela con altre forze per ora ben più potenti. Da ultimo, andrebbe notato che lo Stato Islamico potrebbe stare cercando di concentrare l’attenzione occidentale sulla Libia in modo tale da operare più liberamente in Sira e Iraq. Da questa prospettiva, una celere risposta alla crisi libica potrebbe infliggere a IS un colpo ben più duro di quanto si pensi, lasciando di fatto IS Centrale in una situazione non prevista. 

Individuazione e rimpatrio dei lavoratori e del personale italiano all’estero – di G. Tilenni

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 La crescente instabilità in cui la Libia versa già da diversi mesi ha fatto sì che i Paesi occidentali decidessero la chiusura delle proprie rappresentanze diplomatiche nel Paese. L’ambasciata italiana a Tripoli ha costituito una rilevante eccezione: la sua chiusura temporanea – e la relativa sospensione dell’assistenza consolare – sono state annunciate solo lo scorso 15 febbraio. Per la stessa giornata è stato organizzato il rimpatrio, via mare, di un centinaio di connazionali. Tra questi non solo lavoratori e personale di ambasciata – compreso lo stesso Ambasciatore Buccino – ma anche alcune famiglie che non avevano mai lasciato il Paese, nemmeno durante la crisi del 2011. Il rientro dei lavoratori italiani presenti in Libia è formalmente iniziato l’estate scorsa (quando un centinaio di persone sono tornate in Italia tramite voli speciali organizzati dal Ministero degli Affari Esteri) e continuato durante l’autunno. All’inizio di febbraio, il Ministero ha invitato tutti gli italiani in Libia a lasciare temporaneamente il Paese e sconsigliato caldamente i viaggi nello stato africano – pur senza disporre l’evacuazione obbligatoria. Nonostante le raccomandazioni delle autorità italiane, però, non tutti hanno deciso di rientrare – come si vedrà meglio in seguito. 
 La necessità di rintracciare – e se necessario – di rimpatriare i lavoratori italiani ancora in Libia è strettamente collegata all’evoluzione della situazione sul terreno, e in particolare all’inasprimento di divisioni e conflitti interni legata all’avanzata dei miliziani dello Stato Islamico in zone sempre più ampie.  In particolare, queste necessità sono spinte da almeno due fattori: da una parte il rischio di un ulteriore inasprimento della crisi, e dall’altra il crescente numero di attacchi diretti contro gli stranieri. In primo luogo, considerando quanto sia difficile prevedere come e quando la situazione potrebbe peggiorare, le pressioni per far rientrare chi è sul posto e scongiurare l’arrivo di altri italiani nel Paese sono giustificabili con la volontà di evitare evacuazioni d’emergenza, che si renderebbero ancora più complesse data la sospensione dell’assistenza consolare legata alla chiusura dell’ambasciata italiana a Tripoli. In secondo luogo, anche se non è possibile stabilire se i recenti rapimenti e decapitazioni saranno i primi di una lunga serie di attacchi deliberati ai lavoratori occidentali, è necessario confrontarsi con il rischio di escalation di violenza contro gli stranieri, italiani inclusi, e agire di conseguenza. Per questo motivo, se da una parte i rimpatri già effettuati rappresentano già di per sé una riduzione del rischio, dall’altra la necessità di mantenersi in contatto con gli italiani che hanno deciso di rimanere il Libia diventa questione fondamentale per garantire la loro sicurezza.
 Stando alle dichiarazioni rilasciate dal Presidente della Camera di commercio italo-libica – Gianfranco Damiano – tra i 50 e i 100 connazionali, principalmente piccoli imprenditori, avrebbero scelto di non lasciare il Paese per proseguire le proprie attività lavorative. Al momento questa informazione non ha ricevuto conferme ufficiali, così come non è chiaro se le autorità italiane siano riuscite a mettersi in contatto con tutti coloro che hanno deciso di rimanere in Libia. La possibilità di esse coinvolti in attacchi indirizzati contro i cittadini occidentali è probabilmente la sfida che gli italiani ancora nel Paese potrebbero trovarsi ad affrontare – con rischi verosimilmente più elevati per chi opera nel settore petrolifero, ambito che desta particolare interesse per l’ISIS. Se questo scenario dovesse verificarsi, rimanere informati sul numero di italiani presenti in Libia ed essere capaci di mettersi in contatto con loro – per quanto complesso possa essere – sarebbe di vitale importanza. Riuscire a contattare i connazionali all’estero sarebbe parimenti rilevante in caso di un improvviso peggioramento della crisi o del lancio di un attualmente poco probabile intervento militare estero finalizzato alla stabilizzazione della crisi. In questo caso potrebbe essere necessario predisporre un piano di emergenza che possa consentire l’evacuazione di tutti i connazionali ancora in loco. L’individuazione e il rimpatrio dei lavoratori, dunque, dovrebbe rimanere – almeno nel breve periodo – una questione centrale per le autorità italiane. 

Valutare le minacce dirette per l’Italia – di E. Ferrero

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Il progressivo deterioramento della sicurezza in Libia ha portato ad un isterismo mediatico sui possibili attacchi diretti all’Italia attraverso armi convenzionali, come i missili balistici. Non abbiamo nessuna certezza circa le condizioni dell’arsenale missilistico di Gheddafi dopo la sua caduta nel 2011. Prima di allora, la Libia sembrava essere dotata di almeno cinque missili Scud C operativi, con una gittata massima di 550km. Nei primi anni Duemila Gheddafi accettò un accordo con Stati Uniti e Gran Bretagna che portò la Libia verso la distruzione della maggior parte della tecnologia legata agli Scud C. I dati indicano che nel 2011 la Libia aveva approssimativamente 80 missili Scud B e circa 40 razzi Frog 7, il che significa che la gittata massima operativa dei sistemi d’arma libici é di circa 300km.  
 Deve essere considerato che, fra gli altri, il dipartimento di Stato statunitense ha espresso seri dubbi  sulle condizioni di quell’arsenale così come sulla disponibilità di personale specializzato in grado di mettere tali armi in condizioni di utilizzo. Anche se alcuni gruppi legati allo stato islamico dovessero riuscire a controllare le stazioni più a nord, il lancio di un missile Scud B pienamente operativo riuscirebbe a malapena a raggiungere il territorio marittimo di Lampedusa. Considerato questo punto, l’Italia dovrebbe focalizzare la sua attenzione su altre minacce, meno convenzionali ma potenzialmente più consistenti. Per definire quali potrebbero essere le minacce dirette all’Italia, é bene considerare il Paese come un sistema che può essere messo a rischio da diverse minacce che non coinvolgono necessariamente il suo territorio. Abbiamo due livelli distinti, seppur legati fra loro. Da un lato, troviamo le minacce verso gli interessi nazionali italiani e al territorio. Dall’altro, le conseguenze di un ipotetico intervento militare in Libia contro le milizie dello Stato Islamico. L’Italia potrebbe essere soggetta ad una sorta di escalation, iniziando dalle inevitabili conseguenze del vuoto libico (indipendentemente dalla presenza di ISIS in Libia), fino ad attacchi preparati e pensati per destabilizzare.
La prima questione che deve essere considerata in uno scenario di breve-medio periodo è la conseguenza dell’immigrazione illegale di massa sul territorio italiano. Si tratta certamente di una delle cause inevitabili della preoccupante situazione umanitaria in Libia ma, d’altro canto, il traffico di esseri umani potrebbe essere usato dallo Stato Islamico come arma. Un altro punto rilevate é il rischio concreto di fare del Mar Mediterraneo una “terra di nessuno”. Se lo Stato Islamico dovesse prendere pieno controllo delle coste libiche, la navigazione nel Mediterraneo sarebbe messa a repentaglio da attacchi di pirateria spesso imprevedibili. In questo caso, le rotte marittime italiane in questa zona di mare sarebbero un target. Inoltre, l’assenza di un partner affidabile in Libia rappresenta il problema numero uno in ambito commerciale e finanziario. L’Italia é il primo partner commerciale in Libia con uno scambio totale di quasi 11 miliardi di Euro nel 2013. Anche se queste cifre sono ben al di sotto dei livelli degli anni precedenti al 2011, l’Italia resta il primo cliente e il primo esportatore nel Paese. Da ultimo, in caso di coinvolgimento in una eventuale operazione militare in Libia, l’Italia potrebbe trovarsi a fronteggiare una qualche forma di rappresaglia sul suo stesso territorio portata avanti dai gruppi locali di foreign fighters. Questo potrebbe essere direttamente legato ad una radicalizzazione di un’ipotetico conflitto ed ai rischi che venga erroneamente identificato come un’operazione neocolonialista, o peggio, un attacco diretto dell’Occidente contro il Mondo Arabo. 

 

Il dibattito istituzionale

Verso una soluzione internazionale a guida ONU – di E. Ferrero

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 A seguito dell’uccisione dei 21 egiziani cristiani copti per mano dell’affiliazione dello Stato Islamico in Libia, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha emanato un comunicato stampa che condannava duramente “questo crimine che dimostra la brutalità di ISIS”. Molti Paesi hanno espresso la loro preoccupazione circa l’escalation di violenza a firma Stato Islamico in Libia, in particolare i due membri arabi del Consiglio, Egitto e Giordania. Lunedì 16 febbraio, l’aeronautica Egiziana ha iniziata una serie di attacchi con i suoi F16 di fattura statunitense contro le posizioni dello stato islamico vicino alla città di Derna. Le autorità egiziane non hanno informato il governo americano, che sta guidando la coalizione anti-ISIS in Siria e in Iraq. Martedi, la Giordania ha rilasciato alla stampa il testo di una bozza di risoluzione formulata dall’Egitto e che sarebbe stata oggetto di discussione in sede di riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza il giorno successivo. L’Egitto ha presentato la bozza sotto il cappello del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, che riguarda le “azioni nel rispetto della pace, della rottura della pace e degli atti di aggressione”. 
 L’articolo 42 del Capitolo VII autorizza l’uso delle forze di aria, terra o mare se qualunque altra misura precedente é stata inadeguata a mantenere e a ristabilire la pace e la sicurezza internazionali. I principali punti presentati nella bozza di risoluzione egiziana sono: la richiesta di una sospensione dell’embargo di armi nei confronti del governo di Toubruk (quello internazionalmente riconosciuto) e la condanna di tutti i gruppi terroristici che stanno combattendo in Libia. Inoltre, la bozza sottolinea la necessità di supportare le autorità legittime in Libia al fine di assicurare una adeguata cornice di sicurezza nel Paese. Dopo una lunga ed intensa discussione, il Consiglio ha rifiutato di sospendere l’embargo ed ha espresso la necessità di lavorare verso una forte soluzione politica e diplomatica.. Anche la posizione italiana, rappresentata dal ministro degli esteri Paolo Gentiloni, non è immediatamente orientata verso l’intervento militare. Il rischio che i gruppi legati allo Stato Islamico in Libia possano forgiare alleanze con altre milizie nel Paese é sempre più concreto, e questo rappresenta un problema per l’ Italia così come gli altri paesi nel vicinato. Ciò detto però, vendere armi al governo di Toubruk presenta comunque delle perplessità, infatti il livello di instabilità in Libia e tropo elevato per essere certi che queste armi non finiscano nelle mani di altri gruppi incontrollati di combattenti. 
Al momento, non è stato pianificato nessun intervento militare. Ciononostante, l’evolversi della crisi in Libia sta preoccupando seriamente la comunità internazionale, che sta finalmente monitorando attentamente le sue possibili evoluzioni. Il consiglio di sicurezza delle Nazioni unite preme per il dialogo politico e per un forte intervento diplomatico. Il ruolo delle uniche due missioni internazionali in Libia deve essere implementato. Ad oggi, la United Nations Support Mission in Libia, nata all’indomani della guerra civile del 2011, non ha registrato successi evidenti. La missione, che è politica, ha lo scopo di supportare il Consiglio di Transizione Nazionale nella ricostruzione delle istituzioni e dello stato. D’altro canto la missione dell’Unione Europea, la EU Border Assostance Mission (EUBAM), iniziata nel maggio 2013’ è una missione civile orientata al supporto delle autorità locali legittime al fine di mantenere la sicurezza dei confini. Il fatto che i gruppi affiliati allo Stato Islamico siano stati capaci di attraversare quei confini, e anche quasi quelli fra Libia e Tunisia, é un chiaro indicatore dell’inadeguatezza della risposta internazionale. 

Capacità militari italiane e forze dispiegabili – di E. Battisti

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L’Italia ha partecipato attivamente a un gran numero di operazioni con le sue Forze Armate. Dalle missioni di peacekeeping a quelle più propriamente di combattimento, le Forze Armate italiane sono intervenute in diversi teatri come nei Balcani (Bosnia-Erzegovina, Kosovo), in Medio Oriente (Libano, Iraq) in Asia (Afghanistan) e in Africa (Somalia, Mozambico, Libia). A questi, è necessario aggiungere diverse operazioni marittime, come Active Endeavour e Mare Nostrum nel Mediterraneo e Atalanta nell’Oceano Indiano. L’Italia considera l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite un prerequisito per considerare l’intervento militare legale nel quadro del diritto internazionale. Inoltre, le Forze Armate italiane hanno sempre operato nell’ambito coalizioni (a guida ONU, NATO o degli Stati Uniti). L’Esercito ha acquisito esperienza nelle operazioni di mantenimento della pace e di imposizione della pace (peace-enforcement) così come quelle di contro-insurrezione, mentre l’Aeronautica Militare, dalla prima operazione di combattimento in Iraq nel 1991, ha migliorato le proprie competenze nei bombardamenti di precisione, nel supporto aereo ravvicinato (close air support – CAS) e la sorveglianza/ricognizione. In quest’ultimo campo, l’Italia è uno dei pochi Paesi al mondo a operare con successo UAVs (Unmanned Aerial Vehicles – Veicoli Aerei senza Equipaggio) e possiede un efficace costellazione di satelliti da ricognizione/sorveglianza. In ogni teatro in cui l’Italia è intervenuta, le sue forze dispiegate hanno sempre goduto del supporto delle Forze Speciali e delle Forze per Operazioni Speciali provenienti da ciascuna Forza Armata. Le Forze Speciali e per Operazioni Speciali sono state utilizzate per azioni di ricognizione, combattimento e per operazioni di salvataggio di ostaggi, in particolare durante i 13 anni della missione in Afghanistan. 
 La possibilità di un intervento militare in Libia arriva in un periodo di dibattito sul futuro delle Forze Armate italiane sia dal punto di vista finanziario sia politico. Nel periodo 2011/2012 il bilancio della Difesa ha subito un taglio pesante a causa della legge d’emergenza (la cosiddetta “Salva Italia”) che aveva l’obiettivo di evitare il default economico del Paese. I tagli hanno colpito ogni settore della spesa per la Difesa, ma mentre il bilancio per gli investimenti e i programmi di acquisizione è stato coperto in parte dai fondi del Ministero dello Sviluppo Economico, le spese per l’esercizio non ne hanno beneficiato. Queste spese sono fondamentali per mantenere truppe, attrezzature e mezzi operativi, efficaci e funzionanti. Nonostante la riduzione dell’impegno in Afghanistan, sia in termini di truppe che di attrezzature e mezzi, l’Italia mantiene ancora circa 4000 uomini e donne in un buon numero di missioni in tutto il mondo. La più impegnativa tra queste  è la UNIFIL II in Libano. Inoltre, in Italia si ci sono circa 4000 soldati schierati per proteggere le infrastrutture critiche, e gli obiettivi sensibili sia nazionali che stranieri. 
 Da un punto di vista politico occorre specificare quale tipo di intervento militare le autorità nazionali italiane sono disposte ad attuare, se necessario. Ovviamente, la situazione sul campo in Libia suggerisce che una missione di pace è impossibile, anche nel caso che i due governi libici (Tripoli e Tobruk) raggiungessero un accordo, a causa della presenza delle milizie jihadiste, come Ansar al Sharia e il franchise libico dell’ISIS. Tutto questo lascia pensare all’ipotesi di un’operazione di imposizione della pace (multinazionale, ovviamente), in cui le truppe italiane dovrebbero portare a termine missioni di combattimento con la reale possibilità di riportare un numero di vittime e feriti non trascurabile. In caso di un intervento militare, l’Italia dovrebbe decidere l’entità della sua partecipazione e, di conseguenza, quali forze dovrebbero essere dispiegate. Stando alle dichiarazioni di diverse autorità politiche italiane, il Paese si propone di guidare un’eventuale missione nell’ambito delle Nazioni Unite. Come accennato prima, l’Italia possiede buone capacità tra le sue Forze Armate; la missione dovrebbe coinvolgerle tutte e quattro: Esercito, Marina Militare, Aeronautica Militare e Arma dei Carabinieri. Le prime a essere schierate dovrebbero essere le unità di Forze Speciali che hanno la capacità di svolgere una serie di operazioni necessarie a supportare il resto del contingente che seguirebbe. Per svolgere il ruolo di leader della coalizione, l’Italia dovrebbe schierare almeno una Brigata di fanteria dell’Esercito con il supporto di carri armati, veicoli blindati ed elicotteri d’attacco. La Marina Militare dovrebbe schierare le sue unità nelle acque territoriali libiche per prevenire sia le attività di traffico di esseri umani sia di traffico di armi, oltre alle attività di supporto per il segmento di terra della forza dispiegata. L’Aeronautica Militare avrebbe l’obiettivo primario di fornire supporto alle truppe sul campo attraverso il supporto aereo ravvicinato, la ricognizione e missioni d’interdizione (in Libia non ci sono sistemi aerei e  anti-aerei rilevanti). Per estendere in durata e raggio d’azione le missioni aeree sarebbe necessario lo schieramento di aerei cisterna. Le basi aeree italiane nel sud del Paese sono sufficientemente prossime alla Libia da non richiedere il dispiegamento della portaerei della Marina Militare Cavour. La ricognizione può essere effettuata anche da UAV e tramite immagini satellitari. Le Multinational Specialized Units (Unità Specializzate Multinazionali – MSU) guidate dai Carabinieri avrebbero il compito di addestrare le unità di polizia locale e di garantire una cornice di sicurezza per la popolazione libica e per le istituzioni. Questo pacchetto forze agirebbe insieme ad altri contingenti dispiegati dai Paesi partecipanti alla missione, possibilmente sotto una catena di comando integrata. 

 

Conseguenze di un intervento militare italiano

Potenziali rappresaglie contro istituzioni e aziende strategiche – di F. G. Barbuto

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La penetrazione delle imprese italiane nel tessuto economico libico è, storicamente, molto ramificata facendo dell’Italia il primo partner commerciale della Libia. Il settore in cui la presenza è maggiore è, naturalmente, quello di produzione e raffinazione degli idrocarburi. Nondimeno, le importazioni di prodotti energetici dalla Libia hanno raggiunto dei livelli particolarmente bassi – il 6-7% del totale d’importazioni italiane del comparto – dopo la rivoluzione, mentre durante l’era di Gheddafi il valore si attestava intorno al 30%. Eni, compagnia petrolifera e del gas italiana, è in Libia dal 1959 ed ha molteplici interessi nella regione: i suoi principali siti di estrazione sono attualmente attivi in quanto si trovano nella parte occidentale del Paese – lontano dalla zona di guerra – e tenuti in funzione da professionisti libici. Ad oggi, tuttavia, circa 40 gli italiani stanno ancora lavorando per mantenere gli oleodotti in esecuzione. L’industria manifatturiera è una delle grandi sconfitte della corrente crisi nel Paese. Nel 2014 l’industria meccanica ha visto una riduzione del 33% del suo commercio con la Libia, -58% per il settore dei trasporti e -35% per i metalli con un grande impatto per le piccole e medie imprese italiane fondate sull’export. Il valore delle esportazioni perse è stimato a circa 3 miliardi di euro. Inoltre, il consorzio Salini-Impregilo insieme a Condotte, Pizzarotti e Cmc ha dovuto interrompere il suo lavoro sull’autostrada dell’amicizia, la quale avrebbe dovuto attraversare la Libia partendo dalla Tunisia e arrivando in Egitto per un percorso di 400 km. Allo stesso modo, i lavori del nuovo auditorium di Tripoli e sull’aeroporto di Al Kufra sono anch’essi bloccati. L’Ambasciata italiana è stata l’ultima ambasciata occidentale ad evacuare la capitale, ulteriore testimonianza dell’importanza della Libia per il bel Paese. L’Italia non è al momento un obiettivo prioritario tra i membri della coalizione anti-ISIS.
 Nell’era post-Gheddafi l’Italia ha visto, infatti, una contrazione del suo ruolo nell’economia libica a favore di Francia e Gran Bretagna. Gli interessi di Italia sono resistenti, tuttavia, dato il legame storico tra i due paesi e i numerosi accordi economici eredità dell’amicizia Berlusconi-Gheddafi. Gli Interessi italiani sono potenzialmente suscettibili di specifico targeting per tre motivi: la posizione di leadership che il nostro Paese sta cercando di ottenere in una potenziale missione delle Nazioni Unite, il passato rapporto coloniale e la presenza del Vaticano in Italia. Minacce sostanziali sono state lanciate verso il Comune di Roma nel corso degli ultimi mesi, indicando il Papa come obiettivo specifico. Mentre la relazione coloniale non è una forte fonte di disaccordo tra i due paesi, essa è stata utilizzata in passato come base per l’accordo Berlusconi-Gheddafi che ha concesso cospicui investimenti da Italia. Tuttavia, richiede particolare attenzione la natura dirompente dell’ISIS verso tutte le strutture economiche che sono collegate con gli ideali occidentali. Eccezioni di rilievo sono i giacimenti petroliferi per i ricavi che possono prendere nel mercato nero. È bene evidenziare che nel caso di una missione ONU a guida italiana, gli esperti e le strutture sul suolo libico diventerebbero l’obiettivo primario di attacchi. In caso di normalizzazione del contesto libico i rapporti commerciali tra i due paesi possono raggiungere in uno-due trimestri i precedenti livelli, in sintonia con un ritorno al lavoro della popolazione e delle compagnie internazionali. Gli Investimenti diretti dall’Italia possono, invece, essere sostanzialmente ridotti in conseguenza della distruzione delle opere già completate e i pericoli per il personale. Il valore degli investimenti concernenti i precedenti accordi è di 5 miliardi di euro, finanziati dal governo italiano ed eseguiti da società italiane. Una normalizzazione della situazione non farà riprendere automaticamente le opere a seguito dell’interruzione dei lavori e la perdita di macchinari, causando danni alle società coinvolte e approfondendo il gap infrastrutturale del Paese.
Un approccio diverso è necessario per analizzare l’industria estrattiva. I ricavi del governo libico si concentrano principalmente sulle esportazioni di petrolio e di gas. Per questo motivo le fazioni del governo di Tripoli e Tobruk stanno evitando un confronto che coinvolge le infrastrutture energetiche. L’Autorità di gestione del petrolio è stata molto attenta a mantenere la sua indipendenza, al fine di preservare le strutture intatte e garantire la sicurezza delle aree. Data l’importanza strategica del petrolio per il Paese, l’ISIS sicuramente tenterà di ottenere il controllo di alcuni siti per vendere il petrolio nel mercato nero. Gli sforzi di Egitto, Algeria e Tunisia nel tagliare fuori l’ISIS possono limitare la capacità dello stato islamico di vendere il petrolio. Il prezzo del petrolio oscillerà in conformità con gli eventi, con i prezzi in salita in corrispondenza di ridotta produzione a seguito di attacchi. In accordo con il modus operandi dell’ISIS, possiamo aspettarci la distruzione degli impianti estrattivi nell’eventualità di una loro ritirata: l’ISIS preferisce lasciare l’avversario con niente piuttosto che cedere aree produttive e remunerative intatte. 
 Il particolare accento che l’Italia sta ponendo per guidare la missione italiana può essere interpretato sia in funzione del rischio sicurezza che la Libia presenta, sia come un modo per riconquistare l’influenza perduta in seguito all’intervento di Francia e Gran Bretagna che ha pesato sul nostro ruolo nel Paese. Il post-rivoluzione Libia sensibilmente ridotto l’importazione di energia dal Paese vicino di casa dal 30% delle importazioni al 7%. La Libia non è più un soggetto strategico della politica energetica del bel Paese, nonostante la sua potenzialità. Tuttavia, l’incognita Ucraina è stata nell’ultimo anno un ricordo costante della vulnerabilità italiana nel settore: il Trans Adriatic Pipeline (TAP), che dal 2019 dovrebbe collegare l’Italia e Azerbaijan, sarà finito troppo tardi per essere una soluzione d’immediata minaccia di Italia importazioni di energia. Una missione sotto l’egida dell’ONU, a guida italiana, consentirebbe all’Eni e alle altre compagnie strategiche di ri-espandere la propria presenza nel Paese e garantire una fonte strategica importante, che negli ultimi anni non è stata sfruttata in tutto il suo potenziale.

Attacchi e ritorsioni in Italia: la scena jihadista autoctona – di M. Arnaboldi

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 Un possibile intervento italiano in Libia può senza dubbio fomentare risposte violente, quali attentati di ritorsione, sul suolo italiano. Sebbene la scena jihadista locale sia rudimentale e a tratti embrionale rispetto a quelle di altri Paesi europei – quali Belgio, Regno Unito e Francia -, negli ultimi mesi ci sono stati chiari segnali di sviluppo. Più precisamente, si è assistito a un rapido aumento numerico di would-be jihadist e di contenuti propagandistici riversati in rete. Mentre non sembra esserci una reale minaccia posta da gruppi jihadisti tradizionali con legami in Italia, il maggiore rischio è quello posto da individui e piccole cellule che hanno incubato la dialettica di IS. Ed è proprio libico uno dei primissimi casi di self-starter che ha tentato (e fallito) un attentato suicida in Italia, a Milano, nel 2009: Mohammed Game. Il rischio posto dai lupi solitari, inoltre, è amplificato dalle perenni menzioni dirette dell’Italia che IS include nei suoi ultimi comunicati. Gli individui che in Italia mostrano legami con l’ideologia jihadista compongono un sottosuolo sociale di circa 300-400 unità. Le relazioni fra le cellule di questo sottosuolo sono sempre più fitte. Queste tendono a creare delle strutture reticolari prive di leader definiti: grazie quindi a una struttura aperta, si organizzano, mobilitano, e operano velocemente e in massa. Ad ogni modo, le scelte circa la condotta da assumere sono pur sempre lasciate al singolo individuo. Questi individui non sembrano avere una agenda politica definita, a esclusione del supporto al jihad globale e dell’implementazione della shari‘a
 Alcuni esempi di propaganda di IS in lingua italiana sono apparsi nell’ultimo mese sul sito justpaste.it. Precisamente, su questa piattaforma sono stati caricati tre documenti contenenti indicazioni su come condurre attacchi in Occidenti e su come combattere gli infedeli. I testi, mere traduzioni di figure di spicco legate a IS, quali il portavoce ufficiale al-Adnani e il celebre supporter Hamel Bochra, menzionano esplicitamente Roma. La traduttrice pare essere una donna che vive nella “Wilaya Roma”, precedentemente attiva su Twitter con l’account @isistechnical. Il suo lavoro, inoltre, è stato diffuso online da centri mediatici collegati a IS. In ambito accademico, non a caso, è stato osservato che il ruolo delle donne all’interno della propaganda jihadista online è molto vicino a quello di disseminatrici e semplificatrici di contenuti. Inoltre, il crescente ruolo femminile è osservabile anche nell’ambito dei foreign fighter: la proporzione delle donne che prova ad unirsi al il jihad siriano è in continua crescita rispetto agli uomini. L’Italia è uno dei pochi Paesi europei privo di misure normative di counter-radicalization. L’approccio con cui si pone relativamente al problema del jihadismo autoctono è interamente focalizzato sull’azione dei Servizi Segreti, risultando quantomeno anacronistico: in una clima di sicurezza così inerte e ambiguo, c’è più probabilità di azioni violente. Inoltre, l’Italia ospita una serie di imam definibili “radicali”, soprattutto in Lombardia e Veneto: questi, però, si occupano più che altro di linkage verso i teatri del jihad, non volendo in molti casi istigare alla violenza direttamente in Italia. 
 I policy maker italiani dovrebbero considerare attentamente la possibilità di attacchi e ritorsioni nella Penisola. Questi potrebbero soprattutto avvenire nel Nord (Torino, Milano, Brescia) oltre che, per il suo peso ideologico, a Roma. Ancona e la regione Campania, d’altro canto, ospitano network jihadisti più formali e tradizionali. Eppure nessuna previsione può essere condotta realmente, dal momento che l’eventuale attacco sarebbe pur sempre il risultato di una scelta individuale. Eventuali messaggi provenienti da IS che richiedano l’iniziativa del singolo sul territorio italiano potrebbero espandere la natura della minaccia. Di sicuro in caso di intervento in Libia bisogna aspettarsi un aumento di radicalizzazione. Non scordiamoci poi che il jihadismo è un fenomeno reticolare in grado di auto-alimentarsi: un eventuale attacco terroristico provoca ulteriore radicalizzazione, e stimola i collegamenti fra le cellule locali esistenti. In caso di attacco, sono due le implicazioni derivabili. Primo, ci saranno ripercussioni a livello socio-politico, che probabilmente condurranno a un dibattito più aspro sui temi di integrazione, immigrazione e dialogo inter-religioso. Per questo, è probabile che prenderà piede una polarizzazione dell’opinione pubblica e dell’agenda dei partiti politici. Secondo e ben più importante, l’Italia vivrà un vero e proprio trauma. Con la sua scarsamente allenata resilienza civile, il popolo italiano sarà soggetto a un periodo di estrema paura (che, insieme alla conseguenza elencata per prima, potrebbe culminare in attacchi contro le comunità musulmane). Saranno necessari processi di securitization (ossia policy volte a rieducare l’opinione pubblica circa temi di sicurezza, soprattutto per quello che riguarda la percezione delle priorità), affinché questi conducano a un ricalcolo delle priorità di security e creino, ci si augura, una maggiore auto-conoscenza del proprio ruolo regionale. 

La crisi in Libia e il quadro politico italiano – di S. Pelizza

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 La classe politica italiana ha generalmente guardato con notevole distacco e sufficienza al grave degrado della situazione in Libia dopo la rivoluzione del 2011, reagendo con allarme solo dopo la conquista di Sirte da parte di milizie dell’ISIS nelle scorse settimane. Nel corso del 2014, preoccupato da riforme costituzionali e problemi economici interni, il Governo Renzi ha infatti mostrato scarso interesse per la crisi libica, agendo solo a livello diplomatico per raggiungere una qualche forma di compromesso tra i Governi rivali di Tripoli e Tobruk, mentre Partiti d’opposizione come Forza Italia e Movimento 5 Stelle hanno sostanzialmente ignorato l’argomento, rimanendo focalizzati su questioni spicciole di politica interna. Nel caso di Forza Italia, tale indifferenza può essere vista anche come una reazione polemica ai drammatici eventi del 2011, quando Silvio Berlusconi fu costretto a participare alla campagna aerea della NATO contro il regime di Gheddafi dalle pesanti pressioni diplomatiche del Presidente francese Nicolas Sarkozy. A tal proposito diverse personalità vicine all’ex Presidente del Consiglio hanno condannato ripetutamente l’abbattimento della Jamahiriya libica, accusando l’Occidente di avere commesso un grave errore nella lotta all’estremismo islamico. Persino la Lega Nord, principale sostenitrice di un controverso accordo con Gheddafi nel 2008 in tema di immigrazione clandestina, ha mostrato poco interesse per le vicende libiche, lamentando solo il costante aumento di sbarchi di immigrati illegali e di rifugiati sulle coste dell’Italia meridionale dopo la “Primavera Araba” del 2011. In generale, tutte le forze politiche italiane hanno quindi ignorato o minimizzato il presente caos geopolitico in Libia sino all’ultimo momento, sviluppando poi un vago e confuso dibattito circa la possibilità di una missione militare internazionale nel tormentato Paese nordafricano. 
 Adesso le Autorità italiane si sentono infatti spinte all’azione dalla presenza minacciosa dell’ISIS a Sirte e dal cospicuo numero di sbarchi di immigrati illegali in Italia meridionale, che sta mettendo in crisi le locali strutture umanitarie e aprendo la strada a possibili infiltrazioni terroristiche su territorio italiano. Non a caso il Ministro dell’Interno Angelino Alfano ha chiesto ripetutamente una qualche forma di intervento internazionala in Libia volta a bloccare il flusso ormai fuori controllo dell’immigrazione clandestina e a ristabilire un certo ordine politico nel Paese nordafricano. Una posizione sostenuta di recente anche dal Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che ha parlato addirittura di un’Italia “pronta a combattere” l’ISIS in Libia nel quadro più ampio della lotta internazionale al terrorismo jihadista.  Le dichiarazioni interventiste di Alfano e Gentiloni sono state però smentite bruscamente dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che resta sostanzialmente contrario a un possibile intervento militare italiano in territorio libico. Allo stesso tempo Movimento 5 Stelle e Lega Nord si sono opposti rumorosamente a qualsiasi azione di forza in Libia, mentre Berlusconi ha promesso di appoggiare una simile iniziativa solo a precise condizioni, incluso un mandato formale dell’ONU o della NATO. Anche l’opinione pubblica italiana appare profondamente divisa sull’argomento, mostrando preoccupazione per la presenza di ISIS in Libia ma rifiutando di andare oltre qualche vaga iniziativa diplomatica e umanitaria. 
 Nel caso di un’eventuale missione militare in Libia, il Governo italiano corre pochi rischi nel breve periodo. Renzi dispone infatti di una solida maggioranza parlamentare, pronta a respingere possibili mozioni di sfiducia, mentre il sostegno esterno di Berlusconi sulla questione libica – per quanto non certo – promette di rafforzare ulteriormente la posizione dell’esecutivo, tenendo a bada le critiche di Movimento 5 Stelle e Lega Nord. Inoltre, l’assenza di un serio dibattito pubblico sulla Libia garantisce poche proteste di piazza, proteggendo il Governo dagli effetti di manifestazioni di massa come quelle contro la guerra in Iraq del 2003. Tuttavia l’Italia è mal preparata politicamente ai rischi di un intervento militare in Libia. Tutte le principali forze politiche non hanno infatti una chiara visione strategica del problema libico, rifugiandosi dietro vaghi appelli per una soluzione diplomatica della guerra civile post-Gheddafi.  Allo stesso tempo mancano chiare regole d’ingaggio per i contingenti militari coinvolti in una possibile missione di pace in territorio libico. E l’opinione pubblica è gravemente impreparata ad affrontare i pericoli e i costi di una simile iniziativa, mostrando scarsa conoscenza delle complesse dinamiche politico-militari dell’attuale situazione in Libia. In tale contesto, il rapimento o l’uccisione di alcuni soldati potrebbe danneggiare la tenuta del Governo e il prestigio politico di Matteo Renzi, aprendo una grave crisi politica dalle conseguenze imprevedibili. Inoltre, l’eventuale fallimento della missione nel contenere il flusso dell’immigrazione clandestina dalla Libia potrebbe alimentare tendenze xenofobe in Italia, favorendo elettoralmente movimenti politici d’estrema destra. Conscio in parte di tali rischi, il Governo Renzi ha quindi deciso per il momento di continuare sulla strada della diplomazia, appoggiandosi in loco alle iniziative militari dell’Egitto, anch’esso preoccupato dalla presenza di gruppi jihadisti in territorio libico. 
Un chicco in più
Suggeriamo anche la lettura della nostra “intervista tripla” ad Alberto Negri, Mattia Toaldo e Arturo Varvelli sulle attuali dinamiche in Libia e sulle prospettive future.

Foto di copertina: شبكة برق | B.R.Q

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